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Diritto d’autore mondiale da record grazie al digitale. Italia in flessione (-1,3%)

La raccolta globale raggiunge i 9,65 miliardi, il 25,4% in più rispetto a cinque anni fa. Il segmento digital avanza del 29% in un anno grazie a Spotify e Netflix

di Francesco Prisco


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Exploit globale del diritto d’autore nell’epoca del K-pop che diventa fenomeno globale (Afp)

3' di lettura

Sempre più centrale il diritto d’autore nell’epoca dell’entertainment «liquido». Non stupisce allora che la raccolta globale nel 2018 sia cresciuta ancora (+0,9%) fino a raggiungere la cifra record di 9,65 miliardi. E il confronto con i risultati di cinque anni fa sottolinea addirittura un incremento del 25,4 per cento. Lo rivela l’edizione 2019 del «Cisac Global Collections Report», resoconto della federazione mondiale delle società di collecting. In controtendenza l’Italia (-1,3%) che comunque per il diritto d’autore resta il sesto mercato al mondo.

La crescita mondiale del business del diritto d’autore

L’exploit del digitale
Il motore della crescita è il digitale, settore dello streaming: le royalties di questo particolare segmento, secondo Cisac, sono salite del 29%, fino a 1,64 miliardi. Merito innanzitutto degli accordi degli editori con Netflix e Spotify, piattaforme leader per cinema e musica, ma anche con i social network, Facebook in primis. Negli ultimi cinque anni il business del digitale è triplicato, arrivando a valere il 17% della raccolta globale del diritto d’autore, contro la quota del 7,5% del 2014. Da dove arrivano i soldi? La leadership spetta sempre al segmento del broadcasting Tv e radio (3,7 miliardi), seguito dall’attività live (2,7 miliardi), poi appunto il digital (1,6 miliardi), cd e video (658 milioni) e copia privata (367 milioni).

L’accelerazione dei ricavi digitali

La leadership della musica
La raccolta riguardante il repertorio musicale, da sempre quello di maggiore rilevanza, in un anno è salito dell’1,8% fino a 8,4 miliardi. In calo audiovisivo (-2,4%), editoria (-3,1%), teatro (-5,1%) e arti visive (-19,8%) che riuniti insieme appaiono decisamente meno rilevanti intermini economici rispetto alla musica. Tutte le attività, in ogni caso, registrano un generoso incremento rispoetto alla situazione di cinque anni fa.

Le leadership di Usa e Svezia
Dove va il diritto d’autore mondiale? Se guardiamo alla geografia, il primo mercato continentale resta quello europeo (56,4%), davanti a Nordamerica (22,6%), Asia e Oceania (14,8%), America Latina (5,4%) e Africa (0,8%). I mercati emergenti spesso e volentieri sono particolarmente sensibili al digitale: Asia e Oceania, per esempio, esprimono una quota del 26,3% del business di questo particolare segmento. Se a livello complessivo i principali tre mercati sono Stati Uniti, Francia, Giappone, Germania e Gran Bretagna, la leadershi delle nazioni più vocate al digitale spetta alla Svezia, patria di Spotify, davanti a Corea del Sud, patria del K-pop, quindi Nordamerica, Danimarca e Regno Unito.

La flessione dell’Italia
L’Italia, patria del Bel Canto, resta stabilmente il sesto mercato mondiale del diritto d’autore. Il 2019 è stato l’anno della «pace armata» tra Siae e Soundreef, anche in virtù del nuovo quadro legislativo che ha recepito la Direttiva Barnier facendo cadere l’esclusiva storica della Società autori ed editori e aprendo in questo modo a soggetti privati. La raccolta nel 2018, qui da noi, si è attestata sui 583 milioni, l’1,3% in meno rispetto all’anno precedente. Va comunque segnalato che negli ultimi cinque anni la raccolta complessiva ha messo a segno addirittura un +10 per cento. Nel 2018 ha pesato la flessione della musica (-1,8%) che è scesa a 450 milioni. Qui da noi primeggia l’attività live (322 milioni) che vale addirittura più di Tv e Radio (168 milioni).

Accelerazione sul digitale
Nessuno drammatizzi, però: la salute del mercato italiano la cogli dall’ascesa del digitale che dal 2014 a oggi è cresciuto addirittura del 124 per cento con un picco del +28% tra 2017 e 2018. In termini assoluti il digitale in Italia vale 24 milioni. Un dato che si porta dentro il boom di subscrivers per servizi come Netflix e Spotify di cui sta beneficiando un po’ tutta l’industria dei creatori di contenuti. Niente male per un Paese in cui gli utenti di internet non superano ancora il 61% della popolazione.

Il digitale corre veloce, per andare lontano serve una corretta applicazione della Direttiva Copyright

Dal presidente di Siae Giulio Rapetti in arte Mogol arriva un appello: «La nostra vita, oggi, è profondamente legata al digitale, e anche la cultura e le opere creative passano attraverso questi strumenti. L’uso che ne facciamo cresce esponenzialmente, a tutte le età e a tutte le latitudini. Mi chiedo come sia possibile che ci siano ancora dubbi sul fatto che l’unica strada percorribile per garantire il diritto degli autori ad un’equa remunerazione sia attuare correttamente la Direttiva Copyright, per la quale Siae si è sempre battuta e continuerà a battersi anche in futuro. A fronte di una così evidente rivoluzione di usi e costumi che per le grandi piattaforme digitali vale profitti enormi, anche il compenso per il lavoro degli autori deve avere un’adeguata remunerazione. Si può - conclude Mogol - anzi si deve, e al più presto, fare di più».

Riproduzione riservata ©
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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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