Parigi, giorno 1

Dior, il collage di Maria Grazia Chiuri omaggio alle donne

Lo show fisico apre la settimana della moda di Parigi. In passerella un decorativismo deciso e perbene, con cappotti, giacche e soprabiti che fanno da complemento ad abiti vaporosi

di Angelo Flaccavento

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Dior (Afp)

Lo show fisico apre la settimana della moda di Parigi. In passerella un decorativismo deciso e perbene, con cappotti, giacche e soprabiti che fanno da complemento ad abiti vaporosi


2' di lettura

La moda, rispetto ad altre forme espressive in apparenza meno legate a scopi funzionali e commerciali, è storicamente affetta da un radicato complesso di inferiorità. La collaborazione attiva, ma se si vuole anche solo decorativa, con gli artisti è un modo per risolverlo, questo complesso, smaltando di cultura ciò che a tutta prima cultura non pare, dimenticando forse che gli abiti, in quanto strumenti di rappresentazione personale e sociale, sono manufatti culturali, che lo si voglia o meno, che lo si strilli o meno.

Maria Grazia Chiuri, da Dior, ha fatto dell'arte, e delle donne che la creano, il veicolo principale della propria narrativa di marca. Lo ha fatto con un impegno indefesso e strenuo, riscoprendo figure criminalmente dimenticate o poco sotto i riflettori, per lo più legate alla cultura radicale e sessantottina. In questo senso il lavoro di Chiuri è encomiabile. Il problema, però, è che il racconto artistico e il messaggio delle collezioni viaggiano molte volte in parallelo, senza toccarsi o toccandosi in maniere a tutta prima imperscrutabili, con l’arte che fa da contenitore scenografico e gli abiti che puntano altrove.

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Lo show Dior che oggi ha aperto in presenza la fashion week parigina - misto di reale e digitale nonostante l'emergenza sanitaria - ne è la riprova. Le vetrate a collage di Lucia Marcucci, solenni come quelle delle cattedrali gotiche ma realizzate con i detriti della società dei consumi, sono il drammatico fondale - una scatola nera, resa ostica dalle dissonanze sonore di Sequenza 9.3, la composizione di Lucia Ronchetti che accompagna la show - nella quale per assurdo si materializza un Dior mai come adesso avvolgente e generoso, con gli abiti che non costringono o ridisegnano il corpo, ma lo accompagnano, chiusi da lacci e cinture.

Nella parte migliore della collezione - cappotti, giacche a kimono, soprabiti - che fa da complemento agli abiti vaporosi ormai di repertorio, Chiuri cita il seminale lavoro di Nanni Strada, industrial designer prestata alla moda, mentre compone un collage che attraversa altre culture vestimentarie - estremo e medio orientali - nelle quali l’abito è piatto ed è il corpo a dargli volume.

Il decorativismo deciso e perbene è la sigla classica di Chiuri, ripetuta come una martellante conferma, ma il vero collante concettuale/materiale di tutta l'operazione è proprio il collage, ovvero l'unione di elementi eterogenei in una armonia sbilenca. Come in un collage, però, “tagliare è pensare”: un maggiore editing, uno sfrondare deciso invece che accumulare referenze e citazioni avrebbero aumentato l’efficacia.

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