Intervista al Ceo

DiaSorin pronta a portare in Italia più produzione

Carlo Rosa sottolinea che la crisi da coronavirus rilancia il tema delle scelte strategiche per il sistema-Paese. La societa’ ha avviato la consegna dei nuovi kit per i test in due ore sviluppati dalla ricerca italiana.

di Stefano Carrer

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Carlo Rosa sottolinea che la crisi da coronavirus rilancia il tema delle scelte strategiche per il sistema-Paese. La societa’ ha avviato la consegna dei nuovi kit per i test in due ore sviluppati dalla ricerca italiana.


5' di lettura


«Non credo che si arriverà a tanto, ma certo la decentralizzazione e la velocizzazione delle attività diagnostiche, specialmente nei casi di malattie infettive, sarà un tema-chiave del futuro, anche prossimo». Carlo Rosa, amministratore delegato della società leader nella diagnostica DiaSorin, risponde così alla domanda se abbia o meno ragione chi delinea uno scenario futuribile in cui i viaggiatori finiranno per dover essere tutti sottoposti a test diagnostici nell'aeroporto di arrivo o anche di partenza.

Nuovi kit a tempi di record.

La sua azienda ha iniziato da settimana scorsa a consegnare - a partire da Lombardia, Piemonte e Veneto, poi in altre regioni - i nuovissimi kit per il test del coronavirus con responso in un paio d'ore (10mila test effettuati in pochi giorni). Kit sviluppati in poche settimane presso il suo centro di ricerca di Gerenzano - con la collaborazione clinica dello Spallanzani di Roma, del San Matteo di Pavia e dell'ospedale di Treviso - e approvati a tempo di record delle autorità americane.
Non solo: DiaSorin a inizio marzo ha acquisito la licenza esclusiva dalla britannica TTP per lo sviluppo di una soluzione molecolare “Point-of-care”: in pratica tramite un macchinario portatile a batteria si potranno fare analisi a bassi costi in 15 minuti e praticamente ovunque, dalle farmacie al domicilio del paziente. “Occorreranno però 2-3 anni per la commercializzazione - puntualizza Rosa - Prima pensavamo soprattutto al mercato Usa, dove c'è già molta decentralizzazione. Ora le carte in tavola sono cambiate e si aprono velocemente spazi anche in Europa”. La grande sfida che potrebbe veder coinvolta anche DiaSorin è lo sviluppo di un test su sangue in grado di individuare pazienti che siano stati esposti al contagio, tramite la misurazione della risposta immunitaria.

Se l'epidemia globale da coronavirus ha spinto ricercatori di tutto il mondo a impegnarsi sul versante diagnostico, oltre che nella disperata caccia al vaccino, Rosa equipara a bufale certe soluzioni miracolistiche che impazzano su Internet come fossero già pronte o quasi: “Non credo a un test molecolare in pochi minuti a costi insignificanti e realizzato da gruppi che non sono tra i leader del settore. Le risposte possono arrivare da chi ha competenze consolidate, capacità produttiva e supply chain. Un conto è sviluppare un modello, un altro realizzare decine di milioni di prodotti affidabili in poco tempo”.

Imprese e Pa: “Rapporti cambiati”.

Intanto l'emergenza sta cambiando il rapporto con le pubbliche amministrazioni. “Non era mai successo: mi contattano governatori e assessori alla Sanità che dicono: parliamo e cerchiamo di risolvere rapidamente il problema - continua Rosa - Si mettono in prima fila e fanno saltare l'aspetto burocratico delle forniture, tipico e anche normalmente necessario”. I nuovi Simplexa Covid-19 Direct Kit (ognuno dei quali può fare 24 test) vanno utilizzati sugli strumenti Liason Mdx installati presso una cinquantina di strutture ospedaliere, che possono così effettuare la diagnosi in loco: DiaSorin sta procedendo a ulteriori installazioni di questi macchinari.

Il Paese di fronte a scelte strategiche.

“I kit sono prodotti in California, dove stiamo assumendo per portare la capacità produttiva da 300mila test in aprile, di cui 100mila per l'Italia, a 450 mila a maggio. I macchinari sono invece prodotti in Germania”, precisa Rosa, che mostra di non credere al rischio di “protezionismo”: “Le catene produttive sono internazionali. Vietare l'export finirebbe per essere controproducente”. Detto questo, è chiaro come sia balzata in evidenza l'opportunità di mantenere o ricostituire in Italia certe filiere produttive in settori strategici: “Altri Paesi hanno agito in questo senso, da noi se ne è solo parlato senza che la questione sia emersa in termini di politica industriale, come ragionamento strategico su capacità tecnologiche e filiere da garantire. Ogni Paese in fondo agisce con una moral suasion sui propri produttori. Noi abbiamo un cuore italiano: se il nostro Paese è stato il più colpito dopo la Cina, è normale che ci siamo subito mobilitati, e che osserviamo più da vicino la situazione di Bergamo. Se si fosse manifestata una variante specifica del virus, sarebbero state aziende italiane a sentirsi ben più coinvolte di altre. Lo abbiamo visto: l'Europa si è sciolta come neve al sole. Magari non è il suo mestiere quello di coordinare le politiche industriali, ma si è rivelata illusoria una risposta coordinata europea all'emergenza”.

Cambiamenti nelle aziende

Essere in grado di fabbricare su più di un sito è un tema diventato forte, se non altro per limitare i rischi: “Ora abbiamo cominciato noi stessi a ragionare sulla possibilità di spostare un pezzo della produzione in Italia: è complicato, ma si può iniziare a tentare di a creare un “buffer”, magari anche con una maggiore produzione manuale, almeno temporaneamente”. Nella riduzione del rischio sono inclusi telelavoro e turnazioni di personale.
Rosa non ha cambiato più di tanto la sua vita di “pendolare” tra Milano e la sede di Saluggia (“I carabinieri del posto di blocco sulla statale ormai mi conoscono e non mi fermano più. All'inizio abbiamo fornito loro le mascherine”), ma al suo piano non ci sono più 40 persone ma solo 5. “Abbiamo messo in telelavoro il 60% del personale. Il che fa pensare che quello che davamo per scontato non lo sarà più: ad esempio, volevamo allargarci, scontrandoci con i tanti problemi per costruire in un'area vicino al deposito di scorie nucleari. Ma è davvero indispensabile aumentare gli spazi per il personale? Così come fa pensare che un lavoro di ricerca stimato in un anno e mezzo si possa realizzare in 8 settimane, o che approvazioni regolamentari per cui ci vogliono almeno 6 mesi arrivino in due giorni. Si sono creati mostri di burocrazia: riflessione che anche le aziende debbono fare”.

Gli investitori han cambiato idea. La prudenza è diventata una virtù in campo finanziario, ora che molte società in tutto il mondo si trovano in difficoltà per essersi troppo indebitate o aver fatto ingenti riacquisti di azioni proprie: “Fino a un mese fa ci accusavano di avere una gestione finanziaria inefficiente: ma come, dicevano, 200 milioni in cassa e niente debiti quando il denaro non costa nulla? Ho appena fatto un road show virtuale con grandi investitori: mi hanno complimentato per la posizione di bilancio molto solida”. Posizione che dovrebbe consentire al gruppo di prospettarsi nuove acquisizioni. Sul piano del business, va considerato che le attività diagnostiche di routine sono crollate, in quanto posticipate. Ritardata anche la costruzione di un impianto Diasorin in Cina, che resta “un mercato-chiave del futuro, dove è essenziale avere strutture produttive: occorre inserirsi nei piani governativi per arrivare al 50% di realizzazione in loco delle forniture mediche”. Quanto alla problematica sul fare o no il test a tutti, Rosa non dà una risposta che parrebbe pro domo sua: “Mi pare irragionevole che tutti siano sottoposti a test. Mancherebbe la capacità di farlo in tempi brevi. Vanno gestite bene le priorità: il personale sanitario, chi ha i sintomi. E le quarantene vanno osservate in modo maniacale”.

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