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Diritto e poesia, per una ecologia della parola

di Niccolò Nisivoccia

(librakv - stock.adobe.com)

3' di lettura

Non esiste campo del diritto, potremmo dire, non esiste ambito giuridico in cui ogni giorno non vengano scritte leggi: leggi, decreti legge, decreti legislativi, disegni di legge, norme attuative, regolamentari, interne, internazionali, comunitarie. Vengono scritte leggi in continuazione, e spesso purtroppo vengono scritte male. E più ne vengono scritte, e peggio vengono scritte, meno vengono ascoltate, per il semplice motivo che le norme di legge implicano per definizione una disponibilità nei loro destinatari ad ascoltarle: ma quando sono troppe, e perdipiù non sono chiare, diventano appunto inascoltabili. Anzi: quando le norme sono troppe e non sono chiare, prima ancora che inascoltabili sono perfino inconoscibili e comunque incomprensibili. Nei fatti, un eccesso di norme, tanto più se scritte male, è sempre destinato a rovesciarsi, prima o poi, nel suo opposto: in una anomia, in un'assenza di norme.

Sotto questo aspetto, il diritto potrebbe allora forse imparare dalla poesia, la quale a sua volta (ma è solo l'altra faccia di una medesima medaglia) potrebbe avere molto da insegnargli. E non sembri scandaloso affermarlo. Certo, esistono enormi differenze fra l'una e l'altra parola, fra la parola del diritto e la parola della poesia, ma questo non significa che non possa esistere anche una vicinanza. La parola della poesia, è vero, non pretende di dominare il mondo, laddove la parola del diritto trae la sua ragion d'essere dalla pretesa contraria: che il mondo possa essere dominato attraverso le parole. Se la poesia prende atto dell'irriducibilità del mondo ad unità, e l'accetta, così come accetta aprioristicamente il fallimento di qualunque tentativo di contenere il mondo nelle proprie parole, il diritto pare nutrire la convinzione opposta: che il mondo e la realtà possano essere contenuti dentro l'ordine delle parole. E sembra scommettere sul successo della propria previsione. Se è vero che la poesia finirebbe perfino per tradire sé stessa nel momento in cui coltivasse l'ambizione di fornire risposte assolute alle proprie domande di senso, il diritto correrebbe quasi il rischio di tradire sé stesso nell'ipotesi in cui, viceversa, non coltivasse una simile ambizione: se non ambisse a conferire un senso, attraverso le proprie regole, espresse in parole, al mondo che abitiamo. Di più: ciò cui sembra ambire il diritto è di rappresentare in sé stesso un ordine assolutizzante, un Assoluto.

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È altrettanto vero, però, che il diritto e la poesia hanno in comune almeno il fatto di non disporre se non di questo: di parole, del linguaggio. Il diritto è parola e linguaggio non meno della poesia: e dunque, a ben vedere, è proprio la parola a rappresentare il primo elemento di affinità, anziché di distanza, fra il diritto e la poesia. È la parola, in primo luogo, ad avvicinare l'uno all'altra, come se tanto l'uno quanto l'altra nutrissero nello stesso modo, seppur da punti di vista diversi, la convinzione che “non esiste realtà senza parole” (come recita un verso di Biagio Marin): la convinzione che la realtà imponga di cercarle un senso, e che questo senso debba essere cercato nelle parole. Il poeta sa già che un senso non potrà essere trovato, mentre il diritto è quasi tracotante nella sua convinzione che siano proprio le norme a poter conferire al mondo un senso compiuto. Ma anche la poesia considera necessarie le parole, e vi si consacra: fosse anche solo per restituire alla realtà la sua mancanza di senso.

È qui che il diritto avrebbe molto da imparare dalla poesia: proprio perché se c'è una cosa che caratterizza il diritto e la produzione legislativa degli ultimi anni, lo abbiamo detto, è lo sperpero delle parole – una forma di incuria, di scempio. Ecco: ciò che la poesia potrebbe riconsegnare al diritto è quella che Ivano Dionigi, in un libro appena uscito, “Benedetta parola”, definisce “un'ecologia linguistica”, e cioè “il potere di illuminare, non di nascondere e sequestrare la realtà”. La poesia dovrebbe indurre il diritto a recuperare ciò che sembra aver smarrito: il senso della parola – della parola meditata, della parola giusta. E del giusto equilibrio fra parola e silenzio.

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