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Didattica a distanza, vademecum per docenti e studenti

Undici tesi sulla didattica a distanza. È vitale cercare di chiarirsi le idee su quello che si può o non si può fare

di Mauro Piras

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Undici tesi sulla didattica a distanza. È vitale cercare di chiarirsi le idee su quello che si può o non si può fare


5' di lettura

La didattica a distanza ha invaso le case degli italiani. La scuola è una presenza costante, per la maggior parte delle famiglie. Tuttavia, in condizioni normali, è una presenza-assenza: per diverse ore i bambini e i ragazzi sono fuori, a scuola appunto, e poi quando tornano se devono fare i compiti possono farlo, almeno in parte (si spera), per conto loro. Con l'interruzione delle attività didattiche, gli studenti sono sempre a casa. E lo sforzo di raggiungerli con la didattica a distanza ha portato in casa una parte di quello che si fa in classe, coinvolgendo le famiglie molto più dei soliti compiti.

La scuola diventa molto più invasiva. È vitale cercare quindi di chiarirsi le idee su quello che si può o non si può fare con la didattica a distanza (da qui in avanti: DAD), per evitare di creare tensioni controproducenti.

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1. La DAD va fatta, su questo non può esserci dubbio.
Il diritto all'istruzione, in queste condizioni, può essere garantito solo così. Il sistema scolastico è obbligato ad assicurarla, e ne sono responsabili i dirigenti scolastici, come prevedono i decreti emanati nell'emergenza. Va fatta anche per non lasciare soli gli studenti e le famiglie in questa situazione, in alcune aree del paese tragica.
C'è però un grosso problema: il divario digitale, cioè la forte differenza di dotazioni informatiche (strumenti e connessione) a seconda delle classi sociali e delle zone del paese. Secondo molti la DAD approfondisce questo divario, è iniqua perché aggrava l'iniquità sociale. Non è esattamente così. Il divario digitale è radicato in un divario sociale anteriore alla scuola; la scuola non può eliminarlo; in condizioni normali ne riduce solo alcuni effetti sul lato istruzione-educazione, se funziona bene: a distanza, ne limita meno gli effetti, perché è più difficile farlo; ma se non fa niente, quegli effetti si dispiegano nella loro totalità. Quindi: non è vero che aumenta il divario sociale, semplicemente lo combatte con mezzi più limitati. Ma se non lo combattesse sarebbe peggio.

2. Sono obbligati i docenti?
Secondo la lettera della attuale situazione contrattuale e normativa, no. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Meglio se tutti la fanno, quindi bisogna rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di solidarietà per cui moltissimi si muovono. Facciamo in modo che tutti si muovano perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di quest'obbligo.

3. Ricordiamo che non sono obbligati gli studenti, quindi si crea una situazione molto difficile.
Bisogna raggiungerli tutti, ma se non è definito lo statuto della DAD non è possibile in alcun modo registrare ufficialmente le assenze, chiederne la giustificazione. Non essendo obbligati, il lavoro degli studenti va reso del tutto praticabile nelle condizioni date, per rendere più facile una “frequenza” massiccia.

4. Questa “non obbligatorietà” si ripercuote su due aspetti molto importanti: la valutazione in itinere, e quella conclusiva (gli scrutini).
In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, decisioni penalizzanti possono facilmente essere impugnate. Più sotto tratteremo della valutazione in itinere (punto 8). Quanto agli scrutini, una proposta: accettiamo che non si boccia, per quest'anno, e che si danno valutazioni che serviranno per stabilire più o meno delle competenze in uscita e per ripartire l'anno prossimo. La didattica deve quindi cambiare, perché sarà in un quadro diverso: senza bocciature. È una sfida.

5. Come va fatta la DAD, in questo quadro?
Primo: raggiungere tutti, quindi il lavoro prevalente non deve essere la videolezione. Deve essere una attività che gli studenti possano fare con una certa autonomia, anche se guidati dai docenti. È un equilibrio difficile: bisogna esserci, avere un contatto costante, allo stesso tempo proprio il collegamento digitale non deve essere troppo presente, pena un sovraccarico di lavoro, problemi per le famiglie con più figli, con genitori che hanno bisogno di usare pc e telefoni per lavoro, o con genitori che sono fuori per lavoro. La cosa più difficile è questo equilibrio.

6. Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono): servono, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli sempre; devono essere “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che devono essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del consiglio di classe ci deve essere, anche breve. Il contatto può essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio ecc. La cosa più importante: gli studenti devono sentirsi seguiti.

7. È necessario però impostare un lavoro didattico che occupi gli studenti autonomamente: non bisogna precipitarsi a fare lezioni o a fare quello che si sarebbe fatto in aula; bisogna prendersi il tempo di programmare, preparare materiali, elaborare. Organizzare attività che gli studenti possono svolgere, ricevere i risultati di queste attività; leggerli e correggerli; valutarli indicando punti di forza e di debolezza; e poi “vedersi” con gli studenti, per parlarne. Il momento di incontro deve servire per discutere i lavori fatti, per rivederli, per restituirli. Questo può essere fatto in videolezione, ma anche con forum di discussione, o via email. Anche solo dare dei testi da leggere e poi parlarne a partire da dubbi e domande. Evitare quanto più possibile la “lezione”.

8. Valutazione.
Va fatta, serve. Ma intendiamoci sulle parole: valutazione non vuol dire voto. Chi vuole subito “mettere i voti”, perché altrimenti “non ha abbastanza voti” è completamente fuori strada. Anzi, diciamo le cose come stanno: è fuori strada anche in condizioni ordinarie. La scuola non ha bisogno di “mettere un sacco di voti”, neanche in condizioni normali. Forse questa emergenza può far capire a tutti che la scuola fatta bene non ha il suo fine ultimo e il suo centro nel voto, che si può fare bene scuola senza voti (e senza bocciature, vedi sopra). Bisogna valutare facendo quella che viene chiamata in gergo valutazione formativa, cioè finalizzata a far vedere a ogni studente i suoi punti di forza e di debolezza.

9. Evitare assolutamente la riproduzione delle pratiche tradizionali.
Non si possono fare “compiti in classe”, è ovvio, e quindi molti si buttano su interrogazioni online. Questa è una aberrazione, se fatta pensando all'interrogazione tradizionale (già discutibile). Produce mostri, di cui abbiamo sentito parlare, come gli studenti che vengono interrogati bendati. Non possiamo permetterci queste follie. Bisogna pensare, per l'orale, a forme alternative all'interrogazione: per esempio presentazioni fatte dagli studenti, seminari a piccoli gruppi (quattro-cinque studenti), ecc. Cosa fondamentale: abbandonare l'idea che “sapere” vuol dire “avere imparato a memoria”.
10. Cooperazione.
La collegialità, cioè la cooperazione tra i docenti, è fondamentale nella scuola, sempre. In queste condizioni ancora di più. Se i docenti non si coordinano, non concordano un orario delle loro attività, non si parlano sui metodi e sul carico di lavoro, la DAD deraglia. Avere spirito di cooperazione, abbandonare l'individualismo spesso presente nella didattica italiana (specie nella secondaria) è la prima cosa.

11. Flessibilità.
Le soluzioni proposte devono essere flessibili, rapide. Non bisogna perdersi in vincoli burocratici che impediscono di raggiungere subito e bene i ragazzi. Per esempio: i dirigenti devono garantire prima di tutto il risultato, raggiungere gli studenti, non mettere vincoli rigidi rispetto all'uso degli strumenti o ad altri aspetti. Dall'altro lato, i docenti devono capire che non possono in nessun modo riprodurre la situazione ordinaria: per esempio, l'orario dei collegamenti in videolezione deve essere leggero (non potrà mai essere uguale a quello ordinario, al massimo il 50%, meglio tra il 30% e il 40%) e flessibile quando serve. Anche qui, bisogna raggiungere un equilibrio molto difficile: da una parte garantire flessibilità e apertura, dall'altra dare agli studenti una nuova routine, che rassicura.

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