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Cina: stretta sulle quotazioni all’estero. Accuse a Didi che precipita a Wall Street

La Cyberspace administration of China aveva chiesto tre mesi fa alla società di ritardare la sua Ipo a New York a causa di problemi di sicurezza nazionale inerenti i dati personali

di Alberto Annicchiarico

(Ap)

3' di lettura

La sicurezza dei dati sul web, a rischio sul territorio del”nemico” americano, spinge Pechino a una stretta senza precedenti sulle sue quotate a Wall Street. Il giorno nero va in scena dopo la pausa per la festa dell’Indipendenza. La Cina ha annunciato che inasprirà le regole per le società che cercano di quotarsi all’estero e cambierà il processo di approvazione per le Ipo (Initial public offering): mossa che potrebbe ostacolare i tentativi delle compagnie cinesi di raccogliere fondi preziosi negli Stati Uniti. Questo ha causato pesanti ribassi per le big cinesi quotate a Wall Street, da Alibaba (-3,45%) a Baidu (-5%).

Soprattutto sono crollate del 25% (per poi ritracciare un po’, intorno al 21% e poco sopra i 12 dollari) le azioni del colosso cinese del trasporto privato via app, Didi Global, che una settimana fa aveva debuttato al Nyse toccando anche i 18 dollari. Motivo: il 2 luglio la Cyberspace administration of China (Cac) ha sospeso la app di Didi dagli app store con l’accusa di raccogliere illegalmente dati personali degli utenti. Stesso trattamento, lunedì, per Full Truck Alliance, servizio simile a Uber sostenuto da Softbank e Tencent, che collega spedizionieri e camionisti che ha perso il fino al 19% del valore (20,6 miliardi di dollari nella ipo del 21 giugno).

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La stretta cinese sulle quotazioni all’estero

Questo trattamento è stata l’anticipazione del giro di vite più generale sulle Ipo all’estero. Pechino, nelle nuove linee guida tracciate dal principale ente governativo, il Consiglio di Stato, diffuse dall’agenzia Xinhua, ha affermato che i regolatori devono rafforzare la «cooperazione normativa transfrontaliera» e modificare leggi e regolamenti «sulla sicurezza dei dati, sul flusso di dati transfrontalieri e su altre informazioni riservate».

Le linee guida sono state pensate nel contesto di «profondi cambiamenti nell’ambiente economico e finanziario», nel mezzo di «una crescente illegalità nel mercato dei capitali che ha reso la supervisione regolamentare più impegnativa». La mossa, tra l’altro, è maturata mentre le autorità di regolamentazione di Pechino hanno intensificato i controlli sulle società tecnologiche tra violazioni antitrust e di abuso di posizione dominante, e sicurezza dei dati.

Sono 34 le società cinesi quotate a New York nel primo semestre e hanno raccolto oltre 12 miliardi di dollari. Da confrontare con le 18 quotazioni per 2,8 miliardi dello scorso anno. Per tutte però la stretta governativa in corso da mesi sulle società tecnologiche ha determinato un calo vistoso della capitalizzazione rispetto a quella di partenza in sette casi su 10.

Il caso di Didi Global

E qui torniamo al caso di Didi Global, la risposta cinese a Uber (di cui ha acquisito la filiale cinese nel 2016). La società, come detto, è finita nel mirino della Cyberspace Administration of China dopo la scoperta della «raccolta illegale di dati personali». La Cac aveva avviato le indagini due giorni dopo la megaquotazione di Didi al Nyse, in cui con l’Ipo erano stati raccolti 4,4 miliardi di dollari e la valutazione aveva raggiunto i 70 miliardi (oggi è sotto i 55 miliardi). Parliamo di mercoledì scorso. In realtà oggi si viene a sapere grazie a informazioni raccolte da Bloomberg che i regolatori avevano chiesto a Didi Global - che oltre al trasporto privato, dal ride hailing al noleggio, offre servizi finanziari per l’acquisto o il leasing di auto - di ritardare la sua Ipo a New York già tre mesi fa, a causa di problemi di sicurezza nazionale, proprio per l’enorme quantità di dati personali in possesso della società.

Il Wall Street Journal ha riferito che i funzionari cinesi erano preoccupati che i dati di Didi potessero cadere in mani straniere a causa della maggiore diffusione pubblica associata a una quotazione negli Stati Uniti. Didi però è andata avanti con l’offerta e questo solleva più di un interrogativo su ciò che la società fondata dal miliardario Cheng Wei nel 2012 sapeva delle intenzioni dei regolatori prima dell’Ipo.

Il timore del mercato è che queste indagini aprano un nuovo fronte nella intensa campagna del presidente cinese Xi Jinping contro i giganti di internet, iniziata a novembre con lo stop a 48 ore dall’Ipo da 35 miliardi di dollari di Ant Group del cofondatore di Alibaba Jack Ma e le successive indagini antitrust sempre su Alibaba.

La tempistica dell’azione dei regolatori, subito dopo l’Ipo record di Didi, conferma il nervosismo di Pechino in una fase ormai prolungata di alta tensione con gli Stati Uniti e all’indomani del duro discorso di Xi nei confronti dell’Occidente («mai più bullismo ai danni della Cina») in occasione del centenario del Partito comunista di Pechino.

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