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Dire addio alla parola fallimento, un atto di cambiamento vero

Fra pochi giorni non esisterà più la legge fallimentare, che dal 1942 regolamentava la crisi e l’insolvenza degli imprenditori commerciali (eccettuati quelli piccoli).

di Niccolò Nisivoccia

(Brian Jackson - stock.adobe.com)

3' di lettura

Fra pochi giorni non esisterà più la legge fallimentare, che dal 1942 regolamentava la crisi e l’insolvenza degli imprenditori commerciali (eccettuati quelli piccoli). Dal 15 luglio entrerà in vigore il Codice della crisi e dell’insolvenza, che ne prenderà il posto. Alla scomparsa della legge fallimentare non corrisponderà dunque il venir meno di una regolamentazione speciale dedicata alla crisi degli imprenditori commerciali: ma questa regolamentazione è stata modificata e confluirà ora nel Codice, al cui interno verrà affiancata da quelle regole ulteriori preordinate a disciplinare la crisi anche dei soggetti esclusi dal fallimento (e cioè dei piccoli imprenditori commerciali, degli imprenditori agricoli e dei comuni cittadini) che fino ad oggi erano contenute invece in una legge a sé stante, la legge sul sovraindebitamento del 2012 – e che a loro volta nel Codice troveranno una nuova disciplina.

Non tutto cambierà, a dire il vero. In molti casi i cambiamenti riguarderanno più la formulazione letterale delle norme che non la loro portata precettiva o funzionale. A cambiare sarà la concatenazione stessa delle norme, la loro costruzione sistematica: ed è molto probabile che chi era abituato alla logica formale della legge fallimentare faticherà a prendere confidenza con il Codice, che da questo punto di vista – va detto – difetta spesso di razionalità. La legge fallimentare era breve, ordinata, essenziale; il Codice è lungo, così come sono spesso lunghe le norme che lo compongono, e la prima fatica dell’interprete sarà proprio questa: andare alla ricerca delle norme dedicate ai singoli istituti, collegarle fra loro, metterle insieme. Ma fino a qui, tutto sommato, siamo pur sempre ancora nel campo dell’estetica, delle norme per come si presentano, per come si offrono.

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Quanto al piano sostanziale (dell’etica, si potrebbe dire), molte novità erano state già introdotte negli anni passati: e da questo punto di vista il Codice non fa altro che riorganizzarle. Del resto il diritto fallimentare viene da una stagione di riforme ininterrotte durata più di quindici anni: dal 2005 le riforme si sono succedute l’una all’altra, continuamente inseguendosi, sovrapponendosi, correggendosi, e poi rincorrendosi ancora. Se c’è un filo che le ha tutte attraversate, però, questo filo è stato rappresentato dal desiderio del legislatore, sempre più rafforzatosi negli anni per via delle crisi che intanto si abbattevano sull’economia italiana e non solo, di trasformare il diritto fallimentare in un diritto sempre meno liquidatorio e sempre più conservativo. Se dalla liquidazione pura e semplice di un patrimonio deriva inevitabilmente la dispersione dei suoi valori, a cominciare da quelli occupazionali nel caso di un’azienda, dalla sua conservazione può derivare il salvataggio di quei medesimi valori, la loro protezione, il loro recupero. E questa allora è stata la grande scommessa del legislatore, dal 2005 in avanti: cercare di trasformare il fallimento, e le procedure liquidatorie in generale, in misure quanto più possibile marginali e recessive, per investire viceversa su strumenti concordatari e negoziali finalizzati alla ristrutturazione, anziché alla dissoluzione, delle imprese e dei patrimoni. Sono stati riformati strumenti già esistenti, quali il concordato preventivo o quello fallimentare o le procedure di sovraindebitamento, e ne sono stati introdotti di nuovi, quali ad esempio gli accordi di ristrutturazione dei debiti o la composizione negoziata; e se i risultati non sono stati pari alle aspettative, perché nonostante tutto le liquidazioni rimangono a tutt’oggi molto più numerose delle ristrutturazioni, almeno è stata tracciata una via. Qui al Codice va riconosciuto il merito di percorrere questa stessa via, a dimostrazione del fatto che anche le leggi, come tutte le cose della vita, possono consistere in impasti difficilmente racchiudibili in giudizi omnicomprensivi, validi in assoluto o una volta per tutte.

Che il Codice ambisca a nuovi orizzonti di senso è confermato in fondo anche da quella novità solo apparentemente formale costituita dall’eliminazione della parola «fallimento». Non dovremo più dire «fallimento», ma «liquidazione giudiziale»: e questa è una grande novità anche culturale, ideologica, perfino politica. Quante volte il fallimento è stato accostato alla morte, come se fallire equivalesse a morire? Quante volte la legge sul sovraindebitamento è stata chiamata «legge antisuicidi»? Ecco: c’è molto cattivo gusto in questi accostamenti, in queste definizioni, perché di mancato lavoro si muore davvero – per fame, o per vergogna. Eliminare una parola può servire non solo a capirlo ma anche a trarne le dovute conseguenze, da parte di tutti.

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