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Venezia in dieci film, dal più autoriale al più femminista

Qual è il film più discusso? E quello più scabroso? Una lista di pellicole in concorso

di Cristina Battocletti


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Luca Martinelli nel film “Martin Eden” di Pietro Marcello

5' di lettura

Dieci film, passati in Concorso alla Mostra del Cinema, ciascuno con il suo primato

1) Il più autoriale
“Martin Eden” di Pietro Marcello. La trasposizione del romanzo di Jack London in chiave sperimentale, ambientazione napoletana, con una temporalità bizzarra che percorre molti momenti del secolo scorso e grandi temi sociali sullo sfondo, dall’anarchia al socialismo. Materiali d’archivio, filmini familiari, fiction sono mescolati in un lavoro di grande intimismo e poesia. Luca Marinelli è il marinaio anarchico che si emancipa per amore e diventa un intellettuale, divorato dallo stesso sistema in cui ambiva entrare. Ottima recitazione, degna di coppa Volpi. In giuria, Paolo Virzì, che lo aveva voluto come protagonista in “Tutti i santi giorni”, potrebbe insistere per il premio.

2) Il più attuale
“The Laundromat” di Steven Soderbergh. Dal libro di Jake Bernstein, il regista di “Sesso, bugie e videotape” racconta i Panama Papers: grazie a un sistema di scatole vuote una finanza malata ricicla soldi sporchi derivanti da corruzione e traffico di droga, il tutto attraverso un giro di paradisi fiscali. Il gatto e la volpe sono Antonio Banderas e Gary Oldman, la preda Meryl Streep, impreparata ma agguerrita neo-vedova, decisa a non mollare la presa quando non viene risarcita per la perdita del marito in un incidente. Difficile arrivi un premio a Venezia, ma avrà un buon successo di botteghino.

3) Il più discusso

“J’accuse” di Roman Polanski. Nonostante la presidente di giuria, Lucrecia Martel, abbia dichiarato che non avrebbe applaudito perché l’uomo non si distacca dall’opera, il film sul caso Dreyfus del regista franco-polacco è in cima alle preferenze della critica. Pellicola in costume, con un’impeccabile sceneggiatura, racconta l’ingiusta condanna per alto tradimento del capitano dello stato maggiore ebreo, dietro una nuova forte ondata di antisemitismo. Il grimaldello è l’ufficiale Georges Picquart (un eccellente Jean Dujardin), novello capo dei servizi segreti, che vede emergere la verità coperta dai servizi di Stato. Tra le fila degli attori eccellenti, anche Louis Garrel e la moglie di Polanski, Emmanuelle Seigner. Il regista ambienta la storia a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ma è un manifesto della sofferenza dei perseguitati, in cui include anche se stesso. Non si sa se convincerà la Martel, ma può darsi che dopo tutte le polemiche la giuria si spenda a suo favore.

4) Il più femminista
“La candidata ideale” di Haifaa al-Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita. Maryam (Mila Al Zahrani) è una giovane dottoressa alle prese con la misoginia e le inadempienze strutturali del suo Paese. Si imbatte per caso nella candidatura delle elezioni municipali e decide di concorrere per ottenere l’asfaltatura della strada davanti al pronto soccorso. Asperrima per astra. Grazia e humor, ma struttura un po’ semplicistica e televisiva. Tema importante.

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5) Il più giovanilista
“Babyteeth” di Shannon Murphy. Tratto dall’omonima opera teatrale, racconta la storia d’amore tra due giovanissime vite, appesantite dal dolore. La giovane Milla (Eliza Scanlen), ammalata di tumore, si lega a Moses (Toby Wallace), piccolo spacciatore di quartiere, accolto dai genitori della ragazza in casa. Nonostante le remore, nella figlia vedono nascere una vitalità inedita. L’Australia fa da sfondo a un’esistenza di scossoni con una sceneggiatura che sa risalire a note più lievi da commedia o melò. Per Shannon Murphy è il debutto nel lungometraggio e subito atterraggio in concorso a Venezia. Dai corti e dalla realizzazione di serie tivù ha importato uno stile giovanilistico che assembla gli angoli tragici a quelli liberatori. Al Lido si parla di Palmares.

6) Il più psichedelico
“Ema” di Pablo Larraín. Un bambino adottato e poi restituito, una coppia che si tortura, una compagnia di danza che si divide tra l’avanguardia e il reggaeton. Ema (Mariana Di Girolamo), biondo cenere, è una flessuosa ballerina, ma anche una sottile carnefice e vittima confusa. Sullo sfondo di Valparaíso, molta sessualità orgiastica, ma poca sensualità. Girato ottimamente, ma inferiore a “Toni Manero” (2008) perché la disperazione è fredda, cerebrale. Forse arriva una Coppa Volpi al femminile.

7) Il più psicoanalitico
“Joker” di Todd Phillips. Joaquin Phoenix inietta nel più celebre clown psicopatico dei fumetti la sofferenza pura di Arthur Fleck, stand-up comedian per aspirazione, pagliaccio on demand. Il film di Phillips racconta una storia di emarginazione più che plausibile per il cattivo che farà nascere Batman. Gotham City è trasformata nello specchio di una delle tante piazze, da Atene a Parigi, in cui in questi anni si è riversata la tensione con cassonetti bruciati e risse con la polizia.
Phoenix non ha bisogno della Coppa Volpi. È già in pista per il Dolby Theatre.

8) Il più scabroso
“The painted bird” di Václav Marhoul. Un bambino, braccato da altri ragazzini, corre con un ermellino in braccio. Non riuscirà a scamparla: viene picchiato di suoi coetanei e l’animale bruciato barbaramente. Per il bambino, impersonato da Petr Kotlár, è solo la prima delle tante atrocità di cui sarà vittima e capro espiatorio. La gente lo crede portatore di malvagità, un essere demoniaco e lui subisce il linciaggio morale e fisico, la morte di tanti compagni di viaggio, la violenza anche sessuale. Reagirà molto tardi, quando la giovane che gli ha salvato la vita lo umilia perché non è in grado di soddisfarla e al suo posto, per sfregio, giace con un caprone. Lui, ritenuto il demone, reagisce solo contro il simbolo del demonio. Un film ambientato tra Repubblica Ceca, Slovacchia e Ucraina, in bianco e nero, che ricorda le atmosfere de “Il nastro bianco” di Michael Haneke e l’inziale ruralità agreste dell’”Heimat” di Edgar Reitz. Un film cruentissimo, a volte in maniera insopportabile e sullo sfondo la tragedia ebraica durante il nazismo. Il ragazzino mantiene un’espressione buonista eccessiva per esprimere rabbia a ondate tutto d’un tratto. Un film cristologico, in odore di Leone.

9) Il più spaziale
“Ad astra” di James Gray. Si svolge tra la Luna e Marte, altitudini in cui l’astronauta, figlio d’arte, Roy (Brad Pitt) infrangerà la parte algida e controllata di se stesso per scoprire le fragilità, generate dalla scomparsa del padre in una missione spaziale. Ci si preoccupa del destino della terra con una strizzatina d’occhio a Kubrick, Tarkovskij e Malick. I film brutti sono altri, ma forse troppi temi sul piatto.

10) Il più umano
“Gloria mundi” di Robert Guédiguian. In una Marsiglia contemporanea Mathilda (Anaïs Demoustier) dà alla luce una bimba, Gloria, il cui nonno, Daniel (Gérard Meylan), è appena uscito dal carcere dove ha imparato a essere un uomo migliore e un poeta. La sua ex moglie (Ariane Ascaride) lo coinvolge nelle cure della bambina per impulso del nuovo compagno, che ha allevato senza distinzioni la loro figlia naturale e quella di primo letto. In una divorante crisi economica, tra impieghi che tolgono la dignità, e in un mercato spietato e senza regole, ognuno reagisce come può ai problemi. I più anziani sono saggi, capaci di atti di intelligenza e solidarietà, anche oltre le loro forze. I giovani sono in preda a rabbie, invidie, desiderio di affermazione. Dietro la porta la violenza è sempre in agguato. Un film operaista, mai gratuito, a volte commovente, vicino a chi lotta per sopravvivere (la vecchia guardia) e chi vuole emanciparsi a qualsiasi costo (la nuova leva). Sarebbe bello prendesse un qualsiasi premio.

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