fico: il premier non è capo partito

Di Maio all’attacco del 3% deficit-Pil: «Superare il dogma per ridurre il debito»

di Manuela Perrone

(ANSA)

4' di lettura

La risposta di Luigi Di Maio a #MatteoRisponde è #ChiediloaLuigi: una sorta di intervista collettiva moderata da Gianluigi Paragone del palco riminese di Italia 5 Stelle. È quella la sede in cui il nuovo capo politico e candidato premier dal M5S, incoronato ieri tra le polemiche sull’affluenza flop (neanche 31mila voti su appena 37mila votanti su oltre 130mila iscritti certificati) e il gelo degli “ortodossi” capitanati da Roberto Fico, ribadisce con nettezza la sua ricetta per la crescita: da un lato il reddito di cittadinanza, dall’altro lo “Stato innovatore” (e qui cita l’economista di riferimento, Mariana Mazzucato), capace di sostenere l’iniziativa privata nei settori del futuro. In mezzo, gli investimenti in deficit, «perché il parametro del 3% non è un dogma e superandolo potremmo ridurre il debito pubblico». Una teoria non nuova, ma controversa, quella che scommette sulla leva fiscale per ottenere un’accelerazione del Pil.

Reddito di cittadinanza «patto di serietà con i cittadini»
A chi gli chiede come intervenire per aumentare l’occupazione, Di Maio risponde attaccando «chi pensa di creare lavoro modificando le regole»: «Sono stati sprecati 20 miliardi nel Jobs Act. Se li avessero messi in progetti di sviluppo sarebbe stato diverso». La controproposta pentastellata parte dallo storico cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, che Di Maio definisce «un patto di serietà con i cittadini» e di cui difende le coperture: chi non trova un’occupazione riceve un sostegno, condizionato però alla ricerca attiva e alla riqualificazione (una soluzione che per i Cinque Stelle servirebbe anche a ricollocare i 40-50enni che hanno perso il lavoro). Allo stesso tempo, secondo Di Maio, lo Stato innovatore promuove le sfide dell’innovazione. Quali? Il candidato premier M5S menziona l’edilizia («Ristrutturare energeticamente quello che esiste, non costruire nuovi edifici che poi restano vuoti»), le rinnovabili, le tecnologie. E il progetto auto elettriche: 450 milioni di euro entro il 2020 per mettere in circolazione un milione di veicoli green.

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Accordo con imprenditori «onesti»
Il target tradizionale del M5S - professionisti, artigiani, Pmi - è solleticato su più fronti. Il primo è quello, sentitissimo, delle semplificazioni amministrative e fiscali. «Per ogni legge nuova se ne devono abolire due vecchie», promette il vicepresidente della Camera. Poi c’è la questione tasse: il sogno M5S è abolire gradualmente l’Irap per le piccole e medie imprese. Infine, l’invito a fare un «patto con gli imprenditori: ogni euro recuperato da corruzione lo destiniamo a chi ha sempre portato avanti un’attività onestà».

Immigrazione: «Restare umani, ma lo faccia anche l’Ue»
Sui migranti, Di Maio ha ribadito la linea in tre punti: rivedere il regolamento di Dublino, «il muro che non ci permette la redistribuzione» nel resto d’Europa; creare hotspot direttamente nei Paesi di provenienza, «idea sdoganata anche da Macron»; combattere il «business italiano dell’immigrazione», fatto di «appalti senza gara, cooperative e hotel che ci guadagnano». Se l’Ue non ascoltasse? «Diamo all’Europa 20 miliardi ogni anno e ne spendiamo 4,5 per l’accoglienza dei migranti. Ne tratterremo una parte». In sintesi, per Di Maio «la priorità è restare umani, ma deve farlo anche l’Ue».

Rosatellum 2.0 «attacco alla democrazia»
Il M5S non farà sconti sulla legge elettorale. «Il Rosatellum 2.0 è un attacco alla democrazia che vuole impedire alla prima forza politica del Paese di andare al governo», afferma Di Maio. «Faremo di tutto in Parlamento per fermarlo». Più tardi, dal blog di Grillo, il fedelissimo Danilo Toninelli insisterà: «È palesemente anticostituzionale». Poi Di Maio rispolvera l’antico odio grillino verso il divieto di vincolo di mandato previsto dall’articolo 67 della Costituzione: «Istituiamo il recall per i parlamentari che cambiano casacca».

Casaleggio jr difende la piattaforma Rousseau
Dopo Di Maio, sul palco di Rimini, a chiudere l’ultima giornata della kermesse, salgono il dimaiano Giancarlo Cancelleri, candidato governatore in Sicilia, anticipato da una presa di distanza del nuovo capo politico («Non dobbiamo usare le elezioni siciliane per grandi dinamiche nazionali»), e Davide Casaleggio. Che difende la piattaforma Rousseau, vittima di attacchi hacker anche durante le primarie online: «Abbiamo dovuto proteggerla, è un nuovo spazio di democrazia che ci permette di scegliere ciò che è importante per il Movimento». Scontato l’«in bocca al lupo» a Di Maio, il prescelto per l’agognata scalata a Palazzo Chigi dallo stesso Gianroberto: «Dobbiamo aiutarlo tutti insieme: dobbiamo essere una grande squadra, come tanti volontari ignoti, per costruire una Smart nation, una nazione intelligente».

Ortodossi in trincea: i distinguo di Fico
I malesseri restano. Quella siglata ieri con gli ortodossi è una tregua fragile. Carlo Sibilia rivela di non aver votato alle primarie. Fico rimane nell’area sotto il palco mentre parla Di Maio, poi si dilegua da un’uscita laterale. Ha appena precisato ai cronisti che lo assediano: «Oggi il candidato premier è il capo della forza politica, un obbligo riferito alla legge elettorale, e non è capo della vita ppolitica generale del Movimento. Questa è una grande distinzione». A chi insinua che la pax passerà per le poltrone nella squadra di governo, replica secco: «A me interessa il Movimento, non i ministeri». Certo è che per i Cinque Stelle si apre ora una nuova fase, con Beppe Grillo nel ruolo di «papà» e in quello, che gli è più congeniale, di “frontman d’assalto” e di spettacolo. La partita siciliana e la costruzione della squadra, a dispetto delle smentite, saranno i primi stress test per la tenuta degli equilibri interni.

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