le vittime furono 140

Disastro Moby Prince: dopo 27 anni potrebbero riaprire le indagini. Ecco perché

di Davide Madeddu


Moby Prince, ultima chiamata per la verità

3' di lettura

Da 27 anni alla ricerca della verità: per il “caso Moby Prince”, il traghetto passeggeri in cui morirono 140 persone nel porto di Livorno, potrebbe esserci una svolta. E una nuova inchiesta. La procura di Livorno ha chiesto e ottenuto l'acquisizione degli atti relativi al lavoro compiuto dalla commissione parlamentare d'inchiesta che in due anni di lavoro ha cercato di ricostruire con testimonianze, rilievi e altri elementi, quanto accaduto la sera del 10 aprile del 1991.

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Quando il traghetto passeggeri della Compagnia di navigazione Navarma appena partito dal porto di Livorno e diretto a Olbia entrò in collisione con la petroliera Abruzzo dell'Agip, ancorata in rada. La prua del traghetto squarciò una delle cisterne del greggio trasportato e si sprigionò un incendio. L'effetto fu disastroso. Quello che in tanti hanno definito «l’incidente pù grave della marineria italiana» con un bilancio da spavento: 140 persone morte (65 membri dell’equipaggio e 75 passeggeri). Della Moby Prince si salvò solo una persona. Si salvarono anche le 30 persone dell’equipaggio che si trovavano a bordo della petroliera. Nel corso degli anni si sono alternate inchieste giudiziarie e processi, ricostruzioni e appelli.

«L’iniziativa della procura di Livorno è di estrema importanza per proseguire nella individuazione delle responsabilità del disastro del Moby Prince - dice Silvio Lai, presidente della Commissione d’inchiesta ed ex senatore (Pd) -. La commissione d’inchiesta è pervenuta ormai un anno fa a conclusioni che meritano l’interesse della Procura e la riapertura delle indagini, partendo la dove la commissione è arrivata, dopo un lavoro collettivo e unanime e il supporto di esperti e collaboratori di altissimo livello». Per Lai «Sono troppe e molto evidenti le risultanze a cui siamo giunti con valutazioni unanimi, lontane e difformi dalle conclusioni dei precedenti processi».

«Esprimo per questo l’apprezzamento per l’iniziativa assunta dalla procura di Livorno - prosegue - che ci ha seguito nei due anni di lavoro, con il massimo supporto e rispetto, e con grande attenzione ai risultati ottenuti». Non hanno mai smesso di chiedere la verità i parenti delle vittime che hanno costituito anche due associazioni: la “10 Aprile-Familiari Vittime Moby onlus” e “Associazione 140”. Proprio sulla spinta delle richieste delle associazioni che non hanno mai smesso di ricercare la verità è nata anche la commissione parlamentare d’inchiesta. «Abbiamo sempre cercato di far sentire la nostra voce - chiarisce Luchino Chessa, medico, docente universitario a Cagliari e presidente dell’associazione 10 Aprile -. Speriamo che questa volta si possa arrivare alla verità. Anche perché quello che è successo è atroce».

Per due anni è andato avanti il lavoro della commissione d’inchiesta che ha cercato di ricostruire quanto accaduto la notte del 10 aprile di 27 anni fa. Un disastro, secondo quanto emerso dall’inchiesta parlamentare, non riconducibile alla presenza di nebbia e all’eventuale neligenza del comando del traghetto. I giorni scorsi l’incontro tra i rappresentanti delle due associazioni (Luchino Chessa e Loris Rispoli) “10 Aprile-Familiari Vittime Moby onlus” e “Associazione 140” (accompagnati dagli avvocati Stefano Taddia e Carlo Melis-Costa) con il procuratore capo Ettore Squillace Greco e il sostituto procuratore Sabrina Carmazzi. «Come familiari delle vittime - dice Luchino Chessa ripetendo le parole scritte in una nota firmata congiuntamente a Loris Rispoli - non possiamo che plaudire per la posizione del procuratore Ettore Squillace Greco che consideriamo un evidente e concreto passo in avanti, nella speranza per fare piena luce su quello che è accaduto la notte del 10 aprile 1991, in attesa di avere giustizia per la sofferenza e la morte orrenda che hanno avuto i nostri cari».

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