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Di Sibio (EY): «Wall Street oggi è diversa, l’utile non basta più»

di Riccardo Barlaam

Carmine Di Sibio. Dal primo luglio è global chairman e ceo di EY

6' di lettura

Il futuro non si può prevedere, ma si può preparare. Un pianeta connesso, che costringe tutte le aziende a ripensare il modo in cui servono i loro clienti per continuare a creare valore. Intelligenza artificiale, big data, blockchain, smart cities. Trasformazioni che cambieranno non solo il business ma il mondo. Carmine Di Sibio dal 1° luglio è global chairman e ceo di EY, una delle “big four” della consulenza globale.

La società sta investendo un miliardo di dollari in due anni per trasformare tutti i suoi processi con il digitale: ha sviluppato una piattaforma blockchain per autenticare i prodotti dei clienti e limitare le frodi, cose come le etichette dei vini in Toscana o gli alimenti surgelati; l’intelligenza artificiale usata per analizzare i documenti dei clienti, ridurre i tempi dei procedimenti, migliorare la precisione e l’efficienza.

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Di Sibio è un executive americano, ma è nato in Italia. Classe 1963, è alla guida di una multinazionale con 280mila dipendenti, diffusa in 150 Paesi, che nell’anno fiscale 2019 ha registrato 36,4 miliardi di dollari di ricavi (+4,7%) (+8%), società che lui vuol far diventare ancora più globale con la sua gestione. È entrato 35 anni fa in EY e ha scalato tutti i gradini fino ad arrivare ai vertici.

Originario di Frigento, paese di poco più di 3mila anime a 900 metri sul livello del mare, in provincia di Avellino, da dove quando il cielo è terso si arrivano a vedere i monti dell’Abruzzo. Lo scorso fine settimana, tra un aereo e l’altro, è tornato in Campania per ricevere il premio “Irpino dell’anno”. «Sono onorato di aver ricevuto questo riconoscimento», racconta. «Il Comune di Frigento al termine mi ha onorato di un pranzo, a base di tanti prodotti locali, pasta fresca, formaggi artigianali, grandi vini, mozzarella, pecorino. Amo il cibo italiano, la cultura gastronomica americana è lontana anni luce. Un patrimonio».

Quando è arrivato negli Stati Uniti?

La mia famiglia è emigrata nel 1966 quando avevo 3 anni. A New York, più precisamente a Long Island dove c’era una grande comunità di persone che proveniva dalla Campania. Questo aiutò l’inserimento. La mia prima lingua era l’italiano, che parlavamo a casa. A scuola ho imparato l’inglese, anzi l’americano.

Che ricordo ha della sua infanzia?

A casa mia c’erano sempre il prosciutto e la mozzarella, allora non molto noti negli Stati Uniti. E tutti i miei amici venivano con piacere a casa perché sapevano che trovavano sempre delle ottime merende. Oggi è molto differente.

Che rapporto ha con l’Italia?

Ci torno sempre con molto piacere, ci sono stato almeno 15 volte negli ultimi anni. Spesso per lavoro, la maggior parte delle volte in vacanza.

Non sono molti gli italiani in posizioni di primo piano nelle multinazionali americane.

Sono molto orgoglioso delle mie origini . La considerazione degli italiani negli Usa è cambiata negli ultimi anni. Fino agli anni Settanta era impossibile per un italoamericano lavorare a Wall Street, c’erano solo americani, ebrei americani e irlandesi. Oggi non è più così. Gli stereotipi sugli italoamericani li lasciamo ai film. Ci sono tanti italiani che hanno posizioni di rilievo nelle migliori università americane. Gli italiani sono considerati grandi lavoratori, onesti, di solito molto legati alle aziende nelle quali lavorano. Nella maggior parte dei casi fanno bene e alla lunga emergono.

Ci sono specificità degli italo-americani rispetto alla cultura americana?

La cultura italiana è molto orientata alla famiglia. Questo non è necessariamente vero per la cultura americana. Per alcuni sì, certo, ma per molti americani questo non è importante. Negli Usa quando pensi alla cultura italiana pensi alla famiglia, allo stare insieme, al buon cibo ovviamente. Gli italiani sono abituati per natura a fare gioco di squadra nelle società. Negli Stati Uniti il termine capitalismo ha una accezione positiva: l’American Dream, il Paese dove tutto può succedere, dove il merito viene riconosciuto ed è possibile realizzare il proprio sogno lavorativo. In Italia non sempre è così. C’è un modello di capitalismo perlopiù familiare, legato a grandi famiglie, e talvolta il termine capitalismo si porta dietro un’accezione negativa. Per diversi aspetti anche negliUsa oggi il capitalismo è sotto una stretta. Molti articoli sui giornali evidenziano gli aspetti negativi, tante cose le leggi anche qui. Va detto però che le aziende americane non sono più focalizzate solo sulla creazione di valore per gli azionisti. Il profitto non è l’unica leva, ci sono valori a lungo termine a cui pensare.

Quali?

Primo: le aziende devono pensare ai propri clienti. Secondo: ai dipendenti. Al terzo posto c’è il ruolo che l'azienda ha nella società e nell’area geografica in cui opera. Al quarto posto ci sono gli azionisti.

Un capitalismo dal volto umano. La stessa cosa di cui parla Jamie Dimon nella nota lettera di qualche mese fa.

Faccio parte della Business Roundtable guidata da Dimon che ha scritto il documento del nuovo capitalismo. Quella lettera ho contribuito a scriverla e l’ho firmata anche io. A Wall Street i programmi di sostenibilità e di responsabilità sociale sono diventati dei pre-requisiti, che gli investitori istituzionali chiedono alle aziende quando vengono a battere cassa. È così, non è una moda. Gli investitori, i grandi fondi come BlackRock, Vanguard, Fidelity, Pimco, li pretendono. Tutti gli asset manager sono molto focalizzati su questi aspetti, vogliono sapere dove investono i loro soldi.

EY è attiva in questo campo?

Stiamo lavorando a un progetto a lungo termine per le aziende assieme a Google che prevede un codice di condotta, il rispetto della diversity, cose così. Il progetto è partito in Gran Bretagna, ma si è allargato a tutto il mondo ed è stato già adottato da 30 grandi aziende.

Prima di diventare ceo e presidente di EY, lei ha guidato il team che ha studiato la trasformazione digitale dell’azienda con il piano biennale di investimenti di un miliardo di dollari.

Nell’era digitale tutte le aziende, piccole e grandi, devono chiedersi come trasformare loro stesse. Se non lo fai non sopravvivi perché i tuoi concorrenti lo fanno. C’è tanto lavoro da fare.

Per le “big four” della consulenza e dell’audit – EY, Deloitte, Kpmg e Price – si ripropone periodicamente il tema del conflitto di interessi. Di recente i regolatori britannici hanno lanciato un alert sulla qualità delle revisione dei conti.

All’interno di EY e anche delle altre “big four” ci sono diverse competenze. Noi cerchiamo di usare tutti gli skill che abbiamo per la consulenza, per migliorare le performance, per la qualità, per la revisione dei conti. L’approccio multidisciplinare è molto importante, come le collaborazioni tra le varie divisioni. Certo, bisogna seguire delle regole per evitare che ci siano conflitti di interesse. I rischi ci sono e gli errori aiutano a migliorarsi.

Lei è un sostenitore dei mercati aperti. Come si coniuga la globalizzazione con la trade war, le barriere protezionistiche, i dazi?

La globalizzazione è una forza per lo sviluppo economico. Tutta la società potrà godere dei suoi benefici. Abbiamo bisogno di mercati aperti per consentire l’innovazione su ampia scala e tendere verso un maggior progresso di tutta l’umanità. Certo con Trump è venuto in evidenza il tema del riequilibrio negli scambi commerciali. Tutti i Paesi tendono a questo. La tecnologia rende la globalizzazione immediata: qualsiasi cosa è disponibile immediatamente. Nessuno può fermare questo processo, neanche Trump.

L’Italia è nel G-7 ma è un piccolo Paese in termini geografici ed economici rispetto a colossi come Usa e Cina. Come la vede lei?

L’Italia ha dei primati che tutti invidiano, impossibili da copiare. Numero uno: ha una grande cultura che ha illuminato il mondo lungo la storia, pensiamo al Rinascimento. Secondo: l’Italia ha imprenditori incredibili, innovatori che fanno prodotti di eccezionale qualità, nell’alimentare, nell’agricoltura, nei vini, la moda, l’industria, le auto, le moto. Marchi iconici conosciuti in tutto il mondo. Questo è qualcosa che bisogna continuare a fare e a fare bene.

Quali sono le criticità a suo parere?

L’aspetto demografico è un grande tema in Italia, con l’invecchiamento della popolazione, il declino delle nascite e la fuga dei cervelli. Bisogna tenerne conto. Il problema più grave è quello della disoccupazione giovanile e dei giovani che lasciano il Paese e vanno all’estero per cercare lavoro. Succede anche ai miei nipoti. Bisogna puntare sulla tecnologia, creare aziende innovative. Gli italiani sono i più creativi di tutti. Se si associa la tecnologia alla creatività può venire fuori un nuovo miracolo economico. Sarebbe una cosa ottima per l’Italia.

Come è cambiata la sua vita con questo nuovo incarico ai vertici di EY?

Sono in questa azienda da 35 anni, avevo anche un prima un ruolo molto importante come Global managing partner. Quello che è cambiato è che passo l’80% del mio tempo in viaggio in tutto il mondo per incontrare i nostri clienti, più di quanto vorrei. Negli ultimi nove giorni ad esempio sono stato a Pechino, Shanghai, Mosca, Monaco, Stoccarda, Frigento. Oggi sono a New York, domani andrò a Minneapolis, poi in Arizona e infine a Londra. Ogni volta incontro i ceo di importanti aziende e questo è il mio lavoro: cercare di guidarli, di trovare la strada giusta per ognuno. La mia famiglia è a New York ed è impegnativo.

Non teme le troppe responsabilità?

Ho molta fiducia nelle persone con cui lavoro. Sono da una vita in questa società, che credo di conoscere. Divido le responsabilità con i miei collaboratori in tutto il mondo: diversamente sarebbe impossibile seguire tutto. Credo di essere aperto e naturalmente molto orientato al gioco di squadra. E questa è una eredità della mia cultura italiana.

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