editorialereligione e terrorismo

Dialogo con l’Islam moderato per neutralizzare i cattivi maestri

di Bruno Forte

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(Marka)

5' di lettura

Fanno pensare le dichiarazioni rese ad alcuni giornalisti da Mohammad al Sharif, 23 anni, compagno di scuola di Salman Abedi, l’attentatore suicida che alcune settimane fa a Manchester ha ucciso ventidue persone, tra cui tanti bambini: «Non sono affatto sorpreso che Salman abbia massacrato tutti quei civili decidendo di uccidere se stesso. Era il tipo che poteva farlo, lo sapevamo tutti.

Del resto, tra la comunità di emigrati libici con cittadinanza britannica in quella città conosco personalmente tanti che sono estremisti come lui. E anche qui in Libia ci sono un mucchio di giovani che ormai danno ben poco valore alle loro vite personali. La morte, persino il suicidio, sono parte del nostro quotidiano». Com’è possibile che nella mente e nel cuore di un giovane possa insinuarsi e prosperare un simile desiderio di morte? Liquidare l’atteggiamento di questi giovani come follia ha certo un fondamento di verità, ma rischia di banalizzare il processo psicologico ed emotivo, oltre che di educazione alla violenza e all’odio, che sta dietro ai loro gesti. Dobbiamo cercare di comprendere perché e come sia possibile che giovani come tanti, figli del nostro tempo e del “villaggio globale”, abbiano potuto radicalizzarsi e arrivare a un tale grado di fanatismo da compiere atti di pura barbarie, per giunta pretendendo di agire in nome del loro Dio e della loro comunità religiosa. Una prima ragione sta nella svalutazione della vita, che è andata insinuandosi in loro: probabilmente è la percezione più o meno fondata di emarginazione rispetto ai loro coetanei, non appartenenti a famiglie di immigrati o discendenti da esse, che ha prodotto in loro un sentimento di rigetto e di rivalsa, legato a una diffusa insoddisfazione rispetto alla qualità delle relazioni umane sperimentata negli ambienti della scuola, delle amicizie e del lavoro. Sentirsi diversi, estranei nel profondo al “branco”, cui si vorrebbe appartenere, provoca non solo un senso di isolamento, ma anche un bisogno di rivincita e una disaffezione alla vita che, sebbene sembrino sentimenti opposti, facilmente coabitano nel cuore di un adolescente o di un giovane che sta affacciandosi al proprio domani. Il rancore più o meno sordo che può nascere nel cuore e progressivamente svilupparsi e ingigantirsi è un potenziale di disprezzo dell’esistenza propria e altrui che non va sottovalutato. Da qui si delinea in alcuni la ricerca di un protagonismo conseguito attraverso atti estremi, che diano un qualche sapore al male di vivere, mentre in altri si determina una più o meno consapevole fuga dalla realtà, che porta all'uso di droghe e a forme diverse di alienazione dal reale. Naturalmente, questi esiti vengono spesso a unirsi in una miscela esplosiva, che si traduce nell’esercizio della violenza folle su altri, indifesi e innocenti, assaliti e uccisi senza scrupoli anche a prezzo della propria vita.

A quest’insieme di ragioni va poi unita l’influenza dei “cattivi maestri” che, giocando col fuoco, hanno contribuito a una vera e propria perversione nella mente di molti giovani dell’idea religiosa di “jihad”. Originariamente, allorché Maometto si trovava a La Mecca, quest’idea era riferita al combattimento con se stessi che i credenti sono chiamati a vivere per obbedire alla volontà divina. In seguito all’“Egira”, e cioè al trasferimento da La Mecca a Medina nel 622 e alla fondazione di uno stato islamico, con le conseguenti esigenze di relazionarsi a possibili nemici, il Corano autorizzò il combattimento difensivo: «A coloro che sono stati aggrediti è data l’autorizzazione [di difendersi], perché certamente sono stati oppressi e, in verità, Allah ha la potenza di soccorrerli» (Sura 22, 39; cf. pure 2, 190-193). Veniva comunque sancito il rispetto della libertà religiosa: «Non c’è costrizione nella religione» (2, 256). Successivamente, da difensiva la violenza venne giustificata anche nella forma della pena nei confronti di chi si fosse rifiutato di accogliere la rivelazione coranica o non avesse accettato la “capitazione”, il pagamento cioè di una tassa per professare una fede diversa da quella dei vincitori: «Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi idolatri ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso» (9,5). Infine, la “jihad” venne ad assumere i connotati veri e propri della guerra santa in passaggi come questo: «Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati» (9,29).

Chi legga del Corano solo i passaggi che spingono alla violenza e ignora quelli che invitano alla moderazione, come avviene nei fondamentalisti, può sentirsi giustificato, se non incoraggiato, alla lotta armata contro l’infedele. Ecco perché il ruolo dei maestri è qui fondamentale, e ogni via di dialogo e collaborazione con l’Islam moderato va perseguita per isolare e neutralizzare l’influenza dei “cattivi maestri”, che hanno facile gioco soprattutto in tempi di insicurezza o di generale destabilizzazione, come quelli seguiti alle cosiddette “primavere arabe”, su menti di giovani in condizione di fragilità tale da lasciarsi affascinare da messaggi di radicalismo cieco e di violenza. In alternativa a questo insegnamento dell'odio vorrei citare le parole di un maestro, che ha parlato dalla cattedra ineccepibile del martirio: il giovane sacerdote iracheno Ragheed Ganni, trucidato da un gruppo di terroristi islamisti il 3 giugno del 2007 insieme a tre suddiaconi a Mosul. A chi, armato e mascherato, gli puntava contro un'arma urlando: «Ti avevo ordinato di chiudere la tua chiesa! Perché non lo hai fatto? Perché sei ancora qui?», aveva risposto: «Come posso chiudere la casa del Signore?». A queste parole il terrorista lo aveva spinto a terra, scaricandogli addosso quindici colpi del fucile mitragliatore. Poco dopo toccava la stessa sorte ai tre che lo accompagnavano. Precedentemente il giovane prete aveva dichiarato: «I terroristi cercano di toglierci la vita, ma l’Eucarestia ce la ridona. Qualche volta io stesso mi sento fragile e pieno di paura. Quando, sollevando l'Eucarestia, dico le parole: “Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”, sento in me la Sua forza: io tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». Non ho dubbi che il vero vincitore, nel tempo e per l’eternità, sia lui, don Ragheed Ganni, per l’amore che ha confessato sino alla fine e che il suo martirio, come quello di tanti altri, non sarà vano per la pace della famiglia umana e il dialogo autentico e fecondo fra cristiani e credenti islamici.

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