il fact checking del premio nobel

Dieci bugie (di destra) sulle tasse

di Paul Krugman


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Il presidente Usa Donald Trump incontra i bambini per Halloween (Epa)

10' di lettura

La destra moderna racconta bugie sulle tasse più o meno da quando è nata. Le storie inventate di piccole aziende agricole costrette a chiudere per il peso delle tasse di successione, le affermazioni sui tagli delle tasse che magicamente si ripagano da soli e tutto il resto risalgono ai lontani anni Settanta.
Ma con la presidenza Trump la propaganda per vendere alla popolazione i tagli delle tasse è giunta a livelli del tutto inediti, sia per la spudoratezza che per la quantità pura e semplice di bugie.
È una disonestà così ampia e profonda che perfino quelli di noi che lo fanno per mestiere faticano a tenervi dietro, tanto che quando mi sono messo a stilare un elenco delle bugie più grandi inizialmente pensavo che non sarebbero state più di sei o sette, e invece sono arrivato a dieci.
Ho pensato quindi che poteva essere utile, per me e per altri, stilare uno schema riassuntivo, una descrizione in forma abbastanza lunga delle dieci grandi bugie che Trump e i suoi alleati stanno raccontando, che cosa hanno detto e come facciamo a sapere che si tratta di una bugia. È probabile che mi sia perso qualcosa, e magari al momento in cui lo pubblico ne avranno già twittata in giro qualcuna nuova. Ma bisogna fare di necessità virtù, perciò cominciamo.

Bugia n. 1: L’America è il Paese più tassato del mondo
Questa è una specialità di Trump: l’ha raccontata un’infinità di volte, e ogni volta i fact-checkers si sono buttati in massa a far notare che era falso. Secondo i dati dell’Ocse, nei Paesi avanzati la pressione fiscale media in percentuale del prodotto interno lordo è il 34,3 per cento. Negli Stati Uniti è il 26,4 per cento.
Perché Trump continua a ripetere una cosa che perfino lui ormai deve sapere che è una bugia totale? Sospetto sia una questione di potere: gli piace dimostrare che anche se mente ripetutamente e viene smentito ripetutamente, i suoi sostenitori continuano a credere a lui invece che ai media che scrivono fake news.

Bugia n. 2: Le tasse di successione distruggono agricoltori e camionisti
Le storie di famiglie contadine in ristrettezze e allo sbando perché gli eredi non possono permettersi di pagare le tasse di successione quando il patriarca muore proliferano da decenni, nonostante l’assenza di qualsiasi esempio reale.
Non sto dicendo che siano semplicemente rari: sto dicendo che i sostenitori dell’abrogazione dell’imposta di successione non sono riusciti a tirar fuori nemmeno un caso del genere, almeno dalla fine degli anni Settanta, quando la soglia di esenzione fu portata all’equivalente di circa 2 milioni di dollari (in valori odierni).
Ultimamente Trump ha aggiunto una nuova versione alla storia, presentando l’imposta di successione come un terribile fardello per i poveri camionisti che faticano tanto. Eggià, in fondo chi è che non possiede una flotta di tir da 11 milioni di dollari?
La realtà, secondo i dati del Center on Budget and Policy Priorities, è che l’imposta di successione colpisce solo un numero ristretto di grandissimi patrimoni, e solo una minuscola frazione di questi patrimoni consiste in aziende agricole a conduzione familiare o piccole imprese. Dal momento che il trasporto merci e i servizi di magazzinaggio rappresentano solo il 3 per cento del Pil, e l’agricoltura meno dell’1 per cento, sembra alquanto verosimile che quest’anno solo due o tre camionisti, e nemmeno un agricoltore, dovranno pagare l’imposta di successione.

Bugia n. 3: La tassazione delle società che trasferiscono l’onere fiscale sui proprietari è un fardello per le piccole imprese
La maggior parte delle imprese negli Stati Uniti, almeno per quel che riguarda il fisco, non sono quelle che normalmente consideriamo società per azioni soggette a imposizione fiscale sui profitti, bensì società di persone, ditte individuali e «S corporations», cioè piccole imprese che si limitano a trasferire gli utili ai proprietari, utili che vengono conteggiati come parte del reddito personale dei proprietari e tassati di conseguenza.
Trump ora vuole cambiare questa regola e consentire ai proprietari di pagare semplicemente una tassa del 25% sugli utili delle loro società, e nient’altro. La misura viene presentata come una riduzione del fardello fiscale per gli operosi piccoli imprenditori. Ma, come ha spiegato il Tax Policy Center, molte famiglie a medio reddito che possiedono società di questo tipo non sono imprenditori e derivano solo una piccola frazione dei loro introiti dalle suddette società. «Magari ricevono un reddito occasionale dall’affitto di una casa vacanze, o dalla vendita di articoli vari su eBay, che dichiarano come reddito aziendale», secondo un rapporto di Frank Sammartino, ricercatore anziano del Tax Policy Center.
I proprietari ad alto reddito di questo tipo di società invece ci ricavano moltissimi soldi: ma non si tratta di piccoli imprenditori in difficoltà. Secondo Sammartino, «questo gruppo ad alto reddito è composto da medici, avvocati, consulenti e altri professionisti, e al livello più alto da soci di hedge fund o altre società di investimento».

E queste, naturalmente, sono le persone che guadagnerebbero enormemente con la proposta di Trump. La stragrande maggioranza degli americani rientra in uno scaglione fiscale del 15 per cento o meno, perciò anche se possiedono una società che trasferisce l’onere fiscale sui proprietari lo sgravio fiscale di Trump non gli porterà nessun beneficio.
Gli individui ad alto reddito, invece, avrebbero moltissimo da guadagnare a pagare il 25 per cento invece dell’aliquota marginale ben più alta che versano adesso (il 39,6 per cento). E avrebbero anche un forte incentivo a riorganizzare i loro affari in modo da far figurare una parte maggiore del reddito come derivante da queste società. Non sarebbe una creazione di piccole imprese e non farebbe crescere l’occupazione: sarebbe solo elusione fiscale. È quello che è successo quando il Kansas ha provato a introdurre una misura simile, e ha contribuito notevolmente al dissesto finanziario di quello Stato.
Insomma, non è uno sgravio fiscale per le piccole imprese, è uno sgravio fiscale per i ricchi (non ve lo aspettavate, eh?).

Bugia n. 4: Tagliare le tasse sui profitti in realtà va a vantaggio dei lavoratori
L’incidenza della tassazione è un argomento complesso, per usare un eufemismo, e ho la sensazione che anche gli esperti di politica fiscale siano ancora molto indietro sulla comprensione delle implicazioni dei mercati dei capitali globali in questo ambito.
Pensate a quello che succede se tagliate le tasse sui profitti aziendali. L’impatto immediato è che le imprese hanno più soldi. Perché dovrebbero voler spendere quei soldi supplementari per assumere più lavoratori o aumentargli i salari?
Di certo non per bontà d’animo, e non come reazione alle richieste dei lavoratori, perché di questi tempi a nessuno importa nulla di quello che pensano i lavoratori.
Potrebbero essere propense a investire di più, incrementando in questo modo la domanda di manodopera e quindi aumentando indirettamente i salari, e la concorrenza farebbe scendere i profitti lordi. Ma ci sono un paio di falle importanti in questo ragionamento. La prima è che molti profitti aziendali non sono un rendimento del capitale fisico, e non scenderebbero per effetto della concorrenza se il capitale diventasse più a buon mercato. Apple, Google, Microsoft e altre aziende derivano i loro profitti da vantaggi tecnologici, dal marchio, dal potere di mercato: tagliare le tasse su quei profitti non farebbe altro che lasciare più soldi in tasca ai loro proprietari.
La seconda falla è che affinché una riduzione delle tasse possa alzare i salari deve aumentare lo stock complessivo del capitale, il che significa che deve condurre a una spesa totale per investimenti maggiore. Da dove verrebbe il denaro per quell’incremento degli investimenti? È improbabile che le riduzioni delle tasse facciano aumentare il tasso di risparmio nazionale.
Il denaro potrebbe venire dall’estero, tramite afflussi di capitali. Ma il rovescio della medaglia di quegli afflussi di capitali sarebbe un aumento del disavanzo commerciale (che non è proprio quello che i sostenitori dei tagli delle tasse stanno reclamizzando) e in ogni caso mantenere disavanzi commerciali delle proporzioni necessarie è una cosa molto più complicata di quanto la gente sembri pensare. Il dollaro dovrebbe crescere drasticamente, e la forza del dollaro sarebbe di per sé un disincentivo agli investimenti esteri, rallentando notevolmente il processo di aumento dei salari. Insomma, per un periodo prolungato, almeno cinque anni e probabilmente molto di più, tagliare le tasse sui profitti porterebbe benefici per i proprietari delle grandi aziende. Per i lavoratori, molto meno.

Bugia n. 5: Rimpatriare i profitti esteri creerà occupazione
Per ragioni fiscali, le grandi aziende tengono grandi quantità di liquidi in paradisi fiscali all’estero. I fautori dei tagli delle tasse affermano regolarmente che un abbassamento delle aliquote o un condono fiscale riporterà quei soldi in patria e creerà moltissimi posti di lavoro.
Prima di tutto, non è che ci sia un ammasso di contanti alla Paperon de’ Paperoni nascosto all’estero e pronto a essere messo a frutto se solo il fisco cattivo lo consentisse. Questi conti esteri sono solo meccanismi contabili, che hanno scarsi effetti reali. Molte delle aziende con grandi quantità di liquidi all’estero hanno anche un mucchio di liquidità inutilizzata qui in patria. Quello che le trattiene è la mancanza di opportunità percepite, non il flusso di cassa. E anche quelle che non hanno liquidi in eccedenza possono facilmente prendere soldi in prestito a tassi di interesse mai così bassi o quasi. E ricordiamoci che possono sempre usare la liquidità che hanno all’estero come garanzia per i loro prestiti.
Su questo, peraltro, abbiamo solide conferme empiriche. Nel 2004 gli Stati Uniti promulgarono la legge per gli investimenti nazionali, che offriva un’esenzione fiscale temporanea a quelle multinazionali che riportavano in patria gli utili esteri. Un accurato studio del National Bureau of Economic Research sugli effetti di questa legge ci dice che: «I rimpatri di capitali non hanno portato a un incremento degli investimenti, dell'occupazione o della ricerca e sviluppo a livello nazionale, nemmeno nel caso delle aziende che avevano fatto pressioni per l’esenzione dichiarando queste intenzioni e per le aziende che apparivano in difficoltà finanziarie. Invece, è stata riscontrata una correlazione di 1 a 1 fra i soldi rimpatriati grazie a questa legge e gli incrementi degli esborsi in favore degli azionisti». (Il saggio lo trovate qui: ber.org)

Bugia n. 6: Queste non sono riduzioni delle tasse a favore dei ricchi
Lo dice Trump, quindi è così, giusto? No, aspettate un attimo. In realtà, se si guarda ai principali elementi della proposta, il grosso delle misure consiste nei tagli delle tasse per le imprese, lo sgravio sulle imprese che trasferiscono gli utili ai proprietari, l’eliminazione dell’imposta di successione e il taglio dell’aliquota marginale più alta. Tutte queste misure favoriscono i redditi molti alti, il resto sono pochi spiccioli. (La stima del Tax Policy Center la trovate qui: tpc.io/2hCF1G9.)

La contraerea dell’amministrazione sta accusando il Tax Policy Center di arrivare a conclusioni senza informazioni adeguate, ma l’amministrazione sta facendo montagne di affermazioni sui risultati che avrà il suo piano senza avere, apparentemente, maggiori informazioni di quelle di cui dispone il Tax Policy Center. Inoltre, data la linea generale del progetto di riforma, è impossibile che non sia un clamoroso regalo a chi è già ricchissimo.

Bugia n. 7: È un grande taglio delle tasse per la classe media
Vedi sopra, alla bugia n. 6. Tutte le misure importanti di questo piano vanno a vantaggio dei ricchi, non della classe media. Quello che rimane sono pochi spiccioli e alcune delle misure, come la fine della deducibilità delle tasse statali e locali e altre deduzioni, in realtà faranno crescere l’imposizione fiscale per un numero rilevante di americani di classe media.
In totale, di qui al 2027, secondo il Tax Policy Center, l’80 per cento delle riduzioni fiscali sarà finito nelle tasche dell'1 per cento, e solo il 12 per cento in quelle dei tre quintili di mezzo.

Bugia n. 8: Non farà aumentare il disavanzo
Okay, stiamo parlando di grosse riduzioni delle tasse per le aziende, eliminazione dell’imposta di successione, abbassamento delle aliquote per le persone ad alto reddito e introduzione di una nuova, enorme opportunità di elusione fiscale. Come può tutto questo non far aumentare il disavanzo pubblico?
Sarebbe possibile solo se la proposta eliminasse ampie fette delle deduzioni fiscali esistenti, allargando enormemente la base imponibile. Non è così. È una riforma che farà esplodere di migliaia di miliardi di dollari il deficit, a meno che non operi qualche magia vudù. Ma…

Bugia n. 9: Tagliare le tasse innescherà una crescita rapida
L’insistenza sul potere magico dei tagli delle tasse è la bugia-zombie per eccellenza nell’ambito del dibattito di politica economica negli Stati Uniti. Niente riesce a ucciderla. E sappiamo il perché: ci sono tantissimi finanziamenti a sostegno della tesi che cose meravigliose succederanno se tagliamo le tasse dei donatori. È difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capirla.
Comunque, per la cronaca: il presidente Reagan tagliò le tasse, e anche se la sua amministrazione cominciò con una terribile recessione, dopo ci fu una rapida ripresa. Alcuni di noi pensano che Paul Volcker, l’ex presidente della Federal Reserve, abbia influito più di qualunque misura adottata dalla Casa Bianca, sia sulla recessione che sulla ripresa, ma in ogni caso abbiamo altri dati da portare.
Alcuni anni dopo, infatti, il presidente Clinton aumentò le tasse, e la destra strillò che in quel modo avrebbe distrutto l’economia. Invece sotto la sua presidenza ci fu un boom economico che superò sotto ogni punto di vista quello di Reagan. Per quel che vale, posso aggiungere che a mio parere questo boom non fu merito di Clinton. Ma di certo ha confutato la tesi che tagliare le tasse sia una condizione necessaria e sufficiente per la prosperità.
Poi il presidente Bush figlio tagliò le tasse, e si levarono gli osanna per il Bush boom. Ma in realtà si trattò di una ripresa fiacca seguita da un crac di portata storica.
Infine, il presidente Obama ereditò le conseguenze di quel crac, e nonostante un’opposizione senza quartiere dei Repubblicani l’economia pian piano recuperò il terreno perduto. Poi, nel 2013, Obama prima alzò significativamente le tasse e poi implementò la sua riforma sanitaria, con la destra che gridava all’imminente disastro. L’economia è andata bene.

Bugia n. 10: I tagli delle tasse si ripagano da soli
Se i tagli delle tasse non generano un miracolo economico, è difficile che possano generare un’impennata delle entrate tale da compensare la riduzione delle aliquote. Certo, un po’ di denaro nascosto potrebbe saltar fuori all’improvviso e comparire come reddito tassabile, anche se il Pil rimarrebbe invariato. Ma storicamente questo effetto non è neanche lontanamente sufficiente a compensare le perdite dirette prodotte dalle tasse più basse. Le riduzioni fiscali di Reagan produssero deficit, gli aumenti delle tasse di Clinton produssero surplus.

Eccoci qui: dieci grandi bugie sulle riduzioni delle tasse. Come ho detto, probabilmente me ne sono persa qualcuna e/o Trump se ne inventerà di nuove. Ma spero che possa dimostrarsi un riferimento utile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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