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Dieci anni di Fiat-Chrysler, quella Jeep «fallita» che ha salvato Fca

di Laura Galvagni e Marigia Mangano

Fca mai cosi' in salute

3' di lettura

Dieci anni fa Chrysler era un gruppo fallito, oggi rappresenta il motore della vecchia Fiat. Era il 30 aprile del 2009 e dopo un anno di trattative e una settimana di incontri senza sosta Sergio Marchionne riuscì a convincere l’America che l’auto italiana poteva essere l’unica àncora di salvezza per uno dei tre simboli di Detroit, allora alla deriva.

La bancarotta “pilotata”
Così, tra lo stupore generale e il tipico entusiasmo tricolore, l’allora presidente Barack Obama, circondato alla Casa Bianca dai collaboratori delle grandi occasioni, dal ministro del Tesoro Tim Geithner al consigliere economico Larry Summers, svelò la “nuova vita” per la casa automobilistica in crisi: «Ho il piacere di annunciare che Chrysler e Fiat hanno raggiunto un accordo di partnership, sostenuto dal governo».
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Marchionne, dal canto suo, tracciò il percorso del Lingotto dei successivi 10 anni: «Credo che l’operazione appena conclusa rappresenti per la Fiat e tutta l’industria italiana un momento storico. È un importante passo avanti nell’impegno di gettare nuove e solide basi per il futuro».

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L’intesa, migliaia di pagine sparpagliate su un enorme tavolo di uno dei più grandi studi legali del paese, passava per la bancarotta pilotata del colosso Usa, più 8 miliardi di aiuti di Stato e un ingresso in più step di Fiat. Prima un 20% e poi in rapida successione a salire fino al 35%, al raggiungimento di obiettivi predeterminati quali target di vendita o approvazione di nuovi modelli. Il percorso si sarebbe completato, secondo i piani originari, grazie a un’opzione, legata a doppio filo alla discesa del debito verso lo Stato Usa (sotto i 3 miliardi), esercitabile dal gennaio 2013 al giugno 2016 con la possibilità infine di superare la soglia del 51% una volta chiusi i conti con il governo americano. Cosa poi avvenuta nel 2014.

L’intuizione di Marchionne
La conquista di Chrysler, dopo la put General Motors da 1,55 miliardi, che salvò le casse esangui della Fiat nel 2004, fu la seconda intuizione geniale dell'allora ceo Sergio Marchionne. Non per i numeri che l’azienda rappresentava all'epoca, ma perché industrialmente e strategicamente ha garantito il futuro del Lingotto che oggi parla sostanzialmente americano grazie alla forza del marchio Jeep.

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Dal punto di vista strettamente finanziario l’acquisizione di Chrysler in prima battuta portò a un peggioramento dell’equilibrio economico: il debito netto industriale lievitò infatti a 9,7 miliardi nel 2013 e solo nel giro di cinque anni è riuscito ad azzerarsi a beneficio della generazione di cassa che a fine 2018 ha raggiunto i 4 miliardi. D eterminante in questo percorso, oltre alla girandola di scorpori, è stato il cambio di passo sulla linea prodotti.

Marchionne ha smesso di inseguire il miraggio dei grandi volumi con un target inizialmente fissato di 7 milioni di vetture al 2018 posizionandosi su cifre più basse ma con ritorni più elevati. Di qui il peso crescente che ha assunto Jeep. Se nel 2013 il brand produceva 700 mila vetture e pesava appena il 16% sulle vendite, a fine dell'anno scorso è arrivato a un passo dal 40% sui volumi. E in prospettiva conterà ancora di più. Il piano industriale dello scorso primo giugno, scritto da Marchionne prima della scomparsa a luglio 2018, parlava chiaro: ai 16 miliardi di profitti operativi che Fca produrrà al 2022 il marchio Fiat e Chrysler contribuiranno in maniera marginale. Diversamente il perno sarà Jeep. Il brand arriverà a sfiorare il 50% del giro d’affari tra quattro anni. Al punto che l’obiettivo finale è che una vettura su 12 nel mondo porti il marchio del fuoristrada americano e a tendere addirittura 1 su 5.

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Le sfide di Manley
Il compito di centrare questi ambiziosi target oggi è affidato, ironia della sorte, proprio al manager simbolo della rinascita di Jeep: Mike Manley. Toccherà a lui insieme alla famiglia Agnelli, primo azionista del colosso italo americano che in Borsa oggi vale oltre 21 miliardi, trovare la chiave del successo per i prossimi dieci anni. Se questa passerà da una nuova alleanza capace di consolidare ulteriormente la posizione di forza del gruppo in Europa e in America lo si capirà in tempi rapidi. Nell'attesa la priorità è farsi trovare pronti di fronte alla prossima rivoluzione tecnologica: «Fiat Chrysler Automobiles è una 'house of brands', una casa di marchi, e questo le permetterà di essere uno dei pochi costruttori tradizionali in grado di sopravvivere. Ne sono certo, al cento per cento».

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