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Difesa europea: «Ora cooperazione tra Stati. Basta frammentazione nell'industria militare»

Parla l'ammiraglio Matteo Bisceglia, direttore dell'Occar (organizzazione internazionale tra Stati europei in materia di armamenti)

di Carlo Marroni

Biden: "Ulteriori 800milioni di dollari di aiuti militari all'Ucraina"

6' di lettura

«Evitare la duplicazione e la frammentazione, migliorare l’interoperabilità e la standardizzazione e ridurre al minimo i costi aggiuntivi, è un obiettivo che può essere perseguito attraverso la cooperazione». In tempi di guerra nel cuore dell'Europa la “difesa” è tornata centrale nelle strategie dei Paesi, che per molti anni avevano affrontato la prospettiva di guerre asimmetriche. Ora l'Ucraina riporta indietro la linea del tempo, ma i tempi sono cambiati, e anche i sistemi di difesa. L'ammiraglio Ispettore Capo Matteo Bisceglia dal 2019 è Direttore dell'Occar, organizzazione Internazionale con sede a Bonn per la cooperazione in materia di armamenti che gestisce programmi complessi di cooperazione nel campo degli armamenti, non solo europei anche se prevalentemente, primo ufficiale ammiraglio italiano a ricoprire questo ruolo. In questa conversazione con il Sole 24 Ore traccia un quadro del settore e le possibili strategie a medio-lungo termine.

«Gli Stati membri sono sempre meno in grado di colmare da soli le nuove lacune»

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Ammiraglio, gli stati stanno aumentando le spese, la Nato sta ampliando gli Stati membri, ma servono risorse colossali…. «A causa degli inadeguati investimenti nella difesa, gli Stati membri sono sempre meno in grado di colmare da soli le nuove lacune di capacità, a causa della minore competitività dell’industria della difesa nazionale, in quanto indebolita dal calo degli investimenti. Le nuove minacce alla sicurezza richiedono assetti capacitivi difficilmente sviluppabili autonomamente da un singolo stato membro. L'Italia non è certamente esclusa». Certo, in Europa si sviluppano diverse versioni di aerei da combattimento, carri armati, fregate, radar, ma «in assenza di una visione strategica e della volontà di abbandonare il protezionismo delle industrie Nazionali, ovvero di promuovere la cooperazione transfrontaliera, il risultato continuerà ad essere la frammentazione, la duplicazione e la mancanza di interoperabilità. Con conseguente spreco di risorse economiche e di know-how».

«Avere duplicazioni su aerei e navi non crea valore aggiunto, ma spesso sprechi»

Serve razionalizzare, quindi, che è poi il messaggio costante del premier Mario Draghi nelle varie sedi, Ue, G7 e Nato. «Dobbiamo capire che avere più aerei da combattimento, più tipi di fregate, più sistemi radar e così via non crea un valore aggiunto. Al contrario, continuando su questa strada spenderemo di più e otterremo di meno. Mi chiedo se l'Europa possa permettersi due aerei da combattimento di sesta generazione (costo per singolo sviluppo e produzione di ben oltre 100 miliardi di ero) quando gli Stati Uniti ne faranno forse uno. Tutelare il settore della difesa attraverso adeguati investimenti rappresenta uno degli obiettivi strategici di un paese per i conseguenti benefici geopolitici, industriali economici, occupazionali».

Cosa serve? «L'attuale scenario internazionale che ha riportato il conflitto militare alle porte dell'Europa evidenzia quanto la minaccia militare esterna sia ancora altamente probabile. Inoltre, la necessità di garantire il massimo livello di sicurezza sta facendo leva sull'effetto deterrenza. Effetto deterrenza che può essere garantito attraverso il mantenimento degli attuali assetti capacitivi unitamente allo sviluppo di nuove capacità».

L'obiettivo è il “dual use” tra civile e militare

Il concetto di base è il “dual use”: «Gli investimenti nella ricerca contribuiscono ad aumentare il capitale tecnologico che si riverbera anche in settori prettamente civili. La spesa militare ha dunque un ritorno in termini know-how scientifico che arricchisce l'intera comunità. Poi gli attuali sistemi d'arma sono l'espressione delle più avanzate soluzioni tecnologiche che possono trovare efficaci applicazioni anche nel settore civile, con conseguente ritorno a favore di tutta la popolazione». Esempi: le navi da pattugliamento multiuso che possono supportare le operazioni di assistenza umanitaria e di soccorso in caso di calamità; la nave di supporto logistico, che può fornire generazione di energia e trasporto a favore di Paesi colpiti da calamità naturali (esempio ad Haiti); il velivolo A400M, prodotto da Airbus, ha avuto un ruolo centrale nella recente operazione di evacuazione di Kabul. Infine lo sviluppo di Fuel Cells e nuove batterie al litio nell'ambito del Programma di costruzione dei sommergibili U212 – Near Future Submarine (NFS) - troverà applicazione anche a favore di unità navali civili come ad esempio la Nave a idrogeno (ZEUS).

Le ricadute per export e occupazione nazionale

Per tornare agli investimenti nella difesa, «contribuiscono alla crescita del comparto industriale ad ogni livello, non solo degli armamenti, favorendo l'innovazione e l'innovazione rappresenta un “moltiplicatore” che può generare un incremento di produttività. Attraverso processi innovativi è possibile sviluppare nuove tecnologie che consentono di mantenere la competitività industriale, nazionale ed europea*». Con ricadute nell'export, nell'occupazione, nella ricerca. «Il rapporto tra investimento e valore aggiunto per l'economia - spiega l'Ammiraglio Bisceglia - generato della industrie di settore è di 1 a 2.6 (moltiplicatore economico). Tagliare gli investimenti di settore significa ridurre l'occupazione all'interno di un settore che offre lavoro e formazione ad elevato livello tecnologico a migliaia di tecnici, ingegneri e operai specializzati».

Gli Usa investono in ricerca il doppio di tutto gli Stati europei

Quindi serve un salto di qualità: «A mio parere, nell’ultimo decennio gli Stati membri dell’Ue hanno fornito livelli e qualità di investimenti insufficienti per lo sviluppo e l'approvvigionamento di capacità future».

Ora l'obiettivo è raggiungere il 2% delle spese militari sul Pil (gli Usa segnano il 3,7%): in Europa la Francia investe circa il 2,1%, la Germania con l'impegno di investire 100 Mld €, supererà certamente la soglia del 2% del Pil mentre l'Italia (1,5%) deve avviare un progetto complessivo a medio termine. «Inoltre, nel complesso gli Stati europei investono nel settore della ricerca circa la metà rispetto agli investimenti degli Usa, con risultati, in termini di efficacia, nettamente inferiori (1/10). Il motivo risiede - a mio parere - in una frammentazione degli investimenti e duplicazione degli sviluppi e delle produzioni dei vari assetti».

«Occar, catalizzatore nel settore della difesa»

Quindi Occar, per Bisceglia, può essere lo snodo di questa nuova prospettiva di cooperazione: istituita nel 1998 raggruppa sei paesi - Italia, Francia Germania, Regno Unito, Belgio e Spagna - ma altre otto nazioni partecipano a diversi programmi, mentre la possibile integrazione di nuove nazioni è altamente incoraggiata e prevista nel prossimo futuro.

«Occar è un'organizzazione capace di svolgere un ruolo catalizzatore nel settore della difesa, rendendo disponibile un “contesto” in cui favorire il confronto e la comunicazione tra gli Stati e le Industrie» dice l'Ammiraglio Bisceglia. Per l'Italia quindi la strada è la cooperazione, «per valorizzare i propri poli di eccellenza industriali, sviluppare competitività, favorire la ricerca di assetti industriali cooperativi per assicurare soluzioni tecnologiche e industriali complementari in Europa». I numeri sono importanti: Occar gestisce più di 20 programmi nel 2022 con un budget operativo combinato di 100 miliardi di euro circa.

Protezionismo dell'industria nazionale aumenta il rischio di inefficienza della spesa

«Se non c’è la visione strategica e la volontà di abbandonare il protezionismo e di promuovere la cooperazione, il risultato continuerà ad essere la frammentazione, la duplicazione e la mancanza di interoperabilità, senza la cooperazione si continuerà a spendere di più e ottenere meno risultati. Il protezionismo dell'industria nazionale aumenta il rischio di inefficienza della spesa e la riduzione di fiducia tra Stati con conseguente indebolimento del concetto di cooperazione e in linea più generale della creazione della difesa europea».

Il 5 luglio Occar celebrerà il ventesimo anniversario dalla ratifica della Convenzione - atto costitutivo dell'organizzazione - a cura dei sei Stati membri.L'evento sarà alla presenza di ministri della Difesa, Segretari di Stato e i massimi esponenti delle compagini industriali in Europa. In tale contesto verrà lanciato il nuovo motto di Occar: Cooperation-Cooperation-Cooperation. I tre livelli di cooperazione sono legati alla cooperazione tra gli Stati, quella tra le industrie e poi quella tra le agenzie dove quelle esistenti (Nspa-Eda e Occar) devono essere complementari e non concorrenti, ovvero ognuna deve fare quello su cui è più specializzata.

«Con l'occasione, sarà presentata una Dichiarazione congiunta ministeriale (Joint Declaration) con lo scopo di rafforzare il ruolo di Occar nei futuri programmi di cooperazione nel settore della difesa. Con questa storica iniziativa, gli Stati compiranno il prossimo passo evolutivo verso la creazione di un Agenzia per gli armamenti sita in Europa che possa gestire programmi europei ed internazionali in genere, fornendo la prova concreta della sinergia tra le nazioni europee e confermando la volontà di sostenere Occar quale organizzazione in Europa idonea ad accelerare la creazione di nuovi progetti di cooperazione nel settore degli armamenti, con particolare riguardo soprattutto al Fondo europeo per la Difesa».


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