Difendere la sovranità fiscale europea

La sentenza a favore di Apple della Corte generale della Ue non fa che ribadire la necessità di un intervento legislativo in materia fiscale

di Carlo Garbarino

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(AFP)

La sentenza a favore di Apple della Corte generale della Ue non fa che ribadire la necessità di un intervento legislativo in materia fiscale


4' di lettura

La Corte generale dell’Ue, con una decisione resa il 15 luglio, ha deciso a favore di Apple nella vertenza instaurata dalla Commissione nel 2016. La questione riguardava complessi accordi di distribuzione su tutto il territorio della Ue che erano stati suggellati nel 1991 da un ruling tra Apple e l’Irlanda. Il contenuto di quegli accordi prevedeva una cospicua attribuzione dei profitti di tutte le vendite europee alla filiale di Apple sita in Irlanda e l’assoggettamento di questi redditi un’imposta effettiva che è giunta a partire dal 2003 allo 0,005 per cento. Trattasi di un’ipotesi di scuola di cosiddetto tax dumping da parte di un soggetto extra-Ue nei confronti della sovranità fiscale dell’Unione. E, come messo in evidenza da copiosa letteratura, abbiamo tutti gli elementi tipici che si possono sintetizzare come segue.

Un soggetto extra-Ue, generalmente una multinazionale over the top della digital economy realizza significativi profitti in diverse Stati nel mercato europeo, che dovrebbero essere soggetti a tassazione nelle diverse giurisdizioni in base all’effettiva attività commerciale ivi svolta. Una giurisdizione applica una aliquota effettiva molto bassa sui profitti Ue che sono invece presunti essere prodotti in tale giurisdizione. In terzo luogo i profitti sono attribuiti all’unità del gruppo soggetta a tale imposta effettiva ridotta in base ad accordo che, seppur sotto i crismi di una legalità formale, di fatto stabilisce un regime fiscale ad personam. Nel caso di specie l’accordo aveva a oggetto la attribuzione dei profitti alla filiale Apple in base ai criteri dei prezzi di trasferimento. Morale: abbiamo un caso di cd. “reddito senza Stati” (stateless profit) in quanto tali profitti di fatto non sono tassati né in Irlanda né nelle altre giurisdizioni Ue, e probabilmente nemmeno negli Stati Uniti.

La Commissione aveva ben evidenziato questo fenomeno e aveva argomentato che Apple godesse di un vantaggio selettivo secondo quanto determinato dalla normativa in materia di aiuti fiscali, per la ragione della palese differenza di aliquote pagate da Apple rispetto a quelle pagate da altri operatori soggetti alla tassazione ordinaria. La Commissione aveva condannato l’Irlanda al recupero delle imposte non pagate da Apple negli anni precedenti per un ammontare superiore a 13 miliardi. Essendo queste le dramatis personae, ed essendo il contesto delle attuali policy sia a livello Ocse con il progetto Beps che a livello Ue con la direttiva Atad nel senso di un graduale contenimento di questo tipo di strategie fiscali, tutto ci sarebbe aspettati fuorché una decisione a favore di Apple, per di più con un percorso argomentativo che lascia francamente perplessi e che non si concentra affatto sui profili sostanziali.

Come si diceva l’accordo è del 1991 aveva a oggetto alcuni criteri attributivi in base alla disciplina dei prezzi di trasferimento: l’analisi in materia di prezzi di trasferimento che la Corte ha svolto, oggi nel 2020, è così semplicistica, direi quasi scolastica, che ci riporta indietro di 30 anni in una materia che ha subìto una evoluzione intensissima. La Corte, senza sviluppare un minimo di analisi quantitativa ed empirica sulle cd. t ested parties, apoditticamente nega che la attribuzione dei profitti in concreto produca un vantaggio selettivo e giunge addirittura ad affermare che «la discrezionalità usata dalle autorità fiscali irlandesi nel predisporre l’accordo non significa necessariamente che fosse stata usata per ridurre l’imposizione fiscale su Apple». Visto che la normale aliquota in Irlanda è il 12,5% ed Apple, nel caso concreto, era giunta a pagare un’aliquota effettiva dello 0,005%, mentre qualsivoglia altro operatore rimaneva assoggettato ad aliquota ordinaria del 12,5%, la disparità è innegabile. In questa situazione di emergenza finanziaria i 13 miliardi di euro che l’Irlanda avrebbe dovuto incassare dalla multinazionale sono di ammontare approssimativamente pari alla quota del Recovery Fund e delle altre provvidenze europee che saranno assegnate all’Irlanda. Il governo di Dublino è felice di rinunciare a un cospicuo gettito a scapito dei propri contribuenti, ed Apple continua a non pagare le imposte in Europa e non è dato di sapere quante ne paghi negli Stati Uniti.

Bisogna però concludere con un paio di annotazioni positive. In primo luogo, la decisione è appellabile alla Corte di Giustizia, ed è sperabile che in quella sede non venga svolta la superficiale e pedissequa analisi che ha caratterizzato i giudici di primo grado. In secondo luogo, il rischio oggettivo che venga a mancare un contenimento giurisdizionale del tax dumping mostra quanto sia essenziale che la lacuna venga colmata da norme comunitarie che stabiliscano in modo chiaro una base imponibile e un meccanismo impositivo comune: con la Cccctb o con la digital tax pan-europea, tecniche di profit shifting come quella di Apple sarebbero inutili. Si spera che il vuoto giurisdizionale non continui in caso di appello alla Corte di giustizia, e che, nel caso tale vuoto fosse confermato, esso serva a monito per il Consiglio di intervenire con misure a tutela della sovranità fiscale europea.

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