Donne e violenza social

contro le differenze salariali

Discriminazione, prima class action delle donne francesi

Il 4 giugno scorso un ufficiale giudiziario ha consegnato alla sede della Caisse d’épargne Ile-de-France (CEIDF) un’ingiunzione del sindacato Confédération générale du travail (CGT) che intimava alla direzione di cessare la discriminazione salariale nei confronti delle lavoratrici della banca, che ha 4.570 impiegati, di cui 2700 sono donne.

di Lara Ricci


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3' di lettura

Dimostrare la discriminazione di genere sul lavoro non è semplice. Difficile provare che una certa donna ha uno stipendio più basso dei suoi colleghi uomini perché è una donna e non per altre ragioni, anche se i dati dell'Eurostat mostrano che la differenza di stipendio mensile tra uomini e donne è in media del 43,7% in Italia e del 37% in genere nella Ue (se si considera la retribuzione oraria, il numero di ore lavorate e i periodi in cui non si percepisce interamente o parzialmente lo stipendio per congedi maternità e simili). L’unione fa la forza, e in particolar modo quando si devono dimostrare differenze statisticamente significative. Così alcune dipendenti francesi hanno deciso di avviare una causa collettiva: il 4 giugno scorso un ufficiale giudiziario ha consegnato alla sede della Caisse d’épargne Ile-de-France (CEIDF) un’ingiunzione del sindacato Confédération générale du travail (CGT) che intimava alla direzione di cessare la discriminazione salariale nei confronti delle lavoratrici della banca, che ha 4.570 impiegati, di cui 2700 sono donne.

È la prima volta che un’azione collettiva di questo tipo viene fatta in Francia nel settore privato. Secondo il CGT, i dati del bilancio 2018 mostrano che lo scarto remunerativo tra i due sessi è in media del 18%, il che significa che mediamente gli uomini sono pagati 700 euro in più al mese. Non solo, il sindacato ha rilevato anche che i maschi si sono aggiudicati il 56% delle promozioni che comportavano un diverso inquadramento professionale, nonostante rappresentino solo il 38% degli effettivi e che c'è una sola donna tra i dieci dipendenti più pagati.

La possibilità di fare una causa collettiva, ispirata alla class action statunitense, esiste in Francia dal 2014 per quel che concerne i consumatori, e si è aperta ad altri campi, tra cui le discriminazioni sul lavoro nel novembre 2016 con la legge « justice du XXIe siècle » (giustizia del XXI secolo) portata avanti dall'allora ministro della giustizia Christiane Taubira, per la quale ha affermato di essersi dovuta battere per tre anni. Il vantaggio di un’azione di gruppo, oltre al fatto di portare davanti ai giudici numeri statisticamente significativi e dunque difficilmente contestabili, è anche che la può fare il sindacato, senza che le dipendenti si debbano esporre in prima linea.

Ora la banca avrà sei mesi per negoziare delle soluzioni che mettano fine alle discriminazioni. Se questo non avvierrà – ha spiegato a «Le Monde» l'avvocato del CGT Savine Bernard- l'azienda sarà portata davanti al giudice dove le richieste di cessazione della discriminazione e riconoscimento dei danni saranno formalizzate (il riconoscimento dei danni tuttavia parte solo dalla data dell'ingiunzione e non dall'inizio della discriminazione: una debolezza del dispositivo, per ammissione della stessa Taubira). Le discriminazioni «non sono più ammissibili - ha affermato Sophie Binet, responsabile della parità di genere al CGT, uno dei più agguerriti sindacati francesi -. I datori di lavoro devono capirlo. Bisogna mettere la parola fine a questa tolleranza sociale nella quali prosperano le disuguaglianze uomo-donna. Centinaia di imprese francesi potranno essere coinvolte in simili cause collettive ».

La CEIDF si è per ora difesa sostenendo che i dati portati dal sindacato sono sbagliati perché non paragonano tra loro lavori con le stesse mansioni e la stessa anzianità di servizio.

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