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Difficoltà di visione per l’Arabia Saudita

La pandemia e gli effetti del lockdown si sono abbattuti sulle casse saudite già impoverite dal ribasso del greggio Ma più ancora della situazione sanitaria, a preoccupare il principe sembra ora il ritardo con cui potrebbe partire il piano di sviluppo per diversificare l'economia. La Vision 2030, la riforma manifesto per la modernizzazione, potrebbe diventare una Vision 2040

di Paola Stringa

Arabia Saudita, l'ultimo giorno di pellegrinaggio alla Mecca

2' di lettura

Da quest'estate, in Arabia Saudita, l'imposta sul valore aggiunto sarà triplicata, passando dal 5 al 15 per cento. Stando al motto americano No taxation without representation, la scelta di Riad potrebbe generare reazioni di malcontento impreviste, anche perché è solo la più eclatante di una serie di misure senza precedenti avviate, con il nuovo piano di austerity, da Mohammed bin Salman.

La pandemia e gli effetti del lockdown si sono abbattuti sulle casse saudite già impoverite dal ribasso del greggio: è stato il Paese del Golfo più colpito dal virus, con più di 40mila casi e centinaia di decessi. Ma più ancora della situazione sanitaria, a preoccupare il principe sembra ora il ritardo con cui potrebbe partire il piano di sviluppo per diversificare l'economia. La Vision 2030, la riforma manifesto per la modernizzazione, potrebbe diventare una Vision 2040.

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«La vulnerabilità dell'economia saudita dipende dalla combinazione di due fattori: il Covid-19 e la contrazione del prezzo del petrolio», spiega a IL Eleonora Ardemagni, ricercatrice Ispi. «L'Iva, introdotta per la prima volta nel 2018, altera gli equilibri tra Stato e società e tende a innescare meccanismi che, nel lungo periodo, potrebbero generare una domanda diversa, soprattutto da parte dei giovani che rischiano di restare esclusi dall'ambìto settore pubblico ormai saturo. Del resto, il ministro delle Finanze ha preparato i cittadini a misure dolorose con un linguaggio politico del tutto nuovo».

Non è la prima volta che il modello saudita sembra alle corde, ma questa volta la crisi potrebbe risultare decisiva. Il regno, la cui legittimazione dipende ancora dalla redistribuzione delle rendite, continua a sembrare un esteso family business, nonostante il cambio di guardia tra le élite. Gli altri Paesi del Golfo sono più avanti su questa strada: gli Emirati Arabi, per via di una diversificazione sempre più spinta; il Qatar, per l'abbondanza di gas naturale e di infrastrutture in grado di distribuirlo; l'Oman, perché sta investendo su turismo e logistica.

«In Arabia Saudita, riforme e repressione vanno mano nella mano. La condizione femminile, sostanzialmente, non è cambiata. E quella rivoluzione top down della quale anche i media globali hanno parlato, non è assimilabile a un vero cambiamento del patto sociale», afferma Madawi al Rasheed, antropologa presso la London School of Economics e autrice di The Son King, il libro-denuncia in uscita anche in Occidente a fine anno. Aver concesso alle donne di guidare e aver spalancato a tutti teatri, cinema e musei, potrebbe non bastare a preservare la monarchia saudita.

«Il turismo, l'industria del divertimento e le fiere sono i driver su cui il principe ereditario stava puntando per promuovere una nuova immagine di apertura; tuttavia», conclude Ardemagni, «il rallentamento della strategia 2030 mette in sordina il suo progetto e, in un Paese in cui il 60 per cento dei cittadini ha meno di 34 anni e un livello culturale alto, fermare la voglia di trasformazione non sembra possibile».

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