Kimberley Process

Diamanti, la sfida fra naturali e sintetiche si gioca in Russia

di Giulia Crivelli


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Al tempo della divorante passione per Elizabeth Taylor, Richard Burton comprò all'asta un diamante che venne poi incastonato in un anello. La collezione di gioielli che l'attrice si regalò o si fece regalare resta il sogno di molte donne

3' di lettura

Non è uno dei film di maggior successo di Leonardo Di Caprio, né uno dei più belli. Ma ha comunque il merito di aver fatto conoscere a tante persone – è la forza del cinema, specie di quello americano – un tema fino a quel momento poco discusso, se non addirittura ignorato. Parliamo di Diamanti di sangue, film che nel 2006 ricevette cinque nomination agli Oscar (una fu per Di Caprio): ambientato tra Sierra Leone, Liberia e Sudafrica nel 1999, si ispira a fatti realmente accaduti e all guerre africane finanziate, anche, con diamanti di contrabbando.

In vent’anni sono cambiate moltissime cose. Le più importanti società alle quali fanno capo le miniere di diamanti (e non solo) in Africa e altri continenti si sono sedute a un tavolo con rappresentati di molti Governi e di associazioni per i diritti umani e dei lavoratori. Il risultato fu, nel 2000, un anno dopo i fatti raccontati in Diamanti di sangue, Il Kimberley Process, un accordo di certificazione nato per garantire che i profitti ricavati dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili. Il nome in sé dà l’idea di come si tratti di un percorso: il Kimberley Process divenne efficace solo nel 2003 e ancora oggi alcuni Paesi africani sono sottoposti a sanzioni da parte delle Nazioni Unite proprio perché non rispettano i requisiti su certificazione e trasparenza delle transazioni e dei “viaggi” dei diamanti da un Paese all’altro. Molti progressi sono stati fatti anche nelle condizioni di lavoro dei minatori, ma resta ancora tanto da fare per garantire che sia eradicato, ad esempio, il lavoro minorile.

Dal 18 al 22 novembre, quasi in concomitanza del congresso mondiale della gioielleria in Bahrein (si veda l’articolo in pagina), si è svolto un nuovo incontro del Kimberley Process, il sedicesimo, ospitato a New Delhi, perché l’India è presidente per il 2019. Nel 2020 il ruolo sarà della Russia, un Paese con un grande know-how minerario, nonché primo produttore mondiale di diamanti, con molti interessi in Angola, Zimbabwe e Repubblica democratica del Congo. Nel documento finale del meeting di New Delhi (sei pagine organizzate per punti consultabili all’indirizzo www.kimberleyprocess.com), non ci sono novità di rilievo, ma numerose approvazioni di accordi, schede statistiche e complimenti reciproci tra stati membri e “osservatori” (come l’Unione europea). Molto blandi i toni per sottolineare le difficoltà che ancora esistono, in particolare nella Repubblica del Congo e in altre nazioni africane.

Guardando al 2020, il sito Greenreport.it ha pubblicato qualche giorno fa un articolo in cui viene citata una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa Ria Novosti dal viceministro delle Finanze Alexei Moisseiev. «La Russia vuole far tornare nella legalità i diamanti centrafricani», ha spiegato, alludendo alla condizione di osservato speciale della Repubblica del Congo. Il Paese è storicamente un grande produttore di diamanti, ma anche una delle nazioni più povere al mondo, devastata da una guerra civile che dura da anni tra le milizie Séléka, una coalizione di gruppi armati in gran parte musulmani che nel 2013 ha abbattuto il regime del presidente François Bozizé, e gli anti-Séléka cristiani (maggioritari). Entrambe le milizie hanno commesso inenarrabili atrocità.

Per molti osservatori e rappresentati degli 82 Paesi membri del Kimberley Process, nella Repubblica del Congo non ci sono le condizioni per un commercio certificato e trasparente di diamanti, che sarebbero ancora, appunto, insanguinati. Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi e che ruolo avrà la Russia.

Nel documento finale di New Delhi c’è anche un punto (il 13° di 66) sulla decisione della World Customs Organisation di adottare sistemi di identificazione e certificazione diversi per i diamanti naturali e quelli sintetici, sistema che dovrebbe essere operativo entro il 2022. Si tratta in realtà di una questione assai complessa e di sempre maggiore attualità. Negli ultimi anni infatti è aumentata la produzione e la vendita di diamanti sintetici e la loro qualità. Tanto che il Cibjo ha istituito il Laboratory-grown diamond working group, con l’obiettivo di garantire la massima trasparenza ai consumatori, che – si legge nel documento diffuso al congresso del Bahrein– «devono sapere esattamente cosa comprano».

I diamanti sintetici non sono economici: costano il 30-40% in meno rispetto a quelli naturali. Il processo di crescita sintetica (in laboratorio) è costoso e si aggiunge al costo iniziale delle pietre da cui si ricavano. Prodotti per lo più in India e nel sud est asiatico, per ridurne i costi di manodopera (che comunque deve essere specializzata), possono essere acquistati in gioielleria o presso intermediari specializzati, ma per riconoscerli servono attrezzature costose. Da qui, come sottolineato dal Cibjo, la necessità di protocolli e regole quanto più condivisi.

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