NICOLA GARDINI / IStRUZIONI PER DIPINGERE

Dipingere, a parole

di Lara Ricci


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5' di lettura

«Ma quante cose chiare/ sono in fondo soltanto/ qualcosa che scompare!». I primi versi dell’esergo di Istruzioni per dipingere, ultima raccolta di poesie di Nicola Gardini che è anche il prosieguo in rima della sua riflessione estetica e gnoseologica, denunciano l’illusione del guardare, «l’errore in cui credi», come lo definirà poi. L’errore in cui è difficile non credere.

Per dipingere (o scrivere) bisogna anzitutto riuscire a vedere, e per afferrare la realtà nel mutamento può essere d’aiuto una luce nuova, come quel «chiaro molto chiaro/, ma certo come un faro,/ che alle nubi ha ridato/ contorno e forma alle onde» di Verso sera. O il rosa, «l’incerta aurora» che «intermittente appare a farci da realtà» della poesia anticipata qui sotto . Oppure uno stratagemma, ecco quello del cardinale, che batte, poi allarga le ali «e infine le raccoglie per filare./ Entra ed esce dal vuoto come un pesce». O ancora il capovolgimento dello sguardo che avviene in Banyan, fico piangente che è insieme l’alfa e l’omega, sorta di Giano bifronte della botanica: «...albero no, bensì foresta, festa /dell’autoriprodursi senza sosta, /senza distinguere tra piedi e testa».

Vedere è sentirsi in sintonia: nella natura abbacinante di Kauai, splendidamente ritratta nella prima sezione (dove forte si sente la vicinanza con autori da lui tradotti e amati, Ovidio, Virgilio, Ted Hughes), scrive «Noi guardiamo / bene tutto, vorremmo essere tutto». L’ambizione dell’arte e della letteratura, e dunque dell’uomo che se ne nutre, è la pienezza di significato, il ricomporre ciò che sfugge. Poesie e dipinti sono sì infinitesimi, ma capovolti, messi a denominatore per dare l’infinito. Condividono la capacità di riflettere il tutto nel poco, come in Lacuna (Einaudi, 2014) Gardini definisce il realismo, per cui «pezzi di rovine (parola proustiana), ovvero impressioni e pensieri scollegati, si ricompongono in totalità, in un ordine di corrispondenze e somiglianze che nessuno, nemmeno lo scrittore, avrebbe potuto riconoscere prima della scrittura».

«Dipingere è moltiplicare» dichiara allora Gardini in Istruzioni per dipingere, poesia eponima «...Unità otterrai solo se è ribelle// all’uniformità ciascun frammento,/se lascerai affiorare l’uniforme / non dall’uno ma dal mezzo e dal cento./L’identico è il diverso. Niente dorme//in un dipinto, questo chiama quello/ e quello gli risponde, come fanno/ nei versi le parole...» Come fanno, nell’opera di Gardini i suoi saggi con le sue poesie, le sue poesie con i suoi dipinti e questi con i suoi romanzi. Per lui, infatti, la riflessione estetica non è solo teorica, svolta in modo saggistico, ma è anche messa in pratica nella poesia, nella narrativa e nella pittura. Non solo: per indagare l’arte usa le forme indagate, la poesia per spiegare la poesia, la poesia per spiegare la pittura (come in questo libro) e viceversa. Così alla conoscenza razionale va ad aggiungere quella estetica ed emotiva in un raffinato gioco di specchi che accresce le possibilità di significazione e che rischia di sfuggire a chi si avvicina a un solo settore della sua produzione.

La semplicità di alcune sue poesie, contenute nella loro metrica perfetta, eleganti e precise nel ritmo, nell’incantatorio ripetersi ed alternarsi dei suoni, nel rifiuto dei gerghi, dell’oscurità banale e di certa allusività privata è solo apparente come lo è quella delle più belle equazioni della fisica che in un piccolo nodo tengono insieme molti e lunghi fili. Più le si legge (e più si conosce il resto dei suoi componimenti) più i significati affiorano, si ampliano e si approfondiscono, tanto che Mariangela Gualtieri parla dell’«alta filosofia della sua musica semplice».

Tenacemente fin dai primi libri - da Lo Sconosciuto(Sironi 2007) sull’afasia di suo padre colpito dall’Alzheimer, a Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli, 2012), a Lacuna, saggio sul «non detto» narrativo, Gardini prosegue la riflessione sul linguaggio e sull’arte: sul cosa si può dire con le parole e cosa si può dire senza le parole, o dipingendo, sul come avvicinarsi il più possibile all’indicibile. L’indicibile che non è l’Essere in questo autore, vicino nel suo pensiero al già ricordato Ovidio (sul quale rimando al suo Con Ovidio. Garzanti, 2017), ma è il divenire, la trasformazione, il moto.

È il movimento ad avvicinarci ai significati inafferrabili o nascosti. Lo genera la poesia, ma lo generano anche la narrativa o la pittura: accostamenti di parole, dunque, immagini, colori, o invece la studiata assenza di questi, l’uso sapiente della «lacuna»:il «non dire al fine di dire», anche nella pittura: «E, dipingendo, togli in abbondanza./ Guadagno è il vuoto. E, poiché tutto tocca/ tutto e contiene, un corpo sarà distanza/ tra distanze, non presenza: trabocca// nel sé comunque un po’ di sangue altrui, / nelle più accese luci hai molti bui». Senza distanza non c’è movimento.

Non sono solo poesie sull’estetica quelle di Istruzioni per dipingere. Ci sono pure scherzi, giochi, componimenti (anche) per bambini. C’è la Poesia non finita per l’amica finita, un modo giocoso, amaro e provocatorio per lasciare intendere quanto l’incontro con una mente affine e cara continui a generare frutti anche dopo la sua morte. E ritornano anche molti altri temi che stanno a cuore all’autore: la riflessione sul tempo, sulla compresenza del passato e del presente (bellissima Sentirsi), sulla vita che «non è via, ma scia»; sul nulla - «L’arte è un niente che dipinge nienti» scriveva Sartre - nella struggente L’ultima foglia, nella qui pubblicata Rosa e in Dipingere. Riflessioni sulla morte, sulla malattia, che sì, allontana, ma è anche un avvicinarsi alla vita, un modo per vedere, per essere (in divenire) che troviamo già nella Vita non vissuta (Feltrinelli, 2015) e qui in alcune poesie molto intense come Ieri notte, Certe notti o anche in Adesso. C’è una felicità nella spoliazione, nell’atomizzazione, forse anche quella di non dovere tenere più insieme un io multiplo, mutevole e caduco, il «me non ancora» che trova pienezza solo non vivendo in sé, ma fuori, di Logica, Nessun tempo, Io e Chi: «Noi non saremo insieme sempre, a un certo/ punto uno andrà e l’altro rimarrà qui/ a pensarlo: come adesso, che ho aperto/ la bocca e in me già parla chissà chi».

In lui parlano certamente le voci di chi ci ha preceduto, anche di millenni (e che Gardini ha già fatto rivivere nei saggi degli ultimi anni). Consapevole, di sé scrive: «Io sono nerofumo, cera e stilo./ Io sono rigo che va ininterrotto/ da sempre, fibra del limoso Nilo,/vita che inizia sempre un po’ più sotto...».

ROSA

di Nicola Gardini

Oh sì quel rosa ancora!
Oh sì l'incerta aurora
tra i rami, e rami e rami

e trame di richiami
al niente, e ramificazioni
di tutto in niente, e il niente

che va e dirama
ulteriormente
in sempre più sottili
direzioni…
E il rosa però là

che intermittente appare
a farci da realtà,
chissà se salvo o stanco di
restare,

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