INTERVENTO

Disabilità e azienda: una relazione che può diventare virtuosa e vincente

Servono progetti di qualità: di tipo culturale, di sostegno, di promozione, dove l’aspetto decisivo è rappresentato dall’inserimento lavorativo

di Marco Grumo *

(REUTERS)

4' di lettura

Per tanto tempo (forse troppo), disabilità e azienda sono stati visti come “mondi” distanti, tanto che le persone disabili vivevano sostanzialmente al di fuori del ciclo produttivo, le aziende li impiegavano con difficoltà e ci volevano le solite leggi “forzose” per sancire tale collaborazione, nonché i soliti sistemi delle sanzioni a presidio dell’applicazione degli obblighi e di ristori di varia forma e denominazione. Ma essi restavano, e spesso restano ancora, mondi molto distanti.

In particolare esistono tanti tipi di disabilità, più o meno grave, ma anche tanti tipi di “disabilità” non certificate, anche nei giovani (si pensi ad esempio ai disturbi dell’apprendimento o altri disturbi) che rendono difficile la vita a chi li ha e a chi è tutti i giorni a fianco di tali persone nella quotidiana “lotta” verso l’autonomia personale ed economica, che rappresenta un “traguardo” quotidiano impegnativo e fondamentale per tutti: per le persone disabili, per le loro famiglie e per tutta la collettività.

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Ebbene, anche le aziende (grandi e piccole) in questo ambito possono fare molto, non tanto nella logica dell’assistenzialismo o del mero rispetto di vincoli di legge, bensì nella logica della più ampia business ethics e in generale della corporate social responsibility (CSR): una social reponsibility, che come noto, quando è fatta veramente, produce numerosi impatti positivi per la reputation dell’azienda ma anche per il suo business: i clienti, i fornitori, i dipendenti , i finanziatori e le comunità riconoscono molteplici “premium price” a queste imprese, in tante forme.

Così come la CSR e la performance delle imprese stanno diventando aspetti sempre più positivamente correlati, anche disabilità (in particolare quella dei giovani), azienda e performance economica (e non economica) possono esserlo. Si tratta, come sempre, di darsi un progetto aziendale (e nello specifico di CSR applicata alla disabilità) organico e di qualità; un progetto che può essere di tipo culturale, di sostegno, di promozione, dove chiaramente l'aspetto decisivo è rappresentato comunque dall’inserimento lavorativo, visto che da esso discende il futuro grado di autonomia economica della persona disabile e della sua famiglia (da sempre impegnata in rilevanti sforzi e sacrifici economici e non).

I progetti aziendali di inclusione delle persone disabili possono essere tanti, di varie forme e intensità. Essi possono coinvolgere i dipendenti, i fornitori, la funzione HRM, il personale della corporate e/o delle subisdiaries, i clienti, i fornitori, le scuole del territorio, le organizzazioni del terzo settore; possono riguardare stage, l’inserimento lavorativo stabile presso l’azienda, l’organizzazione di eventi, oppure la formazione e l’attivazione presso l’azienda di un vero e proprio “disability manager” o “diversity o inclusion manager”: ciascuna modalità può essere oggetto di tanti vantaggi per tutti gli attori in gioco, in primis per l’azienda che potrà anche valorizzare queste strategie di corporate social responsibility & social entrepreneurship ad elevato impatto sociale anche nei propri non financial reports.

In questo modo disabilità e azienda possono incastrarsi alla perfezione. Chiaramente la formazione in questo processo ha un ruolo importante per tutti: per la funzione HRM dell’impresa, la funzione CSR, il personale dell’azienda che accoglierà la persona disabile, la persona inserita, in modo da creare un vero e proprio “ecosistema aziendale inclusivo” che possa generare benefici personali, organizzativi ed economici a 360 gradi ma soprattutto di lungo periodo.

Il problema, infatti, è creare progetti win-win di alta qualità e stabili, anche perché quando essi non avranno tali caratteristiche, inevitabilmente diventeranno assistenziali, “di facciata” e comunque di breve periodo e quindi non veramente riabilitativi, inclusivi e rispondenti a una business ethics sostanziale dell’impresa. Al contrario, quando essi saranno adeguatamente riflettuti e strutturati sia dal punto di vista strategico che operativo (integrando tutti gli interessi e le esigenze in campo), saranno premiati abbondantemente dal mercato, dai finanziatori, dal personale e dalle comunità con rilevanti impatti reputazionali e di business.

La questione è anzitutto culturale e in particolare di approccio alla relazione tra azienda e disabilità, la quale non deve essere pensata e vissuta più come “un peso” o come una forma di “pietà”, bensì come vero e proprio investimento win-win per l’azienda, per la persona accolta (in particolare se giovane) e per la comunità. Trattasi di un ambito che può diventare molto importante nel portafoglio delle strategie e degli interventi di CSR delle imprese di valore e di valori.

Una prospettiva nuova che gode anche di agevolazioni economiche e non per l’impresa (tra cui anche quelle fiscali e contributive), le quali però dovranno essere sempre inserite in un progetto strategico nuovo, capace di andare oltre gli attuali e vecchi paradigmi. Sfide nuove quindi e opportunità nuove per le nostre comunità e le nostre aziende caratterizzate da sempre da intelligenza creativa, lungimiranza e valori alti. Nuovi spunti per un sempre più innovativo CSR, diversity and inclusion management delle aziende di qualità e ad impatto.

* Docente di Economia aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore

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