M5S e strategie post-voto

Di Maio, la squadra guarda a sinistra. A partire dalla terna economica di prof anti-austerity

di Manuela Perrone

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Il candidato premier Luigi Di Maio e i 17 aspiranti ministri M5S (foto Ansa)


3' di lettura

«Mettiamo a disposizione del Paese queste personalità». La frase pronunciata ieri dal candidato premier M5S Luigi Di Maio nel presentare i suoi 17 aspiranti ministri va letta nel suo significato politico: è un’offerta che il leader pentastellato metterà sul piatto, la sera del 4 marzo, offrendola agli altri partiti insieme al programma. E, a scorrere curriculum, esperienze e visioni dei 17 (tutti tecnici tranne i due fedelissimi deputati uscenti Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro) appare abbastanza chiaro dove il Movimento sta guardando per non restare escluso dalla partita della formazione del governo che verrà: a sinistra.

Vale innanzitutto per la terna economica di professori 40enni anti-austerity: Andrea Roventini della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (si veda l’intervista esclusiva realizzata sul Sole 24 Ore di ieri), scelto per il Mef; Lorenzo Fioramonti dell'Università di Pretoria, proposto per lo Sviluppo economico; Pasquale Tridico dell’ateneo di Roma Tre, indirizzato a Lavoro e Welfare. Tutti colleghi e amici, che collaboravano ben prima di questa avventura. Soprattutto, tutti acerrimi nemici delle teorie neoliberiste e tutti neo o post keynesiani. Con tre punti fermi: la feroce critica alle politiche di austerity (”autodistruttive”, le ha definite Roventini), la convinzione che la finanziarizzazione dell’economia abbia aumentato a dismisura le disuguaglianze e la promozione del reddito minimo. Posizioni da cui scaturiscono il “no” al Jobs Act (Tridico ieri al Salone delle Fontane all’Eur ha sottolineato accorato: «Quattro contratti su cinque nel 2017 sono stati a termine: era questo l’obiettivo?»), il “sì” al reddito di cittadinanza cavallo di battaglia del M5S (che in realtà è una forma di reddito minimo) e l’alt alla flat tax proposta dal centrodestra. «È una fake - ha detto Roventini - che porterà deficit crescente e benefici all'1% più ricco della popolazione».

All’indomani del voto, se il Movimento si confermerà primo partito e vedrà aumentare i consensi dal 26% del 2013 alla Camera intorno alla soglia “psicologica” del 30%, la piattaforma e la squadra potrebbero essere offerti per costruire eventuali maggioranze, forti della sintonia cercata con il presidente Mattarella. Molto più utili dei punti di convergenza lanciati da Di Maio (come il dimezzamento degli stipendi o l’addio al vincolo di mandato) e molto più rivelatori dell’area alla quale ci si rivolge: quella del Pd “derenzizzato” (si confida in un tracollo dei dem che costringa il segretario a farsi da parte) e di Liberi e uguali, con cui già in Sicilia si erano tentati accordi.

D’altronde, nella passerella di ministri potenziali sfilata ieri, almeno tre hanno mostrato simpatie renziane: il preside Salvatore Giuliano (Istruzione), che ha partecipato ai cantieri della Buona Scuola e che si rivolgeva a Renzi durante un evento con un «Presidente, la scuola è con lei»; la criminologa Paola Giannetakis (Interno), il cui nome figura tra gli studiosi che firmarono un “pacato sì” al referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre 2016; la dirigente ministeriale Alessandra Pesce (Agricoltura) che non ha avuto remore a riconoscere che Maurizio Martina «è stato un buon ministro».

Ma più delle presenze parlano le assenze. Nel team non ci sono “ganci” a destra: ieri non sono risuonate promesse di pugno duro nei confronti degli immigrati né attacchi all’Europa matrigna o all’euro. Soltanto l’appello di Roventini a cambiare il Fiscal Compact, anche quello ormai fatto proprio anche dal Pd. La sintesi la fa una fonte interna: «Senza Renzi si aprono praterie per accordi tra i Cinque Stelle e la sinistra». E alla domanda se con la Lega qualsiasi ipotesi di alleanza post-voto sia tramontata la risposta è sincera: «Non si può escludere niente finché non si vedono i numeri, ma sarebbe difficile da far digerire».

Nessuno si azzarda a immaginare soluzioni che non prevedano Di Maio premier, ma chissà che anche questo paletto, alla luce di un quadro instabile, alla fine crollerà. «Non lasceremo il Paese nel caos», continua non a caso a ripetere il capo politico. Certo è che Beppe Grillo, che stasera sarà sul palco “riunificatore” di piazza del Popolo e che ieri ha definito «finita» l'epoca dei vaffa, ha suggellato il compimento di una metamorfosi avviata da più di un anno. E che altri cinque anni di opposizione per i Cinque Stelle sono uno spettro che si farà di tutto per evitare.

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