ALIMENTARE

Dieci anni di dispute in sede europea

di Laura Cavestri

(© Michael Jones)

2' di lettura

La voglia di “lampeggianti” sulle confezioni degli alimenti si è fatta strada, nella Ue, da una decina di anni. Genuine esigenze di tutela della salute o surretizi tentativi di limitare l’import alimentare dall’estero? Dubbi mai chiariti.

Nel 2013, con un’etichetta a semaforo (traffic light label) sulle confezioni di ogni prodotto alimentare(da rosso per “nocivo alla salute” a verde per “salutare” a prescindere da dieta e quantità) è stata la Gran Bretagna a partire, “interpretando”, in chiave nazionale, le indicazioni dei cosiddetti “profili nutrizionali”, cioè quelle regole comuni di corretta nutrizione e salute ammesse nell’informazione commerciale dei prodotti e stabilite nel regolamento Ce 1924/2006.

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Se la Commissione di Bruxelles puntava a definire semplici criteri – con tenori massimi di grassi, grassi saturi, zuccheri e sodio – in Gran Bretagna l’etichetta a semafori – in uso comunque su base volontaria e non imposta – ha portato al paradosso. Con luci rosse accese su prosciutto crudo e parmigiano (per il contenuto di sodio) e luce verde, ad esempio, sulle bibite gassate “light”.Una strategia mai piaciuta soprattutto ai Paesi del Sud Europa. Più un danno alla concorrenza, tanto da indurre Bruxelles ad avviare una procedura di infrazione verso il Regno Unito.

Nell’aprile 2016 sul punto si espresso anche il Parlamento Ue, approvando, a larga maggioranza, l’articolo 47 del “rapporto Kaufmann”, che chiedeva alla Commissione di eliminare il concetto di “profili nutrizionali”.

Intanto – complice Brexit e una sorta di “libretto di istruzioni” che accompagna il semaforo stesso – la Commissione ha annunciato, questa primavera, la chiusura della procedura di infrazione verso Londra.

Ma la partita non si è chiusa. Anzi, si sono moltiplicati i fronti.

Quasi contemporaneamente, a marzo di quest’anno, 6 multinazionali dell’industria alimentare (Coca-Cola Company, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever) hanno proposto, a Bruxelles, un progetto che si basa sull’etichetta nutrizionale a semaforo, come il modello britannico già oggetto di infrazione Ue. Tutela del consumatore o guerra commerciale?

Nello stesso periodo, in Francia, dopo alcuni mesi di sperimentazione, il ministero della Salute ha approvato il sistema di etichette nutrizionali a semaforo “Nutri-score”, che, a differenza di quello britannico, considera i componenti “buoni” e “cattivi”. Sul fronte dei “buoni” si trovano proteine, fibre e la presenza fra gli ingredienti di frutta, verdura e frutta secca. Nel gruppo dei fattori nutritivi “cattivi”, invece, calorie, grassi saturi, zuccheri semplici e sale.

Un sistema cui il Made in Italy si oppone strenuamente. Si chiede alla Ue di darsi delle regole uniformi invece di incoraggiare l’ordine sparso dei Paesi. Infine, c’è anche il rischio che il modello dei “semafori” piaccia e si diffonda in molti Paesi extra-Ue, creando effetti imprevedibili sul nostro export agroalimentare.

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