Strategie per il post Covid

Disciplina contabile a sostegno delle imprese in crisi

di Michele Casò e Alessandro Savoia

(Adobe Stock)

5' di lettura

L’eccezionale emergenza dovuta al Covid-19 che ha colpito il nostro Paese ha reso necessario nel corso del 2020 l’adozione di interventi altrettanto eccezionali, ancorché di durata limitata, finalizzati a salvaguardare i bilanci delle imprese. Provvedimenti assunti dal legislatore in piena emergenza, e con urgenza, che in taluni casi avrebbero probabilmente oggi necessità di ponderati interventi di manutenzione, al fine di renderli più coerenti con il sistema codicistico delle norme sul bilancio di esercizio.

L’esperienza, e l’osservazione dei bilanci delle imprese che si sono trovate nel recente passato in situazioni di difficoltà, ci insegna invero che la crisi può travolgere l’impresa a prescindere dalla rappresentazione contabile dei fatti aziendali.

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Non può certo dirsi, infatti, che sia il bilancio d’esercizio la causa
della crisi. Esso è solo uno strumento attraverso il quale dare una rappresentazione quantitativa di fatti e fenomeni aziendali
che sono già in essere.

Lo si potrebbe vedere, utilizzando una metafora, come il termometro che serve per misurare la febbre al malato. Un utile strumento che, se correttamente utilizzato, può contribuire a intervenire tempestivamente nella gestione della crisi di una impresa.

Il rischio che si intravede è che l’introduzione di soluzioni volte a modificare/sospendere le “normali” regole che presiedono la formazione del bilancio, pur con la nobile finalità di “sostenere” le imprese, possa portare al risultato opposto: rimanendo nella metafora, è stato evidenziato in dottrina che sarebbe come cercare di intercettare la febbre da Covid-19 utilizzando un termometro “speciale” che segna non più di 36,8° di temperatura. Sulla carta non vi sarebbero
più malati, ma nella realtà gli
effetti della pandemia rischierebbero di dilagare.

Proprio per questo motivo passata l’emergenza, e di certo l’urgenza, vi è da chiedersi se anche per i futuri bilanci saranno ancora necessarie e opportune regole eccezionali, o se piuttosto debba preferirsi un pieno ritorno alle regole applicabili a contesti ordinari di crisi, per i quali la materia contabile per la gestione delle imprese in difficoltà è già oggi ben disciplinata nell’ambito del codice civile, e ancor di più dall’insieme di regole tecniche rinvenibili dal corpus dei princìpi contabili emanati dall’Organismo italiano di contabilità. Regole, la cui corretta applicazione conduce al rispetto delle clausole generali della rappresentazione chiara, veritiera e corretta della situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa, poste al vertice della disciplina codicistica del bilancio di esercizio. Il tutto, nell’interesse dei destinatari del bilancio e per consentire a essi di assumere decisioni economiche consapevoli.

Lo sguardo alle migliori pratiche internazionali ci porta a vedere come la disciplina contabile possa invece effettivamente diventare un concreto stimolo per la tempestiva gestione e il superamento di situazioni di crisi (e non già un termometro “speciale” che
ne evita la diagnosi).

Lo sguardo va in questo caso al fresh start accounting o fresh start reporting di matrice nordamericana, ossia alla possibilità attribuita alle imprese oggetto di procedure di risanamento, una volta raggiunto un accordo con i propri creditori e superato il vaglio del Tribunale, di recepire nella propria contabilità una sorta di fair value (si tratta
del cosiddetto reorganization value) dei vari asset aziendali sopravvissuti alla crisi.

Nella dottrina americana sono ben noti i problemi che affrontano le imprese che, al fine di superare lo stato di crisi, decidono di imboccare un percorso di risanamento e di riorganizzazione sotto l’egida del Tribunale applicando le disposizioni del Chapter 11 del Bankruptcy code, procedura concorsuale per certi versi assimilabile al concordato preventivo in continuità italiano.

Taluni di questi sono riferibili ai valori di bilancio, evidentemente penalizzati dalle perdite e svalutazioni sino a quel momento accumulate, che possono condizionare negativamente l’accesso al credito dell’impresa debitrice, così come alterare il valore di mercato degli eventuali titoli azionari e obbligazionari.

Al fine di colmare le esigenze di certezza del mercato, e di chiarezza nella rappresentazione della situazione patrimoniale, economica e finanziaria delle imprese soggette al Chapter 11, nel corso del tempo gli standard setter statunitensi sono intervenuti per fornire apposite regole contabili per ridurre le inconsistenze presenti nei bilanci antecedenti all’ingresso in procedura, e per fornire la più adeguata informativa finanziaria dell’impresa debitrice durante il corso della stessa. Tale disciplina è oggi contenuta nello Us Gaap Asc 852, reorganizations, emanato dal Financial Accounting Standards Board (Fasb).

Nello specifico, la prassi contabile statunitense prevede che l’impresa debitrice non sia favorita nel risanamento aziendale solo dal punto di vista giuridico attraverso l’esdebitazione che si consegue con l’omologazione della procedura. Accanto alla riduzione del passivo conseguente alla falcidia dei creditori, si affianca il beneficio del fresh start reporting, un ulteriore vantaggio prettamente contabile il quale, dando la possibilità – a talune condizioni – di incrementare i
valori degli attivi, porta a ulteriori effetti positivi sul bilancio dell’impresa risanata.

Ben si comprende l’evidente vantaggio di poter agire in tal modo su due versanti per dotare l’impresa in crisi di una corretta (e spesso maggiore) patrimonializzazione, adeguata e funzionale per continuare a operare sul mercato. Aspetto di assoluta importanza considerato che, in questa tipologia di procedure di composizione della crisi, la liquidità necessaria al soddisfacimento dei creditori sociali deriverà dai flussi conseguenti proprio dalla continuazione dell’attività.

Da un lato, quindi, similarmente a quanto avviene anche nell’ambito delle procedure concorsuali in Italia, la maggior patrimonializzazione deriverà dallo stralcio delle passività esistenti alla data di accesso al Chapter 11. Dall’altro, lo stesso effetto si otterrà anche attraverso la rivalutazione delle voci dell’attivo, tenuto conto peraltro che in questa fase potranno essere valorizzati anche asset come marchi, brevetti e altri beni intangibili, precedentemente non iscritti in contabilità.

La possibilità di recepire il cosiddetto reorganization value nella contabilità aziendale non è tuttavia un vantaggio riservato a tutti. La disciplina americana in questo caso richiede anche il cambio di proprietà, o più precisamente la riduzione a una soglia inferiore al 50% delle azioni con diritto di voto riferibili al soggetto economico che ha portato l’impresa al dissesto.

Ben si può comprendere pertanto come l’implementazione di una analoga disciplina contabile nel nostro Paese potrebbe portare a due aspetti positivi dei quali beneficerebbero tanto le imprese
colpite direttamente dalla crisi, quanto più in generale l’intero
sistema economico.

Il primo, è quello di mettere in condizione l’impresa in difficoltà di ritornare sul mercato esdebitata e adeguatamente (ri)patrimonializzata, in una situazione pertanto ottimale per un nuovo avvio, facilitando in tal modo il suo processo di risanamento.

Il secondo, non meno importante, è quello di facilitare – attraverso il change of control – la fuoriuscita dallo stesso mercato di un soggetto economico, espressione del precedente azionista di maggioranza, rivelatosi incapace o inefficiente. E ciò, a ben vedere, nell’interesse anche di tutti gli operatori economici del settore.

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