Parigi, giorno 1

Dior e Schiaparelli, nell’alta moda l’atelier scolpisce una femminilità decisa

Giambattista Valli preferisce la mostra alla sfilata con un tripudio di volumi scultorei e trionfo del colore

di Angelo Flaccavento

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(AFP)

Giambattista Valli preferisce la mostra alla sfilata con un tripudio di volumi scultorei e trionfo del colore


3' di lettura

La tre giorni della haute couture parigina si apre con l’annuncio, se non epocale poco ci manca, che la maison Balenciaga a luglio prossimo rilancerà l’alta moda. Nel 1968, va ricordato, Cristobal Balenciaga aveva chiuso l’atelier, convinto che le donne da vestire non ci fossero più. Mercoledì, Jean-Paul Gaultier festeggia cinquant’anni di carriera e si ritira. La scena, insomma, è magmatica, in continua evoluzione e per questo vitale.

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Tra creatività e finanza
Schiaparelli è altra maison storica che ha di recente ha rivisto la luce dopo anni di oblio, per mano di Diego Della Valle. Diversi direttori creativi si sono avvicendati al timone, ma la nuova identità del marchio fatica a prendere forma. È una questione di visione stilistica così come imprenditoriale. Elsa Schiaparelli era una visionaria, capace di creare abiti dall’eleganza assoluta e gadget sorprendenti. Però, operava in una scena assai più ristretta, quando la moda era gingillo e trastullo delle élite, non forma di intrattenimento globale trainata dalla finanza prima che della creatività. Cosa fare con una maison così: creare il business con gli accessori o puntare anche, per davvero, sui vestiti? Nel caso, visto che si tratta di couture, l’atelier è indispensabile. Daniel Roseberry, l’attuale direttore creativo, i vestiti li vuole fare. Essersi assicurato Beyonce ai Golden Globe ha dato una visibilità notevole al marchio, segno che il lavoro fatto finora - lo stilista è arrivato a primavera - parla, ha una immagine forte. Questa è la seconda sfilata per Roseberry, e la direzione è più a fuoco che nel debutto. Decisa, con meno surrealismi di maniera - i pochi rimasti sono quasi superflui - giocata su un dualismo di rigore ed eccesso che sembra funzionare. Il tailoring maschile e i drappeggi liquidi sono la parte più interessante, perché mostrano una testa libera dalle costrizioni dell’archivio.

Schiaparelli, couture esuberante, surrealista, preziosa

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L’identità abita in atelier

Sono liberi dalle costrizioni anche gli abiti giganteschi, esplosioni di colore e volume, del finale: creazioni ad alto impatto visivo che non mancheranno di generare un solido business da red carpet. Manca la sofisticazione estrema del gusto che è portato indispensabile della couture, ma questo è male minore, per quanto non rimediabile. Ora che la direzione è settata, è l’atelier che ci vuole davvero, in modo che questa identità si concretizzi in abiti impeccabili.

Gli atelier Dior sono un valore inestimabile. Li caratterizza la precisione assoluta della realizzazione. «È una scuola di pensiero basata sull’architettura del vestito, e quindi sul cartamodello» racconta il direttore creativo Maria Grazia Chiuri, il cui progetto per la maison mira a riconciliare femminismo e femminilità. Intento egregio quanto difficile da concretizzare, perché il pensiero teoretico puó avere senso, nella moda, solo se trasformato in modo di fare, in tecnica. Sono abiti pensati e costruiti in nuovo modo a determinare nuovi modi di essere donna. Da Dior, invece, la donna è sempre chiusa dentro una clessidra che la scolpisce e in qualche modo la ingabbia. Non è un caso che Chiuri a questo giro tenti di liquefare la silhouette tornando alla semplicità potente ed elementare del peplo, ovvero ad una femminilità trionfante e padrona del proprio potere, slegata dalla procreazione - cui la vita stretta e i fianchi in evidenza rimandano subito.

Il set femminista di Dior

Drappeggia e avvolge, ma su una base che si percepisce sempre, e con tessuti metallici che appiombano pesanti, quindi il pensiero liberatorio non si realizza appieno, se non in alcune giacche sublimi che avvolgono il busto con un ruscellare di pieghe. «È stata una lotta convincere gli atelier a drappeggiare invece di scolpire» racconta. A cornice di tutto, c’è la macchina dello show, fatta essenzialmente per comunicare, che questa volta è una collaborazione con l’artista femminista Judy Chicago, la cui opera The female divine, a lungo covata ma mai realizzata, è il set stesso della sfilata. Operazione lodevole quanto ininfluente sugli abiti: il femminismo di contorno, infatti, si scontra con una collezione che, paradossalmente, con il luccicare dei lamè e le toghe da Cinecittà, appare un po’ retriva.

Da Valli ispirazione donna Marella

È un tripudio di volumi scultorei, un fremere di piccole rouche, un luccicare di ricami e un estravagare di barocchismi sensuali la prova di Giambattista Valli, che per la seconda volta alla sfilata preferisce il formato mostra, con gli abiti su manichino esposti nelle stanze del Jeu de Paume - un vero spazio espositivo. In rottura del codice escludente della couture, la mostra è addirittura aperta a tutti, ed è una summa di Valli pensiero, ovvero una scorrazzata vitale e compiaciuta tra forme e ispirazioni archetipe - da Marella Caracciolo a Roberto Capucci - viste nella loro essenza senza tempo. A trionfare è il colore, splendente e mediterraneo, con il set museale che rende queste creazioni, di già, classici del futuro, come lo fossero del passato.

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