pallacanestro

Dino Meneghin: l’Olimpia Milano ritira la maglia del più grande di sempre

La cerimonia nell’intervallo della partita di Eurolega con il Maccabi Tel Aviv per celebrare un giocatore inarrivabile, amato dai compagni e rispettato dagli avversari

di Mattia Losi


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3' di lettura

Nel basket ci sono giocatori e giocatori. Quelli capaci di farti vincere le partite che meriti di perdere e quelli capaci di farti perdere le partite che meriti di vincere. Quelli che incidono, con le singole prodezze, sul risultato finale e quelli che, testardamente, insistono a cercare prodezze che non riusciranno mai. Quelli che nascono campioni, baciati dalla fortuna di un talento straordinario, e che si perdono per strada perché il talento da solo non basta. E quelli che, con poco talento, costruiscono carriere di alto livello basate sul sacrificio. Quelli che sfruttano un fisico fuori dal comune e quelli che, con un fisico da impiegato, fanno miracoli con la palla in mano.

Poi, una volta ogni tanto, e passano decenni tra una volta e l’altra, il Dio del basket decide di far nascere il Giocatore: quello baciato dal talento, con un fisico straordinario, capace di farti vincere le partite che meriti di perdere, di sfornare all’improvviso una prodezza straordinaria. Ma soprattutto che prende il meglio di tutte queste caratteristiche e che, invece di farne un’orgia di talenti al servizio del proprio successo personale, decide di prenderli, quei talenti, e di metterli al servizio della squadra. Rinunciando alle statistiche, alle giocate vincenti, alle azioni spettacolari per crescere e per far crescere i compagni.

Quando ti capita di vederli in campo, i Giocatori, ne intuisci subito la grandezza. Ma per capire davvero, fino in fondo, quanto siano stati grandi devi lasciar trascorrere il tempo: sentirne la mancanza. Passare anni e anni sulle tribune, guardando centinaia di partite, e convincerti che uno così... non c’è più. Che hai avuto la fortuna di vedere qualcosa di straordinario: perché ci sono intere generazioni di tifosi che, un Giocatore, non l’hanno mai visto e non lo vedranno mai. Vedranno giocatori bravi e meno bravi, campioni e campionissimi: Giocatori, mai.

Dino Meneghin è stato un Giocatore, anzi “il Giocatore” del basket italiano. Ha usato tutti i suoi talenti mettendoli al servizio della squadra e dei compagni. Ha sacrificato sé stesso e le proprie statistiche individuali per il traguardo vero: che non è mai stato il successo di Dino, ma la vittoria della squadra.

Tutti i suoi compagni, dal primo all’ultimo, sono stati migliori di quanto avrebbero potuto essere perché di fianco avevano Dino: pronto a non mollare un millimetro perché potessero segnare, prendere un rimbalzo, penetrare in area mentre il loro difensore era bloccato da un muro con il numero 11 sulla maglia.

Già, il numero 11. Quel numero 11 che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Quel numero 11 che l’Olimpia Milano ha deciso di ritirare in occasione della partita di Eurolega contro il Maccabi Tel Aviv. La scelta («se è possibile, mi farebbe piacere…», ha chiesto con la solita gentilezza Dino) nasce dal rispetto e ammirazione che giocatori e tifosi israeliani hanno sempre avuto per lui: capace di non arrendersi mai, nemmeno all’ultimo secondo di una partita ormai persa. Mai un passo indietro, con lo stesso spirito guerriero di Davide contro Golia.

Mi rivolgo ai tifosi più giovani, che al Forum vedranno gli spalti gremiti di signori attempati con le lacrime agli occhi. Che assisteranno al più lungo intervallo nella storia dell’Eurolega. Se per tutto questo cercate una giustificazione nelle statistiche, guardate quelle giuste. Che non sono fatte di punti, rimbalzi, assist e stoppate. Sono fatte di vittorie.

Dodici scudetti, sei coppe Italia, sette Coppe dei Campioni (o se preferite Eurolega) con dieci finali consecutive. Qualsiasi club italiano farebbe a cambio con lui. Argento olimpico e Campione d’Europa con la maglia Azzurra. Chiamato nell’Nba, senza andarci per non perdere la Nazionale (a quei tempi era così) quasi trent’anni prima che un italiano ci andasse per davvero. Unico giocatore italiano nella Hall of Fame di Springfield, dove il basket è nato.

Questo è stato, è ancora e sarà per sempre Dino Meneghin: il Giocatore. L’incarnazione più pura della pallacanestro: fatta di impegno, sacrificio, tenacia. Per questo non stupitevi se accanto a Dino vedrete campioni che hanno vestito tutte le maglie, e magari mai dell’Olimpia ma quella dei più acerrimi rivali. Perché in campo si celebrerà il basket: che, per chi lo ama davvero, va oltre i propri colori e sconfina nell’ammirazione per la grandezza dell’avversario.

Per una volta il momento più emozionante della partita non sarà la partita, ma l’intervallo. Per chi ha visto giocare Dino è inutile aggiungere parole. Per chi non l’ha visto, credetemi: per quanti filmati possiate guardare, non saprete mai cosa vi siete persi.

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