Opinioni

Disciplina e rigore per aggredire il debito pubblico

L’aumento del bilancio dell’Unione potrà essere decisivo, specie se fondato almeno in parte su risorse proprie

di Antonio Padoa Schioppa

(AFP)

3' di lettura

Le polemiche sul Mes e sulla presunta “trappola” proseguono. Ma non sembrano fondate. La lettera di Gentiloni e Dombrovskis richiama il Regolamento sul Mes del 2013, il quale stabilisce che «qualora uno Stato membro richieda l’assistenza finanziaria del Mes la Commissione valuta, d’intesa con la Bce e, ove possibile, con l’Fmi, la sostenibilità del debito pubblico di detto Stato membro e le sue necessità di finanziamento effettive o potenziali».

Questo mi pare significhi che ove la valutazione preliminare alla concessione del debito dia esito negativo sulla sostenibilità, o lo Stato concorda un memorandum sul come farvi fronte oppure il credito non viene concesso. Se è così, sarà in quella sede che lo Stato deciderà se sottoscrivere un memorandum concordato oppure no. Dipenderà, immagino, dalle condizioni prospettate dal concedente, che peraltro in questa specifica circostanza appaiono davvero minime e offerte a un tasso ridottissimo.

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D’altra parte, che il nostro debito pubblico sia a rischio lo sanno tutti; e il rischio di un debito che a causa della pandemia arriverà al 160% del Pil è ovviamente superiore a quello attuale. E allora bisogna finalmente convincersi che un piano di progressiva ma strutturale decrescita del nostro debito è necessario, è urgente. Lo dobbiamo realizzare noi, nel nostro interesse, non chiedere ad altri di intervenire. Questo non sarà possibile e sarebbe ingiusto, oltre che contrario ai Trattati da noi sottoscritti.

Come arrivarci allora? Sembrano necessari tre strumenti concomitanti:

a) blocco della spesa corrente, che dovrebbe risultare non eccessivamente traumatico in presenza di un’inflazione molto bassa, purché sia coordinato con una politica mirata di spending review;

b) recupero progressivo, ma strutturale di una quota dell’evasione;

c) un congruo volume di investimenti per lo sviluppo, l’ambiente, le energie rinnovabili, la salute, la ricerca, attuati in misura prevalente con i fondi europei del Recovery Fund e gestiti dalla Commissione entro il bilancio europeo accresciuto anche con nuove risorse proprie, dato lo scarso margine di manovra del nostro bilancio aggravato dai debiti. È noto che un certo volume di investimenti determina un aumento più che proporzionale del Pil. E che lo scarto tra l’aumento del Pil (più l’inflazione, oggi peraltro quasi inesistente) e il debito nominale è sufficiente a determinare una lenta, ma strutturale discesa del rapporto tra debito e Pil.

Non sono certo questi i soli mali organici da correggere, se si vuole che l’Italia esca finalmente da un ventennio nel corso del quale la crescita è sempre stata inferiore a quella di molti altri Stati dell’Unione. Ma proprio l’emergenza attuale dovrebbe fornire l’occasione, forse non ripetibile, di aggredire finalmente almeno alcune delle patologie che impediscono all’Italia di svilupparsi come potrebbe.

Un’Italia sana, dinamica e competitiva certamente esiste, non a caso siamo ancora la terza potenza dell’Unione. Un nostro default, causato da una dilatazione ulteriore degli interessi sul nostro debito non controllato, potrebbe portare all’implosione non solo nostra, ma dell’intera Unione. Con costi che un recentissimo documento del Parlamento europeo (PE 642.837) valuta a un calo complessivo dal 17% al 22% del Prodotto interno lordo dell’intera Unione, anche senza tener conto del coronavirus.

Si dirà: ma la politica non accetterà mai di assumere decisioni impopolari. No, non è detto. A parte il fatto che si tratta di scelte necessarie, ma non generatrici di lacrime e sangue, non dimentichiamo che già in passato gli Italiani per entrare nell’euro – che ci ha garantito in questi anni il risultato inestimabile della stabilità monetaria e della tutela del risparmio – hanno addirittura accettato un prelievo, poi parzialmente restituito, sui propri conti correnti. E proprio in queste settimane abbiamo dimostrato una disciplina per il confinamento che è stata notata e ammirata ovunque, anche in Germania.

Questa è la via maestra, imboccata la quale i mercati cesserebbero di scommettere sul nostro default. In risposta alla crisi, l’Europa sta facendo la sua parte, a cominciare dalla Bce nonché, anche per sollecitazione dell’Italia, con il progettato Recovery Fund. L’aumento del bilancio dell’Unione potrà essere decisivo, specie se fondato almeno in parte su risorse proprie. La sfida può essere vinta, se in Italia l’economia potrà ripartire sulla base di sistema-Paese almeno in parte migliore. È il momento di spiegare quanto alta sia la posta in gioco. E di osare.

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