LA SOTRIA

Dieselgate, 3 anni fa lo tsunami che sconvolse l’auto

di Mario Cianflone

Martin Winterkorn,amministratore delegato di Volkswagen durantelo scandalo Dieselgate (AFP)

2' di lettura

Salone di Francoforte, 15 settembre 2015. Gli stand, anzi i padiglioni del gruppo Volkswagen sono scintillanti: luci accecanti e macchine lucidate in modo maniacale. Nulla lascia immaginare lo tsunami che da lì a qualche giorno (il 18 per la precisione) si abbatterà sul mega gruppo tedesco: il Dieselgate, lo scandalo delle emissioni truccate. A dire il vero parlando con manager come il capo della tecnologia Ulrich Hackenberg, o osservando il viso del ceo Martin Winterkorn, si avvertiva un mood teso.

Poi la bomba esplode: l’Epa, la potentissima agenzia Usa per la protezione dell’ambientale, scopre (ancora non si sa come) che il Gruppo Volkswagen ha installato nella centralina di gestione motore un software per aggirare le normative ambientali sulle emissioni di ossido di azoto (NOx) dei diesel. Nel rilievo dell’Epa il software è equiparato a un device, a un dispositivo proibito. La presenza di questo cosiddetto cheating device fa scoppiare il finimondo. Sotto accusa sono i motori Tdi diesel 4 cilindri EA189 che rispettano le normative Euro 4 e Euro 5 e appartengono ai brand Volkswagen, Audi, Seat e Skoda, ma poi la questione si allarga anche ai sei cilindri.

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Tre anni di dieselgate

Il disastro economico è pazzesco: 11 milioni di auto da richiamare e spese che tra multe e è riprogrammazione si aggirano sui 20 miliardi. Ma il danno prodotto non ricade solo su Volkswagen (che va detto non subisce un calo delle vendite, anzi i suoi marchi sono sempre cresciuti) ma impatta su altri costruttori e soprattutto demolisce, ingiustamente, la reputazione del motore diesel che diventa a dispetto delle doti di pulizia il mostro da sbattere in prima pagina. Ora sulla scia di una gogna mediatica in numerose città europee, si programmano bandi assurdi. In pratica il motore più performante ed efficiente diventa un reietto e il fiore all’occhiello dell’industria automobilistica europea, soprattutto quella di passaporto tedesco, si trasforma in una tecnologia da bandire.

Gli effetti del Dieselgate, amplificati da normative super restrittive (Euro 6d-Temp), stanno di fatto mettendo fuori mercato i piccoli diesel con una spinta sui motori a benzina. E vedremo se e quanto le nuove proposte di suv con unità a ciclo otto di piccola cubatura saranno efficienti come un common rail; i dubbi sorgono spontanei. Da un altro canto la questione diesel sta facendo accelerare verso l’elettrificazione con declinazioni che spaziano dall’ibrido classico, stile Toyota, a quello plug-in fino al 100% elettrico, che al momento sembra una rivoluzione elitaria per auto premium alla spina.

Insomma lo scandalo Volkswagen alla fine sta imprimendo un cambiamento epocale all’automobile che rompe con il passato, complice i sistemi di guida assistita e si ripropone come oggetto tecnologico dai forti contenuti innovativi. Ma non solo: il declino del gasolio e l’ascesa degli ioni di litio può cambiare la geografia dell’auto portando il baricentro in Cina e, in risposta al cambiamento, i big tedeschi stanno lanciando modelli elettrici a raffica grazie ad investimenti miliardari.

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