PARIGI, GIORNO 1

Dior sfila tra gli alberi veri, e le modelle hanno le trecce di Greta. Da Saint-Laurent il fascino dello smoking

di Angelo Flaccavento


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Un momento della sfilata Dior (Afp)

3' di lettura

All’ecologia, e al fosco pensiero sulla morte imminente del pianeta per mano della specie umana, oggi non si sfugge. Perché è inevitabile, certo, ma anche perché si tratta di una ghiotta occasione di mercato. Nuovi prodotti, per consumatori più consapevoli: anche al marketing non si sfugge. Nella moda la retorica sulla sostenibilità ha preso piede in tempi rapidissimi. A pensar male sembrerebbe l'ennesima trovata di storytelling. La franchezza di Maria Grazia Chiuri, in materia, è una boccata d’aria fresca. «La moda, nella sua interezza, non è una industria sostenibile - racconta il direttore artistico prima dello show di Dior che martedì ha aperto la fashion week parigina -. Peró mi sono interrogata su quel che io, creativo, posso fare, su come posso contribuite alla realtà di quel che mi circonda, o se non altro stimolare pensiero e consapevolezza».

Il set ambientalista di Dior

La risposta è un equilibrio di autenticità del sentimento autoriale, storytelling e marketing, va bene anche quello se fatto con trasporto. Il racconto ambientalista è il set: un giardino di 164 alberi selezionati dal collettivo Coloco, etichettati con l’hashtag PlantForTheFuture e destinati a essere a loro volta piantati in zone diverse della città. Non è molto, in termini di coscienza ambientale, ma è giá qualcosa, con in più il sottotesto metaforico delle piante come simbolo di inclusività e multiculturalità che oggi è di rigore, forse un cliché.

Dior, riflessioni filosofiche sul giardinaggio

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Poi ci sono le acconciature: due lunghe trecce alla Greta Thunberg che regalano alle modelle l’aria ormai familiare, ma non esattamente sofisticata, dell’attivista climatica più visibile del momento. Trovata facile. In fine ci sono i vestiti. Perché, Chiuri lo dice più volte: «Tutto quel che faccio si deve tradurre in vestiti». In passato da Dior il racconto non sempre era visibile sugli abiti, oggi lo è un po’ di più senza abbandonare le forme a clessidra, le giacche con la baschina, gli abiti vaporosi e insomma la femminilità fiorita, la donna Dior si reinventa giardiniera come Catherine, sorella di Monsieur Dior. Ovvero, predilige i canaponi rigati e i colori della terra oppure - tripudio di inventiva terragna e organica - indossa maglioni stampati usando fiori veri. In poche parole, il prodotto non cambia molto dal solito e Chiuri in qualche modo ne é consapevole quando addita la doppia pressione «di essere alla moda, ma anche senza tempo». Risposte definitive non ce ne è.

All’aria aperta o in biblioteca

L’ambientalismo di Marine Serre, giovane, ambiziosa e in odor di santità causa cieca venerazione da parte delle frange cool della stampa di settore, consiste nel portare gli ospiti in un campo fuori città, vicino a un rivolo, e sfilare en plein air sotto la pioggia battente con una collezione nera e lucida che è facile metafora petrolifera di inquinamenti incalzanti e dilaganti. All’alto concetto non si comanda, certo, non fosse che da Gaultier a Girbaud, passando per il nylon nero di Prada, il riciclo di idee altrui è flagrante, e ben poco originale.

Da Saint-Laurent equilibrio tra leggerezza e androginia

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Christelle Kocher, in arte Koché, porta gli ospiti in biblioteca perché, dice «il sapere è importante». Tra corridoi e scaffali, sfilano gli abiti che hanno fatto di Koché uno dei marchi più interessanti e dinamici della nuova scena parigina: un misto unico di preziosismi couture e ruvidità da strada.

La giornata si conclude ancora una volta en plein air, con Saint-Laurent, su una enorme spianata nera punteggiata da fari mobili che creano colonne di luce. La Tour Eiffel sullo sfondo, la musica roboante, la pioggia intermittente, Anthony Vaccarello scoraz za nell’archivio, sutura momenti topici e archetipi irrinunciabili della maison - la collezione russa, il nude look, lo smoking - li taglia con elementi suoi come gli shorts inguinali e i miniabiti sfrontati e il risultato é un equilibrio di androginia e leggerezza dal fascino fosco e intossicante, ma inaspettatamente vitale. Un po’ ripetitivo, ma convincente e personale. C’è continuità con un passato glorioso senza che affiori alcuna nostalgia: tagliente e seducente, è questa la sigla autoriale di Vaccarello.

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