intervista

«Digitale, tecnologie 5G e uso dei dati per curare le imprese dopo il Covid»

Parla il numero uno di Accenture Italia Fabio Benasso. Durante il lockdown il sistema non si è bloccato e la tecnologia ha tenuto. Mi i giochi si capiranno meglio a settembre

di Luca Tremolada

5' di lettura

Fabio Benasso è presidente e amministratore delegato di Accenture Italia. Sedicimila dipendenti e un portafoglio clienti che si estende a quasi tutti i settori delle aziende italiane, perlopiù le più grandi. Se c’è qualcuno che ha una idea vera del gap tecnologico che ci separa dal resto del mondo è proprio lui. E anche se non può fare nomi dei grandi gruppi a cui fa consulenza, Benasso è tra i pochi in Italia che sa se davvero l’emergenza sanitaria sarà il pretesto per cambiare volto o meglio configurazione al sistema imprenditoriale italiano. «La portata dell’impatto che la pandemia di Covid-19 avrà sulla nostra vita, sull’economia globale e sulle imprese non è ancora chiara – mette subito le mani avanti nel corso di un colloquio in videoconferenza con il Sole 24 Ore -. Il Sistema Paese nel suo complesso ha retto, sviluppando capacità aggiuntive per rispondere a bisogni emergenti, a picchi di richiesta non convenzionali e a nuove forme di domanda».

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, si è spesso detto che come è stato nel dopoguerra questa potrebbe essere l’occasione per recuperare terreno sul fronte della digitalizzazione. Anzi, magari sarà proprio l’occasione per diventare davvero un Paese “normale”.

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Sì sono ottimista, durante il lockdown il sistema non si è inchiodato. La tecnologia ha tenuto in piedi il sistema. C’è maggiore consapevolezza, ci siamo adattati e abbiamo dimostrato capacità di reazione. Sono emerse però con chiarezza anche fragilità correlate alla parziale digitalizzazione del nostro ecosistema, che vanno necessariamente superate nel post crisi. Di certo, questa crisi rappresenta uno straordinario catalizzatore di cambiamento. C’è un bisogno di innovazione mai visto prima, sollecitato da sfide nuove e dirompenti.

Per ora però l’unica consapevolezza, almeno per alcune professioni, è che è possibile lavorare da casa con lo smartworking?

Lavorare da casa con un pc connesso si può fare ma non sarà il domani. La digitalizzazione non è la gestione in remoto dell’ufficio ma un processo più profondo che pervade tutti i settori aziendali e si sostanzia per esempio con l’estrazione di valore dai dati. Quello a cui stiamo assistendo è a un ripensamento del business che non significa virtualizzazione. Pensate al settore della moda. Lo abbiamo visto durante quest’ultima fashion week. Quel tipo di esperienza, le sfilate, gli eventi non sono diventate semplici filmati da distribuire in streaming. Il sistema della moda milanese si sta reinventando, attraverso strumenti come la profilazione dei clienti per fornire servizi di nuova generazione fisici e digitali al tempo stesso. Stesso discorso è avvenuto nel settore dei servizi finanziari e dell’e-commerce. Pensiamo alla grande distribuzione, hanno retto ai picchi di domanda ma non ha funzionato la logistica. Serve un approccio multi-canale, scelte strategiche e non tattiche. Dal nostro osservatorio notiamo maggiore consapevolezza rispetto alla necessità di innovare e rileviamo che, nonostante il quadro di incertezza indotto dalla crisi sanitaria, i grandi player nazionali stanno sviluppando progetti strategici, in grado di rendere le loro organizzazioni più resilienti, competitive e vicine ai valori dei consumatori

È anche vero che molte aziende non solo italiane hanno congelato i propri budget in attesa di capire come andrà il mercato a partire da settembre

Non ho la sfera di cristallo ma i segnali che abbiamo intercettato sono importanti e univoci. È vero che molti stanno aspettando la fine dell’estate per prendere delle decisioni, come è anche vero che nessuno in modo cavalleresco e impavido affronta una domanda incerta come non mai. Ma almeno sulle grandi aziende, le scelte che sono state prese non sono state messe in discussione dal Covid-19. Parliamo di cambiamenti strutturali progettati non per affrontare le sfide di oggi ma dei prossimi anni. Ecco, in questo senso, i big italiani stanno andando dritti per la loro strada. E fanno bene.

Verso quali tecnologie ci stiamo muovendo?

Le tecnologie irrinunciabili in questo nuovo percorso sono il cloud, l’edge, il 5G, la security. Tutte tecnologie che hanno al centro i dati da utilizzare per prevenire i rischi e creare prodotti/servizi rilevanti. Ma cominciamo col dire che chi oggi aveva già spostato il proprio business sul cloud oggi ha avuto la flessibilità di banda per affrontare la crisi meglio di altri. Dopo tanti annunci, campioni come Google, Microsoft e Aws hanno dimostrato nei fatti di puntare sull’Italia aprendo data center e fornendo servizi. È una buona notizia non solo per i grandi ma anche per le Pmi.

Il nostro destino è quindi sempre più legato ai giganti californiani delle tecnologie. Sono loro ad avere vinto.

Se mi sta chiedendo se ha senso sviluppare una tecnologia europea sono d’accordo. Anche se, ma la mia è una opinione, almeno in alcuni settori come l’intelligenza artificiale la partita è già in fase avanzata. Non credo nell’autarchia tecnologica, ecco. Ma l’innovazione non arriva solo da ovest. Alibaba è un esempio, perché non è solo un gigante tech ma un punto di accesso a un mercato gigantesco. Sarebbe ottuso chiudersi a queste opportunità.

Siamo quindi davanti a un cambio di paradigma, come dicono spesso gli osservatori di cose tecnologiche?

Si guardiamo il Desi (l’indicatore che misura l’innovazione in Europa) è vero che siamo un Paese fermo. Ma io non ci credo. Il nostro sistema imprenditoriale esprime una innovazione diversa ad esempio da quella dei tedeschi. Loro sono forti sui processi noi sul prodotto. Sappiamo lavorare in modo straordinario sulle filiere: la meccatronica, la motor valley, il packaging, tutti esempi di linee produttive su cui vengono a investire da tutto il mondo perché abbiamo saputo creare un ecosistema virtuoso. Non si tratta di più di spingere la micro-impresa a diventare multinazionale, perché abbiamo capito che non funziona. Dobbiamo puntare sul territorio. L’innovazione non si esprime sulla singola azienda ma sul sistema.

Chi sono quindi i dinosauri che rischiano di essere spazzati via dal Covid-19?

Da italiano sono spaventato per il turismo perché è un pezzo importante del nostro Pil. Il lockdown ci ha penalizzato e la risposta non può essere affidata solo alla digitalizzazione. Ma anche in questo caso i dinosauri saranno quei soggetti che puntano solo sulla forza della loro fisicità e che quindi oggi rischiano di venire disintermediati. Come spesso ripeto, non si devono per forza chiudere i negozi, lo spazio fisico è fondamentale, ma occorre arricchirlo con il digitale, la multicanalità, l’uso intelligente dei dati del cliente. Credo che ce la faremo se sapremo puntare sulla cultura, su una rivoluzione che è tecnologica e culturale al tempo stesso.

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