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Diamanti, il mercato è in crisi. E tra dazi e gemme sintetiche va sempre peggio

La congiuntura economica sfavorevole peggiora le condizioni del settore, che oggi è anche alle prese con una nuova sfida, di carattere strutturale: quella dei diamanti creati in laboratorio, indistinguibili da quelli naturali, ma molto meno costosi e più etici

di Sissi Bellomo

(Afp)

3' di lettura

Un diamante è per sempre ma il mercato oggi sta andando a picco, affondato dalla doppia zavorra della congiuntura economica sfavorevole e dal crescente successo delle gemme sintetiche: un fattore strutturale quest’ultimo, che si avvia a pesare sempre di più sul settore.

Il termometro della crisi sono le vendite di De Beers che, mentre infuria la guerra dei dazi tra Usa e Cina, vanno di male in peggio. Eppure lo storico gruppo sta facendo di tutto per difendere la sua posizione, compreso offrire ai clienti concessioni senza precedenti.

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Si è conclusa con risultati deludenti anche l’ultima vendita di diamanti grezzi di De Beers. Il settimo incontro di quest’anno con i «sightholders», una cerchia ristretta e superesclusiva di commercianti, ha fruttato appena 280 milioni di dollari , il 44% in meno rispetto a dodici mesi fa, quando già le condizioni del mercato non erano delle più rosee.

Il dato, comunicato ieri dalla controllata di AngloAmerican, porta a 2,9 miliardi il bilancio provvisorio per il 2019 (-26%). Con soli tre ulteriori appuntamenti con i clienti in calendario di qui a dicembre, non sarà facile invertire la tendenza.

La netta contrazione di questo mese è in parte legata all’«ulteriore flessibilità delle forniture offerte», per usare le parole di Bruce Cleaver, ceo di De Beers. In pratica, stando a indiscrezioni raccolte da Bloomberg, ai sightholders – che normalmente sono tenuti ad acquistare in blocco i diamanti proposti – questa volta è stato permesso di rifiutare fino a metà delle gemme meno pregiate, quelle di dimensione inferiore a tre quarti di carato. De Beers avrebbe anche offerto di riacquistare il 20% delle gemme. Un’opportunità che molti a quanto pare hanno colto al volo.

Nei mesi scorsi erano state fatte altre concessioni. Ai clienti era stato permesso di rinviare gli acquisti e De Beers – che di solito tiene duro sui prezzi, a costo di sacrificare i volumi – aveva persino offerto sconti fino al 10% sui diamanti più piccoli, di cui oggi c’è un eccesso di produzione. L’ultima volta che aveva ceduto sui prezzi era stato nel 2016, in risposta alla crisi di liquidità in India dopo il ritiro delle banconote da 500 e 1.000 rupie deciso dal Governo.

Il problema più grave sul mercato riguarda tuttavia la domanda. Le vendite di diamanti tagliati e più in generale di gioielleria sono sempre più deboli, vittime del rallentamento dell’economia, in particolare in Cina, Paese che da anni traina la crescita del settore.

I tagliatori (oggi concentrati in gran parte in India, mentre gli antichi centri di eccellenza, a cominciare da Anversa, hanno perso peso) hanno accumulato scorte di diamanti grezzi che ora faticano a smaltire. Secondo il Time of India nei distretti di Surat e Mumbai ci sono scorte per almeno 10 miliardi di dollari, un record dall’epoca della recessione globale, dieci anni fa. La reazione, secondo il giornale, è stata ridurre gli acquisti per almeno 2 miliardi.

Non se la passa bene del resto nemmeno Alrosa, che spartisce con De Beers oltre metà del mercato mondiale dei diamanti. Il colosso statale russo a luglio ha visto crollare le vendite di gemme grezze del 51% in termini di valore, a 164 milioni di dollari. Il ceo Sergei Ivanov, intervistato qualche settimana fa dal Financial Times, dà la colpa alla guerra dei dazi: «Pensavamo di aumentare le vendite in Cina del 2-3% quest’anno, ma ora l’outlook è più pessimista, il tasso di crescita sarà neutro o leggermente negativo. Quando ci sono instabilità politica o tensioni le vendite di beni di lusso reagiscono subito».

Un altro problema – di cui le minerarie sono più restie a parlare, ma con cui dovranno fare sempre più i conti – è quello dei diamanti creati in laboratorio: gemme indistinguibili da quelle naturali ma molto meno costose e più etiche, non solo per il ridotto impatto ambientale ma anche perché chi le sceglie può essere certo che non siano «insanguinate».

La reazione di De Beers alla sfida – entrare a gamba tesa anche in questo segmento di mercato – rischia di aggravare la crisi. I diamanti sintetici oggi costano circa 4mila dollari al carato, la metà di quelli naturali, ma De Beers ha annunciato che li venderà per 800 dollari. E quando i suoi laboratori di Portland (Oregon, Usa) saranno a pieno regime, a fine 2020, sforneranno 500mila carati l’anno.

Dalle miniere la società conta di estrarre diamanti “veri” per 31 milioni di carati nel 2019, un calo del 12% rispetto all’anno scorso, frutto in parte di tagli di produzione volontari, mirati a sostenere i prezzi.

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