AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùIl voto in Senato il 13 luglio

Dietro il Ddl Zan le manovre per il Colle: il M5s, il Pd e tutti i rischi per Letta

A ben 274 giorni dal suo approdo in Senato dopo il via libera della Camera avvenuto durante il Conte 2 (sì di M5s, Pd, Leu e la stessa Iv di Renzi), 274 giorni in cui è stata bloccata in commissione Giustizia, la legge contro l'omo-transfobia firmata dal democratico Alessandro Zan arriva in Aula senza intesa e a rischio affossamento

di Emilia Patta

Ddl Zan, Faraone (IV): "Voterò il calendario, ma PD-M5s sbagliano se rifiutano dialogo"

4' di lettura

«Il Ddl Zan contro l’omo-transfobia è stato calendarizzato per il 13 luglio con il voto dell’Aula del Senato. Quindi vuol dire che i voti ci sono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo». Enrico Letta insiste: il Ddl Zan va approvato così com'è, nonostante l’opposizione del centrodestra di governo (Forza Italia e Lega). E la sfida del segretario del Pd è rivolta non tanto alla Lega quanto al leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha votato a favore della calendarizzazione ma che da giorni si sgola a dire che i numeri non ci sono e che occorre trovare un accordo largo per apportare alcune modifiche che vadano anche incontro alle perplessità della stessa Santa Sede.

L’approdo in aula al Senato dopo l’impasse in commissione

Ma tant'è: a ben 274 giorni dal suo approdo in Senato dopo il via libera della Camera avvenuto durante il Conte 2 (sì di M5s, Pd, Leu e la stessa Iv di Renzi), 274 giorni in cui è stata bloccata in commissione Giustizia, la legge contro l'omo-transfobia firmata dal democratico Alessandro Zan arriva in Aula senza intesa e a rischio affossamento.

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Il tentativo di mediazione in extremis di Ostellari

A nulla è valso il tentativo in extremis di mediazione appoggiato dai renziani e messo in atto dal presidente leghista della commissione Giustizia Andrea Ostellari (via il riferimento nel testo all'identità di genere e maggiori tutele per le scuole paritarie), che da parte sua ha per altro utilizzato i lunghi mesi di permanenza in commissione per ritardare il più possibile l'approvazione della legge: per Pd e M5s la mediazione non va bene, e dunque si va alla conta in Aula. E se nelle prossime ore non si raggiungerà una qualche intesa sarà guerra a colpi di ostruzionismo, valanga di emendamenti a cui si sta già dedicando il decano Roberto Calderoli e continue richieste di votazioni segrete.

Braccio di ferro interno all’ex maggioranza giallorossa

Viene spontanea la domanda: a che pro?La verità è che è ormai tutta una battaglia interna all'ex maggioranza giallorossa quella che si sta combattendo attorno al Ddl Zan: da una parte Letta, che attorno alla battaglia sui diritti degli omosessuali e dei trans vuole ripartire per consolidare l'alleanza con il M5s nonostante la forte crisi che il movimento sta vivendo nel duello tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo spingendo ai margini della larga alleanza draghiana il “sovranista” Salvini; dall'altra Renzi, che vuole approfittare della crisi in cui si sono avvitati i “grillini” per disarticolare definitivamente l'abbraccio tra Pd e M5s e aprire nuovi scenari di alleanze.

Nel Pd perplessità sulla strategia di Letta

Entrambi i contendenti guardano naturalmente alla maggioranza che dovrà eleggere a febbraio prossimo il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Ma sono in molti, con il passare delle ore, i dem che esprimono perplessità sulla strategia di Letta (se la legge contro l'omo-transfobia passa è una vittoria, se viene affossata si saprà che il responsabile è il “solito” Renzi). A partire dal governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che ha invitato i compagni del Pd a mettersi al tavolo della trattativa per portare comunque a casa la legge, a taccuini chiusi molti senatori dem e membri del governo della corrente degli ex renziani di Base riformista spingono per l'accordo con Iv e il centrodestra.

I rischi per il segretario

Accordo che tuttavia arriverà, se arriverà, a ridosso del Vietnam in Aula.Con queste premesse è chiaro che Letta corre un grosso rischio: se alla fine dovesse passare la strategia renziana dell'accordo largo avrà perso, ma anche se il Ddl Zan dovesse essere affossato sarebbe una sconfitta di fatto nonostante la tenuta del punto e lo “smascheramento” di Renzi.

I nodi dell’alleanza con i Cinque Stelle

Allargando lo sguardo appare poi poco calibrato l'investimento che il Pd lettiano continua a fare sull'alleato pentastellato e sulla leadership in pectore di Conte: non solo perché la composizione dello strappo tra l'ex premier e il fondatore del movimento è ancora incerto (mentre nelle scorse ore infuriava in Senato la battaglia sul Ddl Zan le cronache registravano ancora “gelo” tra i due), ma anche perché lo stato di confusione e di slabbramento in cui versa il M5s ormai da molte settimane non sono una garanzia della tenuta dei gruppi parlamentari: è appena slittata alla prossima settimana la votazione per l'elezione dei quattro membri di nomina parlamentare del Cda della Rai proprio per lo stato confusionale (e senza guida) in cui versa il primo gruppo parlamentare.

Il punto sui nuovi equilibri dopo le comunali e il voto del Presidente della Repubblica

Cosa potrà accadere con i voti segreti sul Ddl Zan o, peggio, sul Capo dello Stato?Ecco perché acquistano in questa fase rilievo politico le perplessità di quei dem che rimproverano a Letta l'eccessivo schiacciamento sulla strategia dell'alleanza a tutti i costi con il M5s, così come prima di lui aveva fatto Nicola Zingaretti, e invitano a riprendere in mano l'agenda politica guardando anche alla galassia del centro (non solo Iv, Azione di Carlo Calenda e i radicali di Più Europa ma anche l'ala più moderata di Forza Italia rappresentata dalle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini). Ma è comunque presto: i conti interni al Pd e al centrosinistra si faranno più in là, dopo le comunali di ottobre e durante le votazioni per l'elezione - appunto - del prossimo presidente della Repubblica.


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