67esimo compleanno

Dino Meneghin, un esempio per chi sogna di diventare un campione

di Mattia Losi

Dino Meneghin (Agf)

5' di lettura

«Meneghin!». Quante volte, sui campi da basket delle squadre giovanili, ho sentito i ragazzini urlare questo nome dopo un canestro segnato con fatica, caparbietà, rabbia agonistica. Quando il canestro era facile, o particolarmente fantasioso, di solito venivano tirati in ballo altri giocatori, altri campioni. Ma quando la palla entrava nel canestro come frutto di un’azione in cui si era andati oltre il proprio limite, invariabilmente l’urlo era quello: «Meneghin!». Semplice, stampato in faccia agli avversari come dire: «Questa volta non potevi proprio fermarmi...».

Dino Meneghin, il miglior giocatore italiano di ogni epoca. Oggi ci sono italiani nell’Nba, eppure il migliore resta sempre lui. Anche a 22 anni dal ritiro, dall’ultima partita ufficiale con la maglia dell’Olimpia Milano. Sono passati tanti anni, i ragazzi di oggi non l’hanno mai visto giocare ma il nome Meneghin continua a essere presente sulle bocche di chi vive a pane, Playstation ed Nba. Di chi chiede se LeBron James sia più forte di Michael Jordan (la risposta è chiaramente no) o se davvero Larry Bird tirasse anche meglio di Sthephen Curry (e qui sarei tentato di dire di si...).

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Per una generazione lontana anni luce dal basket di fine ventesimo secolo e dai campioni che l’hanno incarnato, Dino Meneghin continua a essere un nome pronunciato con rispetto. Perché anche gli apparentemente svogliati e distratti ragazzi di oggi colgono l’ammirazione e l’affetto con cui i loro padri ne raccontano le imprese. Non era il più grosso e il più alto, soprattutto quando doveva sgomitare contro russi e jugoslavi. Non era quello che segnava più di tutti. Non era il più spettacolare.

Dino Meneghin era semplicemente il basket. Il suo avversario, chiunque fosse e in qualsiasi circostanza, si poteva essere certi che sarebbe uscito dal campo segnando un punto in meno, raccogliendo un rimbalzo in meno di quanto avrebbe fatto se Dino non ci fosse stato. Il suo basket era fatto di fatica, impegno, generosità e altruismo. Il suo credo era la squadra, che per lui veniva sempre prima di Meneghin. Non ha mai curato le statistiche, non ha mai preteso di segnare togliendo spazio ai compagni: anzi ha lottato ancor più duramente per far sì che molti suoi compagni potessero infilare la palla nel canestro, catturare un rimbalzo, penetrare agevolmente in area dopo che lui aveva eretto un blocco granitico attorno al quale passare sicuri.

Adorato dai compagni, e non poteva essere diversamente. Ma al tempo stesso rispettato dagli avversari, fino a diventare un idolo: basta ricordare l’ovazione che gli hanno sempre riservato i tutt’altro che “teneri” sostenitori del Maccabi Tel Aviv. Per loro era un simbolo, lo spirito guerriero che non si arrendeva mai. Per molti altri, invece, era il più odiato: ma è sempre così quando il tifo diventa becero, cattivo, stupido: si finisce con l’odiare chi sai che è meglio di te.

Gli ho visto giocare decine e decine di partite con le maglie di Varese, di Milano, di Trieste e con quella Azzurra della Nazionale: potrei raccontare centinaia di aneddoti, ma non uscirei dalla normale narrazione che di lui fanno tutti, da quella normale narrazione che io stesso ho utilizzato più volte per far capire la sua grandezza.

Questa volta preferisco ricordarlo in allenamento, nella palestra secondaria del Palalido. Era arrivato a Milano a trent’anni passati: quasi tutti credevano che il meglio della sua carriera si fosse ormai concluso e che gli allori vinti a Varese non avrebbero trovato compagnia. In quella piccola palestra, con pochi posti ricavati a bordo campo per il pubblico, Meneghin ha fatto capire a tutti quelli che seguivano gli allenamenti dell’Olimpia cosa fosse davvero a renderlo speciale, unico.

E questo ingrediente magico non era il talento. Non era il fisico. Certo cose utili, che lui possedeva in quantità. Ma il suo segreto era un ingrediente a portata di tutti: la fatica. Perché fisico, tiro, velocità, talento «e chi più ne ha più ne metta», come direbbe Dino, sono nulla se non vengono accuditi, coltivati, alimentati ogni giorno con l’impegno, il superamento dei propri limiti, la cancellazione dal proprio vocabolario della parola «arrendersi».

Su quel campo di allenamento ho visto Meneghin combattere contro qualsiasi compagno, su ogni singolo pallone, ma soprattutto contro sè stesso. Contro la voglia di fermarsi, di prendersi una pausa, di saltare un esercizio perché tutto sommato lui era Dino Meneghin. Quando a Milano presero Bargna, più giovane e veloce, per giocare un basket aggressivo, il “vecchio” Meneghin non fece altro che riconquistare il posto allenandosi, allendandosi e allenandosi ancora. Alla fine, come ricorda Mario Governa, il “giovane” di quella squadra straordinaria, «il più veloce era Dino».

La sua lezione è intatta, dopo tanti anni, ed è una lezione preziosa per tutti i giocatori che sognano di diventare campioni, di fare un salto di qualità, di vincere. È una lezione che cancella le parole “arrendersi” e “riposo”, per sostuituirle con “impegno” e “fatica”. Una lezione che testimonia come le partite e soprattutto le vittorie siano il frutto dell’allenamento, non del caso o di un fato benevolo. Che ci dice come «il fare canestro» non sia questione di mira. Come «il prendere un rimbalzo» non sia questione di saltare tanto. Come «il portare la propria squadra alla vittoria» non sia soltanto segnare tanti punti.

Soprattutto è una lezione che ci insegna a cancellare la parola “io” per mettere in cima al vocabolario la parola “squadra”. Anche quando, come nel caso di Meneghin, sei il numero uno.

Una volta, e qui mi concedo un aneddoto personale, ho chiesto a Dino perché appoggiasse sempre la palla al tabellone invece di schiacciare. «Con la schiacciata non sai mai come va a finire - mi ha risposto -. Magari colpisci il ferro e rimbalza lontano. Per la squadra sono meglio due punti sicuri». Appunto... Inutile aggiungere altro.

O meglio, qualcosa da aggiungere c’è. Due, per la precisione. La prima sono gli auguri di buon compleanno. Perché Dino Meneghin, nato ad Alano di Piave il 18 gennaio del 1950, oggi compie 67 anni. La seconda sono i numeri, con cui quasi sempre cerchiamo di spiegarne la carriera. Numeri che non cancellano una riga di quanto ho scritto, ma che in effetti aiutano: 12 scudetti, sei Coppe Italia, sette Coppe dei Campioni, quattro Coppe Intercontinentali, due Coppe delle Coppe e una Coppa Korac. Un argento olimpico a Mosca, nel 1980, e sempre con la Nazionale italiana un campionato d’Europa (a Nantes nel 1983) a cui vanno aggiunti due bronzi continentali (1971 e 1975). Due volte Mister Europa (nell’80 e nell’83) e nel 1991 designato dalla rivista Giganti del Basket come miglior giocatore europeo di tutti i tempi. Nel 1970 gli Atlanta Hawks, primo italiano di sempre, lo hanno scelto per giocare nell’Nba. Avrebbe dovuto rinunciare alla Nazionale, è rimasto a Varese. Nel 2003 è entrato a far parte della Hall of Fame del basket di Springfield. Ancora oggi è l’unico giocatore italiano a cui sia stato concesso questo onore.

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