Industria

Dispositivi medici, le gare al ribasso affossano i prodotti made in Italy

Export e produzione in calo per le imprese che hanno sede in regione: per una realtà su due anche i ricavi si sono ridotti. Boggetti (Confindustria): riportare sul territorio i laboratori di ricerca

di Sara Monaci

4' di lettura

Più l’emergenza sanitaria si fa seria, meno le imprese dei dispositivi medici crescono. È il paradosso in cui si trova l’industria, italiana e lombarda, che realizza prodotti di supporto per il mondo della sanità, dalle semplici mascherine fino agli oggetti più sofisticati per la deambulazione o nel campo protesico.

La prima spiegazione è semplice: se il settore sanitario, soprattutto pubblico o privato convenzionato, è concentrato nella pandemia, gli altri ambiti ospedalieri vengono sospesi o ridotti al minimo. Questo è ciò che emerge con evidenza anche dalle liste d’attesa di operazioni e visite. Ma quello che è meno scontato è che due anni dopo l’inizio dello stato di emergenza, nei primi mesi della ripartenza, l’industria italiana in questo ambito sta vedendo una decrescita.

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La seconda spiegazione è più insidiosa. A livello nazionale il dito è puntato dagli imprenditori anche contro le centrali di acquisto pubbliche, che con le gare a massimo ribasso non favoriscono l’innovazione italiana, diminuendo così le possibilità per il Paese di essere in futuro «indipendente» sul fronte sanitario, come sottolina l’associazione dei Dispositivi medici di Confindustria. Tra il 2019 e il 2020 è calata la produzione dei dispositivi made in Italy, ma è aumentato l’import (+4,9%), soprattutto dall’Asia (+30%), con picchi fino al 300% (messo a segno dalla Corea). E intanto diminuisce l’export (-5,3%). La produzione è calata del 13%, per un valore complessivo di 6 miliardi, a tutto vantaggio di un’importazione che ha superato gli 8,5 miliardi. Questi numeri in assoluto sembrano confermati anche nel 2021.

Il calo in Lombardia

In Lombardia, dove hanno sede 1.394 imprese su 2.925 in tutta Italia, l’export è calato anche di più (-7,1%). Non c’è un dato lombardo sull’aumento dell’import rilevato dal centro studi, ma ci sono le testimonianze delle imprese che in generale parlano di concorrenza estera molto forte anche in casa. Il trend dell’import sarabbe quindi confermato empiricamente anche dagli imprenditori regionali.

«Questi dati sul commercio estero – commenta Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici - rivelano due criticità presenti nel nostro Paese: la mancanza di una adeguata produzione interna che ci ha spinto a comprare molti beni indispensabili all’estero e la ricerca di prodotti a basso costo che privilegiano il prezzo rispetto alla qualità. In Europa invece si rafforza il tessuto produttivo del comparto nei paesi membri. L’Italia manca di visione non investendo sulla creazione di un tessuto produttivo solido e diversificato. Inoltre abbiamo fatto poco o nulla per portare in Italia aziende che hanno all’estero know-how e produzione alla ricerca di condizioni più vantaggiose».

In Lombardia il 55,9% delle aziende ha visto ridurre i propri ricavi nel 2020 rispetto al 2019. In Italia le imprese investono circa il 6% del fatturato in R&S e la Lombardia da sola ne rappresenta il 31,4% . «La Lombardia, con una forte presenza di imprese delle scienze della vita e con la nascita di un polo tecnologico di altissimo livello come il Mind - commenta ancora Boggetti - potrebbe diventare un territorio fortemente attrattivo, in grado di riportare in Italia aziende che hanno all’estero laboratori di ricerca e sviluppo, know-how, oltre che la produzione». Sullo sfondo sta infatti nascendo una collaborazione con il quartiere Mind di Milano, dove ha sede lo Human Technopole. In quest’area l’associazione Confindustria Dispositivi medici avrà una sua sede.

Le testimonianze delle imprese

Guido Cometti, ad della Link Italia, azienda da 12 milioni di fatturato medio (calato nel 2020 del 15%) e circa 70-80 addetti, ritiene che «il cuore del problema sia il modo in cui sono organizzate le gare pubbliche: sempre più generiche, non si chiedono prodotti con caratteristiche precise, e con il criterio del massimo ribasso - racconta Cometti - Questo vuol dire favorire le grandi multinazionali che possono anche permettersi, data la dimensione aziendale, di partecipare a competizioni non convenienti sotto il profilo dei ricavi, per creare sempre più problemi alla concorrenza. Questa tendenza è in atto da circa 7-8 anni, al di là del Covid». Cometti in questo caso parla di concorrenza statunitense, anche se più in generale sono i prodotti asiatici a fare più paura alle aziende italiane. «Si dovrebbe valorizzare la produzione nazionale, favorendo così la nostra ricerca, e dando il giusto prezzo alle produzioni come si fa con i Dgr regionali (il costo delle prestazioni ospedaliere stabilite in Regione, ndr)».

Un po’ diversa la situazione di chi offre servizi, come la Vivisol (Gruppo Sol, 600 milioni di fatturato e 2.500 dipendenti in tutto il mondo), che offre assistenza e servizi domiciliari per l’utilizzo di dispositivi elettromedicali. Il direttore centrale Claudio Petronio spiega come effettivamente le attività abbiano subito un arresto durante la pandemia. «È stato un problema globale, l’aumento che stavamo vivendo nel 2020 si è arrestato. Oggi invece si fa fatica a stare dietro alla domanda perché è difficile reperire la componentistica in molti settori, compreso il nostro. E questo incide anche sui servizi collegati ai dispositivi medici».

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