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Di Maio: no a mozioni M5s contro la Nato o la Ue

Il ministro degli Esteri ha lanciato un’accusa pesantissima a Conte, rimproverando l’attuale leader pentastellato di «ambiguità» sulla guerra in Ucraina e sui rapporti con gli alleati

di Barbara Fiammeri

Di Maio: "M5S rischia di diventare forza politica dell'odio"

3' di lettura

La tempistica la potremo valutare meglio lunedì, quando la maggioranza si riunirà per mettere a punto la risoluzione, che accompagnerà le comunicazioni in Parlamento di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. Perché che la convivenza tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sia giunta al capolinea da giovedì non è più una notizia. Si tratta ora di capire quando avverrà il divorzio.

Le accuse di Di Maio

Il ministro degli Esteri ha lanciato un’accusa pesantissima, rimproverando l’attuale leader pentastellato di «ambiguità» sulla guerra in Ucraina e sui rapporti con gli alleati. Una presa di posizione alla quale - denuncia - gli è stato risposto con «insulti personali» trasformando M5s «in una forza politica dell’odio». Parole che avvicinano all’uscita sempre di più il ministro degli esteri e quanti lo seguiranno. Non pochi probabilmente, visto che oltre alla politica “alta” c’è anche il desiderio di non vedersi troncare la carriera per legge, ossia per il vincolo dei due mandati, su cui a breve gli iscritti voteranno e che ieri ha ricevuto l’avallo di Beppe Grillo.

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Il voto sulla trasferta a Bruxelles di Draghi

Di Maio invece è convinto che Conte voglia mettere in crisi il governo per tentare di risalire la china dall’opposizione, o comunque da una non partecipazione all’esecutivo. Il pretesto potrebbe essere l’imminente voto sulla trasferta a Bruxelles di Draghi: «Leggo in queste ore che una parte di M5s vuole inserire nella risoluzione frasi e parole che disallineano l’Italia dalle sue alleanze storiche, la Nato, l’Ue e da quella che è la sua postura internazionale. Noi non siamo un Paese neutrale».

Il no all’invio di altre armi all’Ucraina

Il tema di questo presunto “emendamento” conterrebbe un «no» esplicito all’invio di armi all’Ucraina, che poi è quanto pubblicamente diceva Conte fino a qualche giorno fa, quando ripetutamente chiedeva che il Parlamento potesse «tornare a pronunciarsi» sbarrando la strada ad un ulteriore riarmo dell’Ucraina. Ora però l’ipotesi di un testo separato targato M5s viene smentita. Eppure proprio la pericolosità dell’argomento armi ha suggerito alla maggioranza di accantonarlo rinviando appunto a lunedì la possibile soluzione.

La questione del limite dei due mandati

La ricostruzione di Conte è diversa. Per il presidente M5s a muovere Di Maio è solo - per usare una espressione mai fuori moda - una «questione di poltrone» e cioè il voto imminente («entro fine mese» aveva anticipato) degli iscritti sul limite dei due mandati che di fatto impedirebbe a gran parte dei big M5s, a partire dall’attuale ministro degli Esteri, di poter essere rieletti. A rafforzare l’interpretazione contiana è anche il messaggio via blog di Beppe Grillo.

La presa di posizione di Grillo

Il cofondatore si schiera per la conferma del limite dei due mandati per «prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere» nel Movimento e ironizza sull’eventuale «sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo» che, secondo i contiani, sarebbe proprio Di Maio. Grillo dovrebbe essere a Roma nei prossimi giorni. C’è chi sostiene che non è da escludere arrivi già nel weekend o subito dopo l’assemblea dei parlamentari che verrà convocata per mercoledì. Di Maio però sul doppio mandato si allinea al cofondatore. «Invito gli iscritti a votare secondo i principi fondamentali del Movimento, li invito io, perché questa è una forza politica che si sta radicalizzando all’indietro».

I big che non torneranno in Parlamento

Se così sarà gran parte dei big non tornerà in Parlamento: su 227 parlamentari M5S, sono una settantina gli eletti già al secondo mandato. Tra questi molti peones, ma anche figure di spicco, a partire da quasi tutti gli attuali ministri e sottosegretari del governo Draghi (tra le eccezioni il capodelegazione al Governo Stefano Patuanelli e la viceministra al Mise Alessandra Todde) e quindi - oltre a Di Maio - Federico D’Incà, Fabiana Dadone, Dalila Nesci, Manlio Di Stefano, Carlo Sibilia e Laura Castelli ma anche figure storiche del Movimento come Roberto Fico, Vito Crimi, Davide Crippa o Paola Taverna.

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