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Diamanti, nuove tecnologie in campo per frenare la crisi dell’industria

App e blockchain per garantire l’autenticità, vendite in calo per le pietre naturali, in picchiata i prezzi di quelle sintetiche, giovani in fuga dai negozi: il settore si interroga sul suo futuro al congresso Cibjo 2019 in Bahrain

di Laura La Posta


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Il preziosissimo diamante rosa venduto alla fiera Jewellery Arabia 2019 in Bahrain per 96 milioni di dollari

9' di lettura

I diamanti del futuro? "Crescono" in un laboratorio in Francia

Blockchain, app, codici incisi sulle pietre, apparati hi-tech che distinguono senza errori i diamanti “fatti crescere” una settimana in laboratorio da quelli creati da madre natura un miliardo di anni fa.

Tutto al servizio della parola chiave che ora regola il mondo dei diamanti: tracciabilità. Ovvero, il Sacro Graal della gioielleria mondiale: la possibilità di tracciare dalla miniera al rivenditore i preziosi e di rintracciare a ritroso la provenienza dei diamanti, per verificarne la provenienza lecita (da zone senza conflitti), le caratteristiche (origine naturale, rarità, purezza, colore), l'approvvigionamento etico e responsabile.

L’importanza della tracciabilità
«La tracciabilità è alla base della trasparenza chiesta dal mercato e necessaria alla sopravvivenza stessa dell'industria dei preziosi, preserva la fiducia che è condizione indispensabile all'acquisto dei gioielli, garantisce condizioni di vita migliori ai lavoratori e un maggiore rispetto dell'ambiente», ha spiegato al congresso annuale in Bahrain dell'organizzazione mondiale di tutta la filiera dei preziosi, Cibjo, il presidente Gaetano Cavalieri.

Gaetano Cavalieri è appena stato rieletto presidente del Cibjo, la confederazione che rappresenta all'Onu e in tutte le sedi internazionali l'intera filiera dei preziosi

I fornitori di diamanti hanno fatto enormi passi avanti su questo fronte. Non a caso, il 99% delle pietre è venduto da membri del Kimberley process, il sistema di certificazione creato nel 2003 (sotto l'egida delle Nazioni Unite e supportato da 81 Stati) per impedire che la vendita di diamanti finanziasse conflitti.

«Ma il resto della catena di fornitura è composto da piccole e medie imprese, fino ai negozianti finali, che fanno fatica a garantire piena tracciabilità con le loro esigue risorse - ha raccontato Cavalieri -. Ecco perché sosteniamo ogni innovazione tecnologica che li aiuti a superare i gap finanziari e culturali e li inserisca, su base volontaria e nell'ambito delle proprie possibilità effettive, in una catena di fornitura garantita da blockchain, il registro digitale di dati raggruppati in blocchi, concatenati, crittografati e quindi non modificabili né eliminabili. Un sistema che garantisce l'integrità delle informazioni inserite sulla provenienza, le qualità, le caratteristiche dei beni scambiati, nonché i loro passaggi di proprietà e le trasformazioni subite durante le varie fasi di lavorazione».

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I big in campo
Ecco perché nell'arena delle blockchain, nate inizialmente per gestire le cryptovalute come Bitcoin e ora dilaganti in tutti i settori economici, sono scesi in campo tutti i big del settore e i maggiori consulenti strategici e tecnologici. Prima partiti singolarmente, poi via via confluiti in consorzi sempre più potenti e rilevanti.

A partire da Tracr , la blockchain creata dal leader mondiale dei diamanti naturali e sintetici (da un anno) De Beers Group e ora condivisa dal peso massimo russo Alrosa (il suo più grande competitor) e dai grandi retailer Signet e Chow Tai Fook fra gli altri. A sua volta, Tracr fa parte del nuovo consorzio “Mining and metals blockchain iniative” creato dal World Economic Forum con sette grandi società di metalli e miniere, compreso il colosso Tata Steel. Il sistema creato a gennaio 2018 si è dimostrato robusto e funzionale, tanto da indurre De Beers a dichiarare la volontà di tracciare ogni diamante su questa piattaforma.

Il ruolo della compliance
Ma non di sola blockchain può vivere la fiducia tra fornitori e clienti. Fiducia che, come ha detto al congresso Cibjo Iris Van der Veken, direttore esecutivo dell'ente di certificazione etica Responsible jewellery council, «è la vera moneta corrente, l’unica valuta del settore dei preziosi». Sistemi di autoregolamentazione sulla sostenibilità e normative nazionali e internazionali rendono la vita molto difficile ai disonesti e alle imprese non incasellate in un sistema di regole stringenti e di controlli incrociati fra operatori.

Diamanti protagonisti alla fiera Jewellery Arabia 2019 in Bahrain (nella foto una modella indossa una parure di diamanti e smeraldi di Saboo)

«Dal Kimberley Process Certification Scheme alle normative antiriciclaggio operative in molti Paesi, dal Dodd Frank Act americano a difesa del consumatore a tutte le normative europee e nazionali sulla tracciabilità degli acquisti, dalle linee guida Ocse sul responsible mining al Responsible sourcing blue book del Cibjo varato nel gennaio 2019, non mancano le regole che tracciano la strada della legalità: l'unica strada percorribile nel nostro settore. I malfattori nel nostro settore non la fanno franca a lungo. E quando vengono scoperti non lavorano più, per sempre», ha garantito Cavalieri nel corso del congresso in Bahrain.

«Queste regole, tanto difficili da rispettare soprattutto adesso che i costi della compliance sono aumentati e i margini di guadagno si sono abbassati, sono comunque indispensabili a garantire il sistema e sono parte integrante del nostro business, così come la responsabilità sociale d'impresa», ha spiegato Ernie Blom, presidente della Federazione Mondiale delle Borse di diamanti (Wfdb).

Collana di Kamyen Jewellery presentata in Bahrein

Tutto bene, quindi? Non proprio. Ora che i signori dei diamanti hanno fatto pace col passato macchiato dallo scarso rispetto dei diritti umani nei paesi di estrazione e dai “blood diamonds” nelle zone martoriate da conflitti, ora che dichiarano orgogliosamente di garantire lavoro a 10 milioni di persone nel mondo e accesso a cure sanitarie a 5 milioni di persone, ebbene ora che potrebbero dormire sugli allori è comparso all'orizzonte un altro pericolo: diamanti sintetici creati in laboratorio in una settimana, con caratteristiche analoghe a quelli naturali, indistinguibili con normali sistemi di identificazione, venduti in un Far west di regole e prezzi troppo alti che rischiano di sconcertare e allontanare gli acquirenti di preziosi.

I diamanti «lab-grown»: rischio o opportunità?
I progressi tecnologici dei laboratori di pietre sintetiche sono stati infatti esponenziali negli ultimi anni. «Niente di illecito, purché questo mercato ora da 2 miliardi di dollari all'anno ma in rapida ascesa rispetti le regole: assoluta trasparenza nella comunicazione al consumatore, senza ambiguità, e prezzi congrui, che devono essere una frazione di quelli dei diamanti naturali, rari e preziosi per definizione – ha raccontato Cavalieri al congresso -. Fare finta di niente e ostracizzare i produttori di pietre sintetiche non porta niente di buono. Lascia il consumatore solo davanti a possibili opacità. Ecco perché nell'ambito del Cibjo, unico organismo che rappresenta il settore dei preziosi alle Nazioni Unite, abbiamo creato un comitato di studio dei diamanti laboratory-grown e delle tecnologie collegate, con tutti i protagonisti della filiera: fornitori di pietre naturali, produttori di diamanti sintetici, gemmologi, enti di certificazione, consulenti, esperti. Tutti accomunati dall'obiettivo di garantire trasparenza e regole comuni, nell'interesse dei cittadini».

La collezione di lancio di Lightbox di De Beers

Anche il colosso De Beers ha valutato che mettere la testa sotto la sabbia, come uno struzzo davanti al pericolo, sarebbe stato molto pericoloso. Con una mossa che ha destato scalpore, in autunno il gigante minerario del gruppo Anglo American ha lanciato la linea di bijoux con diamanti lab-grown Lightbox inizialmente solo online e solo per il mercato americano, ma ora in espansione fuori dal web. In pochi mesi, il prezzo dei diamanti sintetici è crollato del 60%.

«E deve scendere ancora: deve diventare almeno un decimo di quelli naturali perché così è giusto che sia, senza generare confusione né attribuire un valore che non hanno perché non sono rari e non sono naturali – ha detto al Sole 24 Ore, a margine del congresso Cibjo 2019, Jonathan Kendall, presidente di De Beers Industry services e fresco di nomina come vicepresidente globale dell'associazione -. Sappiamo di avere creato scompiglio nel settore dei preziosi, ma non potevamo rimanere indifferenti davanti a un evento così disruptive.
Uno dei produttori è arrivato a minacciarci di buttarci fuori dal mercato dei diamanti. Siamo scesi in campo con tutta la nostra forza per governare questo nuovo ambito: abbiamo la tecnologia per creare diamanti sintetici perfetti. Ma soprattutto abbiamo la tecnologia per distinguerli da quelli naturali, senza ombra di dubbio. La società del gruppo che presiedo vende apparecchiature hi-tech a un prezzo molto basso (quella base costa 1.800 dollari) che consentono di identificare ogni pietra in breve tempo. Senza queste macchine, non saremmo scesi nell'arena lab-grown, creando ulteriore confusione tra vero e falso».

Anello di Harry Winston del 1983 che sarà battuto all’asta il 9 dicembre da Phillips New York

Il dibattito sull'incisione delle pietre
Ma queste apparecchiature non sono ancora largamente diffuse sul mercato e soprattutto non sono conosciute su larga scala da acquirenti e venditori. Ecco perché al congresso Cibjo il rappresentante del comparto dei preziosi giapponese ha annunciato il proposito nazionale di i ncidere i diamanti, senza pregiudicarne il valore, con una D in caso di diamanti naturali e con la sigla LB (lab-grown) per quelli sintetici. La proposta ha fatto discutere. Ma anche questa è una sorta di tracciabilità, a favore dell'acquirente. Poco hi-tech, visto che ricorda la scrittura cuneiforme dei Sumeri, creata 5.400 anni fa.

«Guardiamo con interesse a questi esperimenti – ha commentato Cavalieri, appena rieletto fino al 2022 virando la boa dei 20 anni di presidenza -. Qualunque attività è meglio della fase attuale di recriminazioni fra gli operatori, l'opacità informativa verso i clienti e persino alcune malversazioni come mischiare insieme diamanti naturali e sintetici in alcune partite di pietre poi sequestrate. Ogni tecnologia che può aiutarci a fare chiarezza e a promuovere la fiducia nel comparto è benvenuta, a partire dall' intelligenza artificiale applicata allo studio dei mercati per predire la domanda e porre in essere strategie intelligenti per soddisfarla. Il comitato tecnico creato studierà anche queste frontiere».

Ma secondo De Beers non saranno le incisioni a fare la differenza. Gli apparati di identificazione delle pietre venduti dal team di Kendall la faranno. Non a caso, il colosso li sta vendendo anche al partner Circa, un buyer di diamanti e orologi usati (o pre-owned, com'è più chic dire). L'obiettivo, più che ambizioso, è garantire l'autenticità di ogni pietra di rilievo venduta, di qualunque provenienza.

La strategia sulla tracciabilità del numero uno del mercato è completata dal marchio Forevermark lanciato un decennio fa, che propone diamanti numerati e certificati come ineccepibili sotto il profilo dell'etica e della sostenibilità, e dalla app GemFair, in grado di tracciare il viaggio di ogni diamante dalla miniera al consumatore. Ma questa enorme iniezione di tecnologia e di fondi per sostenere il marketing dei nuovi prodotti non ha salvato però De Beers dalla crisi del settore diamanti dell'ultimo anno.

Lady Gaga agli Oscar 2019 con un collier Tiffany & Co.

Acquirenti giovani in fuga
Gli analisti di settore raccontano di un 2019 pessimo per i diamanti, con volumi e fatturati in calo ovunque. Nei primi sei mesi il giro d'affari di De Beers è sceso del 17%, a quota 3,21 miliardi di dollari. Comunque meglio del -33% del competitor russo Alrosa. Che cosa sta succedendo? Sono i primi segni di sfiducia da parte dei consumatori, che non percepiscono gli sforzi degli operatori su tracciabilità e responsabilità sociale? E' il primo effetto del boom dei diamanti sintetici? O c'è dell'altro?

È di questo avviso Noora Jamsheer, nuova Ceo del Danat, l’Istituto del Bahrain per la promozione delle perle e delle pietre preziose, che ha organizzato e ospitato il congresso Cibjo nel Paese del Golfo: «È allarmante la disaffezione dei giovani verso i gioielli – ha detto a margine dell’assemblea -. Grave che preferiscano regali in tecnologia effimeri, come gli smartphone destinati a durare pochi anni se non mesi, a dei preziosi che restano per tutta la vita come ricordi indelebili di bei momenti. Il settore deve moltiplicare gli sforzi per riaccendere la passione nei giovani acquirenti, che hanno capacità di spesa sempre maggiore e sono gli unici clienti di domani».

Perle del Bahrain

Non ha giovato al settore anche la campagna condotta da alcuni produttori di diamanti sintetici, che li spacciano come più etici e sostenibili di quelli naturali. I Millennials e le generazioni seguenti (Gen X e Gen Z) sono molto sensibili al tema della difesa dell'ambiente e della sostenibilità e queste argomentazioni su di loro fanno presa più che sui loro genitori.

«Non scherziamo: i diamanti danno lavoro a 10 milioni di persone nel mondo, più le loro famiglie e i minatori sono complessivamente 400 milioni nel mondo: che cosa c'è di etico e sostenibile nel togliergli il pane di bocca, infangando la reputazione dei beni che faticosamente scavano? – ha commentato Cavalieri in chiusura di congresso -. La sostenibilità va intesa a 360 gradi: non esiste solo quella ambientale, ma bisogna considerare anche quella economica e sociale».

Campagna “Un diamante è per sempre” di De Beers, anni Cinquanta

Riusciranno le tecnologie hi-tech delle macchine autenticatrici, le blockchain, le app, le pietre lab-grown dal design cool a riavvicinare i giovani ai diamanti? «Bisogna urgentemente cambiare il messaggio proposto: da “un diamante è per sempre, si compra e non si vende” a un concetto più moderno, di bene fungibile, scambiabile, ridisegnabile, più divertente ed emozionante; ma per farlo questa industria deve avere il coraggio di cambiare il suo paradigma. Ed evolvere».
Questa la ricetta offerta, nello sconcerto generale dell'assemblea 2019, da uno dei giovani più brillanti dei Paesi del Golfo: Ahmed Sultan Bin Sulayem, presidente esecutivo della potente free zone Dmcc di Dubai e presidente della Borsa dell'oro e delle commodities dell'emirato (che ospiterà il congresso Cibjo 2020). Ha avuto il coraggio di dire che “il re (diamante) è nudo”, come il bambino della favola di Andersen. Riusciranno le tecnologie a rivestirlo, rendendolo più sexy?

PER APPROFONDIRE:
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