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Di chi è la Luna? Usa e Cina si scontrano anche sulle risorse lunari

Pechino: non c’è nessun monopolio degli Stati Uniti. Trump ribatte con atti esecutivi sui diritti di esplorazione del satellite

di Leopoldo Benacchio

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Reuters

Pechino: non c’è nessun monopolio degli Stati Uniti. Trump ribatte con atti esecutivi sui diritti di esplorazione del satellite


5' di lettura

Gli oceani, i grandi mari non sono di nessuno anche se a volte, come ora nel sud della Cina, ci sono rivendicazioni anche importanti. Se qualcuno comunque ci va a pescare quel che prende è suo. Certo ci sono trattati, regole, che spesso non sono seguite, vedi la pesca alla balena, ma il concetto ridotto all'essenziale è questo.

Per lo Spazio si può applicare lo stesso principio? È l'interrogativo che ogni giorno diventa più urgente e che al momento proprio non trova né soluzione né discussione.

Non è pura accademia: gli Usa, prima con il Presidente Obama e ora con Trump hanno promulgato atti formali, esecutivi nel linguaggio del diritto Usa, sul fatto che l o spazio è sfruttabile da loro e dai loro cittadini, o quanto meno che hanno diritti, come nazione ma anche come privati, a sfruttare Luna e asteroidi senza problemi e limiti. La Cina risponde già da anni che intende evitare monopoli nel mercato, piuttosto esteso, dell'universo.

Nel 2018 infatti Ye Peijian, capo del programma lunare cinese, ha dichiarato letteralmente che «l'universo è un oceano, la Luna è come le isole Diaoyu e Marte come l'isola Huangyan. Se oggi non ci andiamo, visto anche che ne siamo capaci, saremo fortemente biasimati dai nostri discendenti. Se invece ci andranno altri prima di noi, avranno il pieno controllo e noi allora non potremo andarci anche se lo volessimo. Queste sono le ragioni per cui noi dobbiamo andare sulla Luna».

La determinazione della dichiarazione, pur nella prosa secondo i canoni cinesi, non lascia dubbi. Per quanto riguarda le isole citate, la prima è un micro arcipelago molto isolato ai limiti del mar della Cina a nord est di Taiwan, la seconda è un'isola, e atollo, nel mar cinese meridionale, all'altezza di Manila.

Rover cinese in partenza

La Cina a fine anno manderà un rover sul nostro satellite, dopo che c'è già stata con altri mezzi anche, per prima, nella parte non visibile, impresa non da poco, visto che i collegamenti diretti non sono possibili e occorre utilizzare un satellite ausiliario che stia sopra il rover stesso, ma allo stesso tempo veda anche la nostra Terra, per poter ricevere e trasmettere.

Ora, a fine anno, il nuovo Chang'e 5 arriverà sul suolo lunare, ne estrarrà dei campioni e li riporterà sulla Terra con una parte del veicolo allunato che potrà decollare. Il nome viene dalla principessa cinese considerata dea della Luna, e sposa del dio del Sole, ma a parte le belle mitologie del Paese del dragone, segna anche i vari stadi del programma lunare cinese, iniziato nel 2007 con il numero 1 delle sonde che portano questo nome, che semplicemente arrivò alla Luna, come nel romanzo di Verne.

Il numero 5 è qualcosa di parecchio sofisticato, il rover porta a bordo vari strumenti, camere ottiche e spettrografi, per l'analisi mineralogica, oltre al piccolo trapano e al braccio robotico per grattare il suolo lunare e inserire il risultato in tubi che verranno poi riportati sulla Terra. Insomma dopo i quintali di rocce lunari portate a casa da americani e sovietici negli anni '60 e ‘70 del secolo scorso avremo anche polvere di Luna cinese.

Queste operazioni sono permesse perché appaiono come ricerca scientifica, cosa che vale fino a un certo punto visto che quel che serve è sperimentare la tecnologia per arrivare al suolo lunare. Niente di male, il trattato Space Act firmato nell'ottobre del 1967 esclude che i corpi celesti non possano essere di proprietà di questo o quello stato, ma ne permette lo studio per ricerca scientifica.

Risorse lunari

Ora sia americani che cinesi sono interessati a cosa si possa estrarre dalle rocce lunari e se non ci sono materiali rari e importanti per la tecnologia c'è qualcosa di anche più prezioso: idrogeno, ossigeno o il favoloso trizio, isotopo dell'idrogeno, una particolare forma di questo atomo che è pure radioattiva, di cui si vagheggia da tempo l'abbondanza sulla Luna.

Insomma gli interessi vanno ben al di là: il nostro satellite è considerato la base ideale per andare su Marte, per sperimentare tecniche di estrazione di minerali da usare poi sulla Luna stessa o meglio ancora sugli asteroidi che sono presunti avere materiali costosi e indispensabili come il litio, fra i primi e più semplici nella tabella degli elementi chimici.

Bisogna sottolineare che, a dispetto di quanto dichiarano capi di stato e presidenti di agenzie spaziali, l'operazione di estrazione di minerali da un corpo celeste, poniamo la Luna, è molto complessa come operazione e comunque è alla cima di una piramide che comprende lo stabilimento di una città lunare, la disponibilità continua di astronauti in questa città, lo sviluppo di macchine adatte alla estrazione e stoccaggio e voli regolari per riportare i minerali sulla Terra, o i prelavorati.

Prima di 15-20 anni non se ne parla e se prendiamo un asteroide la questione è ancora più complessa data l'assenza, in pratica, di campo gravitazionale che “tenga al suolo” astronauti e macchine per estrarre. Come fai a bucare il suolo con una molla, ipotetica, che ti spinge via dalla parte opposta?

Insomma non è semplice, eppure i cinesi temono che gli americani vogliano la Luna tutta per loro, come il re di una famosa filastrocca. Ne hanno ben donde, dato che gli Usa non hanno mai firmato trattati successivi al molto vago Space Act del 1967 e sia il Presidente Obama che, pochi giorni fa, Trump hanno emanato ordini esecutivi che vanno nella direzione, detto rozzamente, che il primo americano che arriva ci pianta la bandiera ed è roba sua. Detto male, ma il concetto è questo.

Le rivendicazioni americane

Già Obama nel 2015 con il Commercial Space Act aveva chiaramente stabilito che i privati americani hanno il diritto di andare sui corpi celesti e fare il loro business come per esempio costruire miniere sulla Luna e sfruttare acqua e minerali, ma questa poi era stata di fatto commentata anche come atto interno per permettere ai privati di investire in una cornice legislativa interna più promettente per loro.

Ora Trump sostiene, con un atto esecutivo del 6 aprile scorso, che il trattato del 1967 permette agli Usa di usare quanto vogliono le risorse lunari per i loro scopi, in primis per sostenere un insediamento umano permanente, anche se con astronauti che si alternano. Molto stiracchiato, dato che gli Usa, come altri, non hanno mai firmato il più importante fra i trattati internazionali, quello del 1979 che prevede come le risorse di Luna e altri corpi celesti siano gestite da trattati internazionali ad hoc. E torniamo, come modello, alla pesca.

Purtroppo in questa situazione l’Onu potrebbe, oltre che dovrebbe, far sentire in modo autorevole la sua voce, ma proprio quest'anno la pandemia che stiamo vivendo impedisce l'annuale convegno promosso dall'Ufficio Onu per lo Spazio di Vienna, Unoosa, che sarebbe un buon momento comune per discutere, se si volesse.

Intanto, pandemia o meno, pare che oltre che per la Luna, sia sicura anche la partenza fra pochi mesi della missione cinese Tianwen-1 che arriverà a Marte con un rover per studiare il suolo del pianeta rosso.

Insomma, come dice l'impagabile Otello di Shakespeare, «ci sono più cose in cielo e il terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». Il problema è che non si sa bene di chi siano.

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