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Digitale, l’Italia risale nella classifica europea: progressi sulle reti, ritardi nelle competenze

L’Italia scala qualche posizione in classifica, ma resta assai bassa in molti settori, innanzitutto sul capitale umano

di Andrea Biondi

Il Pnrr e la sfida della digitalizzazione

4' di lettura

Un’Italia che scala la classifica. Ma che resta ancora nella parte bassa. E più che sulla dotazione infrastrutturale, questa volta la bacchettata della Ue arriva sul capitale umano sul quale «l’Italia è significativamente in ritardo rispetto ad altri paesi dell’Ue» registrando «livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi». L’edizione 2021 dell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) – il report annuale dà contezza dello stato di salute digitale fra i Paesi della Ue – vede l’Italia al 20esimo posto fra i 27 Stati membri, in risalita dal 25esimo posto dell’edizione precedente. Sono lontanissimi i battistrada Danimarca, Finlandia e Svezia. Dietro all’Italia invece ci sono Cipro, Slovacchia, Ungheria, Polonia, Grecia, Bulgaria e Romania a chiudere.

IN RECUPERO SUL DIGITALE
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Cosa guardare dunque? Ai cinque posti guadagnati o al fatto che l’Italia è comunque fra i Paesi indietro rispetto alla media Ue? Sono due facce della stessa medaglia, in fondo, che emergono da un report che consegna, in generale su scala europea, un messaggio «positivo, tutti i Paesi dell’Ue hanno compiuto progressi per diventare più digitali e più competitivi, ma si può fare di più», è il commento della vicepresidente esecutiva della Commissione Ue, Margrethe Vestager aggiungendo che «stiamo lavorando con gli Stati membri per garantire che gli investimenti chiave vengano effettuati tramite il Recovery». Il quadro generale, si legge nel report, comunque «è misto e, nonostante una certa convergenza, il divario tra i leader dell’Ue e quelli con i punteggi Desi più bassi rimane ampio. Nonostante questi miglioramenti, tutti gli Stati membri dovranno compiere sforzi concertati per raggiungere gli obiettivi 2030 stabiliti nel Decennio digitale europeo».

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Quanto all’Italia, commenta la sottosegretaria al Mise, Anna Ascani, la risalita in classifica «premia gli sforzi che stiamo facendo nel processo di digitalizzazione del Paese». A ogni modo «rimane ancora molto da fare». Nel 2021 la Commissione ha adeguato il Desi affinché rispecchiasse le due principali iniziative politiche che avranno un impatto sulla trasformazione digitale nella Ue: il dispositivo per la ripresa e la resilienza e la bussola per il decennio digitale. Da qui l’analisi fatta su quattro “capitoli”, anziché cinque come nelle altre edizioni (che in genere erano partorite a giugno), per dati che ancora non comprendono l’effetto della spinta del Covid sul digitale. Il riferimento è infatti il 2020 e quindi, su questo versante, l’appuntamento è al Desi 2022.

Il problema del capitale umano

La parte più “zoppicante”, come detto, è quella sul capitale umano. Qui l’Italia è al 25esimo posto con un 42% di persone tra i 16 e i 74 anni con «perlomeno competenze digitali di base» contro un 56% nella Ue. Anche andando alle «competenze digitali superiori a quelle di base» l’Italia è al 22% contro un 31% nella Ue.

Andando alla connettività, il report della Commissione sottolinea che «l’Italia ha compiuto alcuni progressi in termini sia di copertura che di diffusione delle reti di connettività, con un aumento particolarmente significativo della diffusione dei servizi di connettività che offrono velocità di almeno 1 Gbps. Tuttavia il ritmo di dispiegamento della fibra è rallentato tra il 2019 e il 2020 e sono necessari ulteriori sforzi per aumentare la copertura delle reti ad altissima capacità e del 5G e per incoraggiarne la diffusione». E a ben guardare i numeri il bicchiere appare più vuoto che pieno. Con un punteggio complessivo pari a 42,4, l’Italia è 23esima tra gli Stati Ue. E così si legge che «il 61% delle famiglie è abbonato alla banda larga fissa, un dato leggermente inferiore alla media Ue (77%). La percentuale di famiglie che disponevano di una velocità di almeno 100 Mbps ha continuato a crescere, passando dal 22% nel 2019 al 28% nel 2020, il che pone tuttavia il Paese al di sotto della media Ue del 34%». Bene invece «il 3,6% delle famiglie che disponeva di una velocità di almeno 1 Gbps nel 2020: un notevole aumento rispetto al 2019 e una percentuale che pone l’Italia al di sopra della media Ue». Male invece, nonostante il fatto che l’Italia sia stata un Paese apripista, sulla copertura 5G: solo l’8% delle zone abitate contro la media Ue del 14 per cento.

Bene sul cloud, indietro su big data e intelligenza artificiale

Andando all’integrazione digitale, di positivo c’è sicuramente l’aumento dei servizi cloud (il 38% delle imprese rispetto al 15% del 2018). Le prestazioni restano però deboli altrove: basso uso dei big data (usati dal 9% delle imprese italiane contro una media Ue del 14%) e delle tecnologie basate sull'intelligenza artificiale (18% mentre la media Ue è del 25%). In questo quadro, se è vero che le piccole e medie imprese italiane (il 69%) hanno raggiunto almeno un livello base di intensità digitale con percentuale ben al di sopra della media Ue (60%), l’utilizzo dei servizi pubblici digitali da parte dei cittadini lascia l’amaro in bocca: il 36% degli italiani ha fatto ricorso a servizi di e-government. Un aumento rispetto al 30% del 2019 al 32% nel 2020, ma ben al di sotto del 64% di media Ue.

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