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Didi, il ride hailing cinese debutta al Nyse. Parte bene, poi si ferma a +1%

La valutazione non va oltre i 67,8 miliardi contro i 67,5 dell’Ipo. È comunque la più grande quotazione di una società cinese da quella di Alibaba del 2014

di Alberto Annicchiarico

Aggiornato il 1 luglio 2021, ore 8:30

Il ceo di Didi Global, Cheng Wei (Reuters)

3' di lettura

Debutto a due velocità in Borsa al Nyse per la Uber cinese, Didi Global, che ha fatto segnare fino a un +19% (16,65 dollari dai 14 di partenza) per poi chiudere con un modesto +1% a 14,14 dollari. Per la verità dovremmo dire che Uber è la Didi americana, visto che l’avventura cinese della società di ride hailing (in pratica, taxi on demand via app) californiana - fondata da Travis Kalanick e guidata da quattro anni dal ceo Dara Khosrowshahi, 52enne nato a Teheran ex numero uno di Expedia - non è finita brillantemente: preso atto che non ce n’era per nessuno Uber nel 2016 cedette armi e bagagli (pur mantenendo una quota del 15% e un posto nel board per Kalanick) a quella che allora era nota come Didi Chuxing, nata soltanto nel 2012 a Pechino. Tant’è. La quotazione è la più grande di una società cinese negli Stati Uniti da quando Alibaba ha raccolto 25 miliardi di dollari nel 2014.

Una valutazione troppo generosa?

Didi ha raccolto 4,4 miliardi nella sua Ipo americana martedì, valutata al massimo della forchetta indicata e aumentando il numero di azioni vendute. Sono state vendute 317 milioni di American depository shares (azioni di un’azienda estera denominate in dollari), contro i 288 milioni previsti, a 14 dollari l’una. Didi è partita così da una valutazione di circa 73 miliardi di dollari su base completamente diluita e di 67,5 miliardi di dollari su base non diluita. Troppo, secondo qualche analista, sulla base del modello di business e del mercato a disposizione, che non sembra offrire margini di grande crescita. L’andamento della prima giornata di scambi parrebbe confermare i dubbi, tanto che la valutazione ha raggiunto soltanto quota 67,8 miliardi.

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Il book è stato sottoscritto molte più volte del previsto e chiuso lunedì, con un giorno di anticipo. Nonostante questo si è rimasti al di sotto delle attese iniziali, che prevedevano un valore di 100 miliardi. Gli investitori sono stati condizionati dai timori che le prospettive di crescita futura dell’azienda potrebbero essere frenate da una regolamentazione più severa del settore da parte dell’autorità cinese dei trasporti. All’inizio di giugno alcune indiscrezioni avevano parlato di un’indagine antitrust, ma non ci sono stati sviluppi, al momento. Didi ha bollato il tutto come «speculazioni infondate da fonti anonime». In realtà Didi è coinvolta nel giro di vite regolamentare sulle società tecnologiche varato a fine 2020 dal governo di Pechino. A marzo, Didi è stata multata per «comportamenti di prezzo impropri» e risulta essere tra le 30 società hi-tech nel mirino delle autorità cinesi.

I maggiori beneficiari

Chi potrebbe avvantaggiarsi maggiormente dell’operazione, a patto che i corsi non deludano nei mesi a venire? Certamente i principali azionist: Softbank, la holding finanziaria giapponese che con il suo Vision Fund ha il 20,2, Uber con il 12% e la conglomerata cinese della tecnologia Tencent, che detiene il 6,4%.

Didi è stata co-fondata nel 2012 dall’ex dipendente di Alibaba Will Cheng Wei, che attualmente è ceo. A Cheng, che sulla base della chiusura di mercoledì dispone di una quota pari a 4,45 miliardi di dollari, si è unito Jean Qing Liu, ex banchiere di Goldman Sachs e attuale presidente della società che oltre al trasporto privato offre anche servizi di consegne di cibo e finanziari. Come si diceva Didi ha spinto con successo Uber fuori dal mercato cinese dopo che la società statunitense ha perso la guerra dei prezzi e ha finito per vendere le sue operazioni in Cina alla concorrente. Particolare curioso: Liu Zhen, all’epoca capo di Uber China, è cugino del Liu di Didi.

Dominio cinese, crescita senza brio

Didi è il player dominante in Cina, detiene il 90% delle quote di mercato, sebbene Geely e Saic Motor stiano guadagnando spazio. In Europa e Sud America, dove Didi si sta espandendo, Uber è presente. Didi conta su 493 milioni di clienti all’anno e 15 milioni di conducenti in 15 Paesi. Come la maggior parte delle società concorrenti è stata storicamente non redditizia e le perdite continuano ad essere ingenti, tra 1,5 e 2 miliardi all’anno. La società ha registrato una perdita di 1,6 miliardi di dollari nel 2020 a causa delle pandemia e un calo dell’8% delle entrate a 21,63 miliardi. Lo scorso trimestre ha registrato un profitto di 837 milioni grazie ai rendimenti degli investimenti e 6,4 miliardi di ricavi, ma una perdita operativa di 1 miliardo.

Ma soprattutto i costi continuano ad aumentare ed hanno toccato un massimo del 116% dei ricavi nei primi tre mesi dell’anno mentre la crescita - forse per il quasi monopolio in Cina - ha rallentato come ad aver raggiunto un plateau, a differenza di Uber e della concorrente americana Lyft, che quando si sono quotate vedevano i ricavi crescere a doppia cifra.

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