Corte costituzionale

Diffamazione, carcere abolito per i giornalisti

Un comunicato della Corte costituzionale ha annunciato quanto ormai ampiamente prevedibile dopo che un anno era ormai trascorso invano, nell’attesa di un intervento del Parlamento

di Giovanni Negri

Diffamazione a mezzo stampa: in arrivo la legge sulle liti temerarie

2' di lettura

Carcere abolito per i giornalisti in caso di diffamazione. Salvo che per i casi più gravi. Un comunicato della Corte costituzionale ha annunciato quanto ormai ampiamente prevedibile dopo che un anno era ormai trascorso invano, nell’attesa di un intervento del Parlamento, cui pure la Consulta aveva affidato 12 mesi di tempo per intervenire. Ora, le ragioni di un intervento restano tutte, torna a sottolineare la Corte visto che rimane attuale l’individuazione di «un più adeguato bilanciamento, che la Corte non ha gli strumenti per compiere, tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all’evoluzione dei mezzi di comunicazione».

In attesa delle motivazioni

Le motivazioni della pronuncia saranno note solo tra qualche tempo.
Tuttavia le conclusioni cui sono approdati i giudici sono già note e si dividono tra un giudizio di illegittimità costituzionale dell’articolo 13 della legge sulla stampa (n. 47 del 1948) che fa scattare obbligatoriamente, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa compiuta mediante l’attribuzione di un fatto determinato, la reclusione da uno a sei anni insieme al pagamento di una multa.

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È stato invece ritenuto conforme alla Costituzione l’articolo 595, terzo comma, del Codice penale, che prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni oppure, in alternativa, il pagamento di una multa. In questo caso, infatti, resta nella discrezionalità del giudice la possibilità di sanzionare con la pena detentiva i soli casi di maggiore gravità.

L’ordinanza della Consulta un anno fa

Le conclusioni raggiunte erano in larga parte state anticipate dall’ordinanza con la quale, un anno fa, la Consulta, con uno di quei “moniti rafforzati” che di recente ne hanno fatto evolvere a uno stadio più avanzato le forme di collaborazione con il legislatore, aveva invitato il Parlamento a intervenire. Già allora, infatti, l’invito era a individuare un sistema sanzionatorio «che contempli non solo il ricorso a sanzioni penali non detentive nonché a rimedi civilistici e in generale riparatori adeguati (come in primis l’obbligo di rettifica), ma anche a efficaci misure di carattere disciplinare (...). In questo quadro, il legislatore potrà eventualmente sanzionare con la pena detentiva le condotte che, tenuto conto del contesto nazionale, assumano connotati di eccezionale gravità dal punto di vista oggettivo e soggettivo, tra le quali si inscrivono segnatamente quelle in cui la diffamazione implichi una istigazione alla violenza ovvero convogli messaggi d’odio».


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