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Diktat Bce a Mps: Npl svalutati a zero in sette anni

di Luca Davi


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2' di lettura

Mentre il caso Carige domina le cronache, dalle retrovie sembra tornare il caso Mps. A riaccendere i riflettori sulla tormentata banca senese è la stessa Banca centrale europea. Che lo scorso 5 dicembre ha inviato all’istituto una lettera contenente le nuove richieste dei requisiti prudenziali da rispettare per il 2019. Ma soprattutto ha indicato i rischi e i punti di debolezza che la banca deve affrontare. Si tratta di un autentico cahier de doléances, in cui si evidenzia la necessità di migliorare la redditività, fino ad oggi «inferiore agli obiettivi di Piano».

Ma anche la posizione patrimoniale, «indebolita dall’impossibilità di emettere» nei mesi scorsi dei bond subordinati Tier 2 e su cui hanno pesato gli impatti «diretti e indiretti» della dinamica spread BTp-Bund. Proprio sul tema della raccolta, gli ispettori di Francoforte lanciano l’allarme. E mettono in evidenza le «significative» sfide poste dal piano di ristrutturazione sul lato del funding e sulla capacità di Mps di «attuare con successo la propria strategia di raccolta, viste le turbolenze che si stanno verificando nei mercati italiani».

Non solo: nella lettera - i cui contenuti la banca ha divulgato al mercato per trasparenza in vista di future emissioni obbligazionarie - emerge anche un altro pesante diktat: ovvero quello della svalutazione totale dei crediti deteriorati in portafoglio nel giro di sette anni. Nello specifico, Francoforte non fornisce alcuna indicazione dettagliata sulla modalità e l’intensità con cui i maggiori accantonamenti dovranno essere fatti. Tuttavia l’input è chiaro. E prevede «di implementare, nei prossimi anni (fino alla fine del 2026) un graduale aumento dei livelli di copertura sullo stock di crediti deteriorati in essere alla fine di marzo 2018», secondo una «logica complementare alle indicazioni fornite nell’Addendum alle Linee guida della Bce per le banche sui crediti deteriorati (Npl) generati a partire da aprile 2018».

Il tema delle coperture sui crediti deteriorati interessa da vicino tutte le banche italiane. Si capirà in futuro quanto il diktat Bce sia circoscritto alla singola banca toscana o meno. Peraltro, in teoria, l’addendum non avrebbe carattere vincolante. La gradualità con cui questi accantonamenti dovranno essere fatti è dunque il nodo attorno a cui si potrebbe giocare il futuro di Mps. Le nuove coperture dovranno essere coerenti con la capacità della banca di fare reddito e con il buffer di capitale disponibile. Sotto la guida dell’a.d. Marco Morelli, Mps sta realizzando un non facile turnaround aziendale ed è tornata a fare utili (379 milioni è il net income dei primi nove mesi).

Sotto il profilo patrimoniale, tuttavia, l’attenzione è alta. A fine settembre 2018, ultimo dato disponibile, Mps contava su un Total capital ratio del 13,9%. Secondo la bozza delle richieste Srep (che dovranno essere confermate entro la fine marzo), Bce richiede all’istituto di mantenere un requisito patrimoniale complessivo (Tcr) del 13,5% a livello consolidato, dato che include un requisito minimo di Pillar 1 dell’8%, un requisito aggiuntivo di Pillar 2 del 3% e un 2,5% di capitale conservation buffer. I livelli imposti da Bce dovranno essere confermati nei prossimi mesi, ma è chiaro che sul capitale della banca ha pesato la «significativa esposizione» al debito sovrano italiano, che ha subìto la forte volatilità dello spread.

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