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Dispositivi medici: Asl chiedono 2,2 miliardi alle aziende per ripianare extra spese

Attraverso il meccanismo del payback, le imprese sono chiamate a coprire gli sforamenti di bilancio delle Regioni. L’appello: «Così rischiamo di chiudere»

di Marzio Bartoloni

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3' di lettura

Il biomedicale, un settore che dovrebbe essere considerato strategico soprattutto dopo la pandemia , rischia di finire in ginocchio. Lo Stato attraverso le Asl ha cominciato a bussare in tutta Italia alle porte delle imprese che forniscono gli ospedali di garze, siringhe e strumentazioni anche molto complesse (dagli stent ai pacemaker) per riscuotere 2,2 miliardi di euro di sforamento della spesa per gli anni 2015-2018.

Come funziona il payback

Le lettere con la richiesta di pagamento entro 30 giorni di somme spesso anche di decine di milioni stanno arrivando proprio in questi giorni nelle caselle Pec di molte imprese gettandole sull’orlo della disperazione e già circa 100 di loro hanno deciso di fare ricorso ai Tar per illegittimità costituzionale di questo meccanismo micidiale tutto italiano (il cosiddetto payback) che costringe il mondo produttivo a rimborsare circa la metà dei debiti fatti dalle Regioni con le gare per gli acquisti sanitari.

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In pratica la Regione spende troppo per comprare apparecchiature, almeno rispetto ai tetti prefissati che non tengono conto dei fabbisogni reali, e l’azienda ripiana.

«Follia» che condanna molte aziende a chiudere

«È un disastro che va fermato subito. Molte aziende, soprattutto Pmi, non hanno in cassa le cifre che ci chiedono di pagare entro 30 giorni. Ma poi è un paradosso: noi partecipiamo a gare pubbliche di appalto in cui siamo obbligati a fornire delle quantità di dispositivi ai prezzi che ti vengono imposti sennò finiamo in galera per interruzione di pubblico servizio e ora a posteriori dopo diversi anni ci chiedono i soldi indietro», avverte il presidente di Confindustria dispositivi medici Massimiliano Boggetti.

Che sottolinea come con questa «follia» si stanno «condannando molte aziende a chiudere anche perché nelle lettere si spiega che se non si paga le somme queste vengono trattenute dai crediti in essere. Dentro ci sono tutti: dalle Pmi italiane a quelle straniere fino alla distribuzione e alle grandi multinazionali. Ognuna paga per un pezzo». Tra l’altro mettere in ginocchio il comparto vuole dire anche mettere a rischio l’erogazione delle prestazioni visto che le imprese potrebbero non riuscire a garantire le forniture di prodotti, anche salvavita, agli ospedali.

Richiesta al governo

Il calcolo delle somme si basa sui fatturati (non sugli utili) delle imprese del settore che già oggi si trovano a combattere con aumenti di costi delle materie, rincari energetici e rivoluzioni del mercato dovute a post pandemia e guerra in Ucraina . «Questa vicenda è stata gestita con una leggerezza criminale: è inaccettabile che un Governo di qualsiasi colore non capisca l'impatto di un meccanismo del genere sulle imprese», spiega Boggetti che chiede ora al nuovo esecutivo di «intervenire subito» perché «questa è una emergenza vera mentre vedo che si parla solo di barconi con gli immigrati».

Eredità del Dl Aiuti bis

In effetti questa vera e propria tagliola sulle aziende è una eredità in extremis del Governo Draghi contenuta nel Dl aiuti bis seguita nel giro di un mese dal decreto attuativo pubblicato in Gazzetta il 26 ottobre e poi dalle lettere delle Asl di questi giorni: in pratica nel giro di un paio di mesi il precedente Governo ha fatto scattare questo meccanismo del payback - già previsto per i farmaci tra mille contenziosi ma mai applicato per i dispositivi medici - che prevede a carico delle aziende fornitrici una quota complessiva al 40% dell'extra spesa per il 2015, al 45% per il 2016, al 50% per il 2017 e il 2018.

Il ripiano viene calcolato sull’extra spesa rispetto a un tetto del 4,4% dei fondi sanitari a disposizione delle Regioni. «È incredibile - sottolinea Boggetti - la velocità con cui si è deciso di farlo partire quando le Regioni sono lentissime se devono pagare le aziende. Purtroppo è un’operazione di maquillage che serve alle Regioni per chiudere i bilanci in forte difficoltà dopo la pandemia senza andare in default, ma sono convinto che i Tar ci daranno ragione e noi non daremo neanche un euro».

Meccanismo da cancellare

Il presidente di Confindustria dispositivi medici segnala tutte le storture di questa vicenda: «Magari succede che una Regione ha sforato perché ha comprato troppe protesi o pacemaker ma i soldi vengono chiesti anche a chi produce pannoloni per l'incontinenza. Oppure l'azienda paga lo stesso anche se magari in quella Regione è andata indietro con il fatturato».

E per il futuro indica la strada: «Il payback va assolutamente cancellato. Stabiliamo un tetto che sia davvero calcolato sul fabbisogno reale e non in modo astratto e rispettiamolo nelle gare. Se poi la spesa supera il tetto allora il Governo deve metterci la faccia e dire che non può erogare tutta la Sanità che serve».

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