Le regole e il mercato

Diritto d’autore, la direttiva Ue e la soluzione italiana

di Marco Scialdone

(AdobeStock)

3' di lettura

La necessità di modellare il diritto d’autore per adattarlo alle caratteristiche della società dell’informazione è al centro del dibattito giuridico da molti anni: la tecnologia ha modificato radicalmente le modalità di produzione e fruizione dei contenuti creativi, generando altresì nuovi modelli di business e nuovi attori del mercato.

È in tale contesto che si inserisce la direttiva Ue 790/2019 sul diritto d’autore e i diritti connessi nel mercato unico digitale che ha, come obiettivo, la salvaguardia di un elevato livello di protezione delle prerogative autoriali, predisponendo, al contempo, una legislazione adeguata alle esigenze future, così da non limitare l’evoluzione tecnologica.

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Ciò premesso, destano più di qualche perplessità le modalità con cui l’Italia ha inteso recepire le due disposizioni più importanti della direttiva, ovverosia l’art. 15 (“Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online”) e l’art. 17 (“Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online”). Per quanto attiene all’articolo 15, si introduce nel nostro ordinamento un vero e proprio obbligo a contrarre in capo ai prestatori di servizi della società dell’informazione, il quale è assente nel testo della direttiva e, anzi, si pone agli antipodi rispetto alle finalità perseguite dalla norma.

Come si ricava dal considerando 57, l’obiettivo del legislatore comunitario era unicamente quello di estendere agli editori di giornali lo stesso ambito di applicazione dei diritti di riproduzione e di messa a disposizione del pubblico di cui alla direttiva 2001/29/Ce.

Questi ultimi, come noto, sono diritti di esclusiva: garantiscono, cioè, all’autore che ogni attività di riproduzione o di messa a disposizione del pubblico delle sue opere possa avvenire solo con la sua preventiva autorizzazione, ma non possono di certo garantirgli il diritto di imporre a terzi di raggiungere un accordo contrattuale, né tantomeno gli garantiscono di per sé alcun «equo compenso» (come invece fa lo schema di decreto legislativo approvato dal governo).

Viene, dunque, a crearsi una paradossale discriminazione tra gli autori e i titolari del diritto connesso ex art. 15 della direttiva, per cui, pur essendo entrambi titolari dei medesimi diritti, solo i secondi beneficiano di un obbligo a contrarre imposto alle controparti.

Peraltro, la trasposizione prescelta non sembra avere al momento corrispondenti negli altri Paesi europei: non vi è traccia dell’obbligo a contrarre nelle proposte in corso di approvazione in Germania, Belgio e Lussemburgo, ad esempio, e finanche la Loi 2019-775 francese non raggiunge un simile livello di “invasività” nella libertà contrattuale delle parti. La soluzione italiana appare per certi versi ispirata alla recente legislazione australiana che, tuttavia, nasce in un contesto profondamente diverso.

Va poi ricordato che, ai sensi dell’art. 15, L. 246/2005, gli atti di recepimento di direttive comunitarie non possono prevedere l’introduzione o il mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive stesse.

Insomma, i dubbi sono davvero molti e, probabilmente, troveranno naturale approdo, presto o tardi, davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Un cenno, infine, all’art. 17: il governo ha ritenuto di non prendere in considerazione le linee guida adottate dalla Commissione europea. Un’occasione persa perché, seguendo quelle indicazioni, si sarebbe, ad esempio, potuto inserire nella definizione di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online un riferimento (chiarificatore) al fatto che essi devono presentare un elemento di concorrenza con altri servizi analoghi i cui contenuti, tuttavia, non sono caricati dagli utenti.

Anche il tema dei best efforts richiesti ai prestatori di servizi per andare esenti da responsabilità in caso di mancata autorizzazione dei titolari dei diritti lascia perplessi. Si è scelto di tradurre la locuzione come «massimi sforzi» quando appare di tutta evidenza che ciò non sia in linea né con il dato letterale, né con finalità della norma, la quale mira a introdurre una tipica obbligazione di mezzo (e non di risultato) in capo all’operatore e, dunque, si sarebbe potuto optare per una formula più vicina alla nostra tradizione giuridica e linguistica quale «ogni ragionevole sforzo».

Il tempo stringe ma si può ancora sperare in un ravvedimento operoso, confidando altresì nel passaggio parlamentare per il parere (non vincolante) che le competenti commissioni dovranno rendere sul testo.

(Università Europea di Roma, InnoLawLab - Laboratorio di Diritto dell’innovazione, docente di diritto e gestione dei contenuti e servizi digitali)

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