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Diamanti in crisi: per De Beers peggior risultato dalla fine del monopolio

Il coronavirus è solo l’ultimo problema, in ordine di tempo, per il settore dei diamanti, che da anni se la passa davvero male con vendite in calo e prezzi sempre più bassi

di Sissi Bellomo

Ecco il diamante grande come una palla da tennis

Il coronavirus è solo l’ultimo problema, in ordine di tempo, per il settore dei diamanti, che da anni se la passa davvero male con vendite in calo e prezzi sempre più bassi


3' di lettura

Non c’è pace per il mercato dei diamanti. E i conti di De Beers soffrono: l’esercizio 2019 si è chiuso con quello che probabilmente è il peggior risultato da quasi un ventennio, ossia dal periodo in cui il colosso sudafricano – oggi controllato da AngloAmerican – ha perso il monopolio delle gemme preziose.

L’anno scorso i profitti di De Beers sono crollati dell’87% ad appena 47 milioni di dollari. Il margine operativo lordo (Ebitda) si è più che dimezzato a 558 milioni, per effetto di minori volumi di vendita e della discesa, che sembra senza fine, dei prezzi dei diamanti, ormai ai minimi da almeno dieci anni.

Nel corso del 2019 il prezzo di vendita delle gemme grezze è diminuito di un quinto per De Beers, a una media di 137 dollari per carato. Il fatturato del gruppo ha subito una contrazione del 24,3% (a 4,6 miliardi di dollari), alla quale hanno contribuito anche Lightbox – la nuova divisione che vende diamanti sintetici – e Element Six, che serve i clienti industriali.

Il coronavirus è solo l’ultimo dei problemi, in ordine di tempo. «Di questi tempi non c’è molta gente che va a spasso per gioiellerie in Cina», è l’amaro commento di Mark Cutifani, ceo di AngloAmerican. Il gruppo minerario ha rilevato il controllo di De Beers dalla famiglia Oppenheimer nel 2012 e da allora non aveva mai avuto un contributo così risicato ai profitti.

Per Anglo il 2019 è finito con l’Ebitda in crescita del 9% (a 10 miliardi di dollari) e Cutifani che ringrazia la diversificazione: il risultato positivo dipende dal minerale di ferro e dai metalli preziosi, in particolare il palladio e il rodio, protagonisti di un rally da primato. Il carbone, insieme ai diamanti, ha invece fatto da zavorra, costringendo a svalutazioni per circa 900 milioni di dollari, simili a quelle effettuate pochi giorni fa dalla concorrente Glencore.

De Beers – e in generale i produttori di diamanti – avevano già sofferto molto per la guerra dei dazi tra Usa e Cina. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e le proteste di Hong Kong avevano dato un altro colpo alle vendite, così come il diffondersi dei diamanti sintetici.

Prima ancora a turbare il mercato era intervenuta la crisi di liquidità nel midstream,  l’industria del taglio dei diamanti grezzi , che non si è ancora risolta del tutto.

Proprio quando sembrava esserci qualche timido spiraglio di ripresa, è arrivata l’epidemia di coronavirus.

«Stiamo constatando che tra i nostri clienti c’è un umore migliore – ha affermato Cutifani – Il mercato rimbalzerà». Un sostegno è arrivato anche da De Beers, che nel 2019 ha tagliato del 13% l’estrazione di diamanti (a 30,8 milioni di carati) e offerto grande flessibilità agli acquirenti di gemme grezze, i cosiddetti “sightholders”, per aiutarli a superare la crisi e a ridurre le scorte: premessa indispensabile per una ripresa dei prezzi.

«In realtà sono molto orgoglioso di quanto De Beers ha fatto nel 2019», ha dichiarato il ceo della società, Bruce Cleaver. «Non è stato un anno facile. Ma abbiamo guidato l’industria, abbiamo passato un sacco di tempo a discutere con i clienti, con i banchieri, con i rivenditori per trasmettere fiducia sul fatto che De Beers pensa che un grande futuro ci aspetti».

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