Interventi

Di debolezze, siti web e punk software

di Don Luca Peyron

3' di lettura

Ci sono scenari che si vedono nei film e che molti pensano possano essere solo oggetto di sceneggiature. Ma alcuni scenari sono realtà e nelle prossime settimane potenziali realtà da incubo. Alla Defcon, la conferenza degli ethical hacker, Alejandro Caceres e Jason Hopper hanno dichiarato di voler rilasciare PunkSpider. Un motore di ricerca capace di scovare e mettere pubblicamente a nudo i siti che hanno bug di sicurezza. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: dalle bravate goliardiche ai ricatti, dal furto di dati alla manipolazione della realtà virtuale a scopi criminosi. Dal ragazzino al delinquente chiunque potrà faticare di meno e avere di più. E soprattutto a spese del più fragile. Una sorta di bullismo hacker.
PunkSpider genera un data base che attraverso parole chiave elenca i siti per tipo di vulnerabilità o gravità di bug. Completa il pacchetto un plug-in di Chrome che controlla i siti visitati per individuare difetti hackerabili. I due ricercatori sostengono che evidenziare falle e vulnerabilità costringa gli amministratori dei siti a darsi da fare per porvi rimedio. Insomma più che un dispetto, dichiarano, un ultimatum verso coloro che di fronte alla cybersecurity hanno sino ad ora fatto spallucce. Il ragionamento, per quanto radicale e punk potrebbe avere una sua logica, ma difetta di un ragionamento di cornice che evidenzia il rischio della specializzazione delle competenze e dei saperi che fa perdere la capacità di vedere quadri di insieme.
Condividiamo che il tema della sicurezza informatica è decisivo e dunque conservazione, trasporto e trattamento dei dati sono questioni capitali. Ciò detto senza proporzionalità nella cura e nelle attenzioni, il sistema collassa su se stesso. Il ruolo originario ed essenziale del web era, e dovrebbe continuare ad essere, di servizio alla vita e all’economia reale e, in definitiva, di sviluppo delle persone e delle comunità umane. Non è pensabile che vi siano strumenti sofisticati e potenti che possano essere introdotti nel sistema perturbandone la stabilità senza che questo riduca se non annulli le potenzialità e l’efficienza del sistema stesso. L'immateriale è materiale: i dati sono persone, non statistiche. Un massiccio attacco a tutto il sistema che tipo di onda genera? Una pandemia la stiamo già vivendo, conviene generarne una digitale per ulteriormente stressare il sistema? Il web prima di tutto non è fatto delle grandi infrastrutture delle multinazionali o dei governi, ma è fatto da siti locali, da sistemi quasi caserecci, da sottostrutture semplici che sono semplici per limitatezza di mezzi. Eppure sono un patrimonio culturale e sociale decisivo.
È vero ed urgente che tutti coloro che gestiscono questi angoli del web sterminato debbano acquisire una maggiore cultura della sicurezza, ma è altrettanto vero che è un principio pedagogico ed educativo discutibile buttare un bambino fragile nell'acqua gelata in pieno inverno. Sopravvive il più forte, si dice. Ammesso e non provato che sia vero, soccombe il debole, e il web è fatto di deboli, non di forti, perché i forti sono pochi e già attrezzati. La teologia ci restituisce un principio di riflessione che può essere interessante: la profezia. Il profeta è colui che denuncia l'ingiustizia e sopraffazione a nome del debole. Il profeta è colui che sa guardare lontano e in profondità perché parte dall'assunto che la comunità umana è una sola e un attacco al più piccolo è un attacco a se stessi. Un sistema che vive a corpo si tutela tutelando prima di tutto l'integrità dell'insieme, piuttosto che usando il criterio violento e inaccettabile del colpirne uno per educarne cento. Un criterio che nasconde in nuce un sottile brivido narcisista: io posso colpirti, e educarti probabilmente è solo un pretesto.
Il web e la trasformazione digitale, benché fatti di lucine e connessioni elettriche, si rivela essere un luogo di forti scontri, di equilibrio di poteri, un campo di battaglia in cui dimostrare al mondo e a se stessi di essere capaci di incidere nella vita di milioni di persone con una riga di codice. Il profeta racconta una storia diversa, che la forza si esprime nell'accettare la debolezza facendosene carico, facendosene voce e non soffocando quella voce già soffocata. La potenza di PunkSpider può essere immaginata non come un grido alla nudità altrui, ma come un velo pietoso con cui coprire quella vergogna? Dio si dimostrò onnipotente non umiliando il colpevole Adamo, ma rivestendolo lui stesso di un vestito di pelli, la prima forma di tecnologia con cui si preservò l'errante, permettendo che vivesse e comprendesse. E se PunkSpider, rilevato il baco, ne desse semplicemente comunicazione all'amministratore del sistema? I profeti amavano soluzioni semplici. Anche per questo la storia li ricorda ancora.
Don Luca Peyron, teologo Università Cattolica

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