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Disney+ in 10 punti: cosa ci è piaciuto e cosa meno a una settimana dal lancio

Da «disneyani militanti», mettiamo in fila le cose che ci convincono e quelle che invece potrebbero essere migliorate della piattaforma del Topo

di Francesco Prisco

Disney, Pixar, Marvel e Star Wars in streaming su Disney +

Da «disneyani militanti», mettiamo in fila le cose che ci convincono e quelle che invece potrebbero essere migliorate della piattaforma del Topo


4' di lettura

Conviviamo ormai da una settimana. Ci siamo immediatamente piaciuti, perché era come se ci conoscessimo da una vita. Anzi: in un certo senso ci conoscevamo da una vita. Abbiamo familiarizzato presto, organizzando e rimodellando le rispettive abitudini. Si fa così quando ci si vuole bene. Le cose funzionano, ma la sensazione è che protrebbero funzionare ancora meglio. Succede in tutte le storie d’amore. Questa non è una storia d’amore, ma poco ci manca.

È la storia del rapporto tra la famiglia di chi scrive - una famiglia disneyana militante - e Disney+, la piattaforma di streaming di The Walt Disney Company che ha debuttato in Italia lo scorso 24 marzo. Siccome campiamo a pane e Topolino - nel senso dei fumetti e dei corti d’epoca, dei Classici e degli universi Marvel, Star Wars e Muppets sui quali Disney, nel corso degli anni, ha fatto sventolare la propria bandiera - abbiamo pensato di mettere in fila cinque cose che ci sono piaciute molto e altrettante che ci sono piaciute meno della nostra prima esperienza con Disney+. Eccole.

Cosa ci è piaciuto molto
1) Il concept
Avere a disposizione Disney, Marvel, Star Wars, Pixar, National Geographic e i Simpson (che Disney non sono, ma male non fanno) nel medesimo habitat è un’opportunità straordinaria. Disney ha dato un senso alla sontuosa campagna acquisti e alla superfetazione della propria library degli anni Duemila, declinandole alle dinamiche dell’entertainment nell’età dello streaming. Se Disney+ non ci fosse stato, qualcuno avrebbe dovuto inventarlo.

2) La navigabilità
La veste grafica e l’interattività della piattaforma si presentano molto bene. Il prodotto è elegante, la fruizione è intuitiva e divertente. Le sezioni sono pensate per chi per la prima volta si affaccia su un determinato mondo. Quindi se sono una piccola fan delle Principesse Disney posso farmi un’idea abbastanza precisa sulle origini della stirpe dei Paperi, se sono uno Star Wars addicted posso approfondire in maniera organica la mia conoscenza Marvel e viceversa.

3) Le produzioni originali
Non è stata esattamente una sorpresa. Su The Mandalorian le aspettative erano molto alte e, almeno per quello che si è visto finora, non sembrano deluse. Piacevole pure la visione del remake di Lilli e il Vagabondo, perfettamente inserito nella remake-era del Terzo millennio disneyiano. Ma si sa che, quando a Burbank vogliono far vedere quanto sono bravi, difficilmente sbagliano il colpo.

4) I film live action degli anni Sessanta e Settanta
Parentesi sentimentale. Ci piacciono da morire perché ci ricordano l’infanzia: Rai 1, negli anni Ottanta, il venerdì sera ne proponeva uno, spesso corredato da un corto di Mickey. Per noi i film live action che la Disney produsse negli anni Sessanta e Settanta - da Quattro bassotti per un danese (1966) a Il gatto venuto dallo spazio (1978), passando per tutta la saga de Il maggiolino tutto matto - sono una specie di madeleine proustiana: assapori e torni il bambino che eri. Rivederli con i bambini che hai oggi non ha prezzo.

5) Il prezzo
Il prezzo, appunto. L’offerta di 6,99 euro al mese/69,99 l’anno per tutto quello che Disney+ offre ci appare estremamente competitiva. Un modo intelligente per tirare dentro anche qualche semplice curioso.

Cosa ci è piaciuto meno

1) Mancano alcuni Classici
Quando per la prima volta abbiamo sentito parlare di Disney+, ci siamo immaginati innanzitutto una cosa: l’intero catalogo dei Classici di Walt Disney a portata di click. Beh, non è esattamente così che stanno le cose. Alcuni tra i titoli più celebri della premiata ditta, infatti, mancano all’appello. Per dire: non c’è La spada nella roccia (1964). Vero è che lo abbiamo visto e rivisto. Non c’è quel capolavoro che si chiama Musica Maestro (1946) e non si capisce il motivo. E non c’è neanche I racconti dello Zio Tom (1946), anche se in questo caso il motivo si capisce.

2) La censura
E veniamo a un elemento di criticità di cui si è già ampiamente dibattutto tra gli Stati Uniti e l’Europa: i contenuti storici di Disney+ sono «depurati» da elementi che la sensibilità odierna sarebbe portata a etichettare come offensivi e/o diseducativi. Manca I racconti dello Zio Tom, appunto, perché rimanda al passato schiavista e segregazionista degli Usa. Prima di Saludos Amigos (1942) e I tre caballeros (1944) appare l’avvertenza «Contiene rappresentazioni di tabacco». Ancora in Saludos Amigos, Pippo... non fuma più, come accadeva nella versione originale del film. Miracoli del re-editing. E del puritanesimo.

3) Corti d’epoca da curare meglio
Abbiamo apprezzato molto la presenza di cortometraggi delle origini come i fondamentali Steamboat Willie (1928) e Flowers and Trees (1932). Tuttavia, quando andiamo ai corti degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta inoltrati ci accorgiamo che la confezione italiana spesso è a geometrie variabili. A volte troviamo il doppiaggio italiano, altre solo i sottotitoli, altre ancora neanche i sottotitoli. Vero è che bisogna imparare l’inglese e che chi si abbona difficilmente lo fa per i corti, ma il doppiaggio italiano d’epoca de L’arte dello sciare (1941) era esso stesso un’opera d’arte. Peccato non disporne.

4) Manca il Club di Topolino
Il Club di Topolino è stato uno dei programmi per ragazzi più importanti della storia della televisione. Grazie a esso il vecchio Walt trovò i soldi per finanziare la prima Disneyland e Stanley Kubrick inventò un formidabile tormentone in Full Metal Jacket (1987). La versione americana di Disney+ lo offre, quella europea no. Che peccato.

5) Manca il Muppet Show
Ci siamo emozionati quando, nel menù di Disney+, abbiamo visto apparire una sezione dedicata ai Muppets, creature di pezza figlie del genio di Jim Henson che dal 2004 fanno parte della famiglia Disney. Ci sono sei film e il remake della serie Disney Junior Muppet Babies. Mancano tuttavia le puntate originali del Muppet Show che crearono la leggenda. Anche in questo caso si poteva fare di più.
(Hanno collaborato Fortunato e Giovanni Prisco)

Per approfondire:
L’armata da 26 milioni di abbonati
L’accordo con Timvision

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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