editorialetra statistiche e realtà

Dichiarazioni dei redditi, quei numeri che non tornano

di Fabio Tamburini

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2' di lettura

I numeri descrivono una realtà che, almeno in apparenza, risulta molto chiara. L’Italia è un Paese povero. Anzi poverissimo. E che, di conseguenza, non paga le tasse oppure ne paga molto poche. Metà dei contribuenti presenta dichiarazioni dei redditi lordi annuali tra 15 e 50mila euro, versando nelle casse del fisco il 57% dell’Irpef totale. Un altro dato è significativo: soltanto il 5,3% degli italiani dichiara oltre 50mila euro di reddito, che significa pagare oltre il 39% dell’imposta sui redditi delle persone fisiche. In più 12,9 milioni di italiani non arrivano alla soglia sopra la quale si paga l’Irpef.

Anche le pensioni sono spesso sotto la soglia di povertà: gli assegni mensili inferiori a mille euro rappresentano il 70% del totale, incassati da 12,6 milioni di persone, un po’ meno considerando i titolari di più prestazioni.

Insomma, un Paese di poveri. Le eccezioni sono poche e, tra queste, spiccano professioni che, per la tipologia dei lavori svolti, non sfuggono al fisco. Per quanto riguarda le pensioni, invece, risultano così basse perché, almeno alcune categorie, hanno versato contributi irrisori in quanto buona parte delle attività sono sempre state in nero. Proprio qui sta il punto: l’Italia resta il Paese dell’economia sommersa che, secondo dati Istat, è stimata intorno a 210 miliardi, compresi i ricavi dell’economia criminale. Il che significa, come ha certificato recentemente il ministero dell’Economia e delle finanze, 108 miliardi evasi. Questo spiega perché sulla carta l’Italia è un Paese povero, anzi poverissimo, ma la realtà risulta diversa e non trova riscontri in gran parte dei numeri ufficiali.

Certo le sacche di povertà sono ampie, tra l’altro in significativo aumento (e questo non va bene). Resta il fatto che nel confronto avviato sul reddito di cittadinanza si è parlato inizialmente di 5,3 milioni di aventi diritto (cioè sotto quota 9.360 euro di reddito lordo annuale familiare), poi scesi a 4 milioni e mezzo. Ma, almeno per il momento, il numero dei richiedenti è davvero ridotto. Mancano cifre ufficiali, ma l’ordine di grandezza risulta intorno a 700mila italiani che si sono presentati agli uffici competenti avviando le pratiche previste. Come si spiega la differenza? Forse ha pesato il timore di essere scoperti a presentare richieste per le quali non si aveva diritto?

La cartina di tornasole del fatto che i numeri non tornano è dato dagli indicatori di ricchezza. Il Paese è di poveri e poverissimi, ma il valore medio pro capite della ricchezza immobiliare è tutt’altro che di poco conto: 100mila euro, pari alla bella cifra di 6.300 miliardi totali, molto superiore a quello di altri Paesi occidentali. E anche la ricchezza finanziaria risulta di tutto rispetto: 74mila euro per ogni italiano, inclusi i neonati, circa 4.400 miliardi complessivi.

Le conclusioni sono molto semplici: la realtà non è quella fotografata dalle statistiche. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che il re è nudo. E dovrebbe farlo, in particolare, il mondo della politica ripensando sia le scelte fiscali, sia quelle assistenziali.

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