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Distretti della concia hi tech, l’innovazione vale il 10% del fatturato

di M.Cristina Ceresa

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2' di lettura

Biotecnologie, nanotecnologie e wearable devices: la fashion industry della pelle cerca sbocchi attraverso nuove tecnologie e processi upcycle. All’orizzonte si profilano clienti con aspettative nuove, che associano al fashion anche soluzioni a impatto minore sull’ambiente, ma anche dispositivi che sviluppano un’intelligenza digitale da indossare.

«I mercati più esigenti stanno già chiedendo prodotti che possono essere profondamente personalizzati, in base alle esigenze espresse con informazioni sempre più sofisticate – riflette Federico Brugnoli, fondatore e amministratore unico di Spin360 e consulente in ambito sostenibilità, che all’interno di Lineapelle Innovation Square (Fieramilano Rho) ha condotto il workshop dal titolo “What’s next?” –. Le tecnologie si stanno evolvendo di conseguenza. C’è da immaginarsi un futuro dove i consumatori non solo gestiranno, indosseranno e utilizzeranno i materiali». Il marketing farà il resto rispondendo alla domanda di Brugnoli: «I consumatori compreranno ancora prodotti o piuttosto concetti, servizi e design?».

In attesa di una risposta, l’innovazione nel mondo della moda e del luxury in pelle procede con lo scopo di introdurre nella filiera materiali e tecnologie altamente innovativi, spesso mutuati da altri settori industriali o da altri ambiti applicativi. Il che dimostra una sempre più affinata logica di interdipendenza.

Interessati a questi cambiamenti anche i distretti italiani, in primis quelli concentrati sul mondo della concia. «L’esempio più evidente è fornito dai distretti produttivi sviluppati in Veneto, Toscana e Campania – continua Brugnoli – dove la forte presenza di aziende conciarie è compendiata da società di servizi specializzate (soprattutto sul tema della sostenibilità) e centri di ricerca. La prossimità territoriale con la manifattura di prodotti finiti è ancora un punto di forza anche per l’innovazione costante, che caratterizza questi territori e settori industriali».

Un’innovazione che vale circa il 10% del fatturato complessivo settoriale (circa 96 miliardi di euro di valore) e che ha lo scopo di migliorare significativamente non solo i prodotti, ma anche i processi. A livello di macchinari, ma anche ausiliari chimici tendenzialmente biobased. Un’industria tutta da certificare per attrarre un consumatore che si fida quando vede la scritta “bio”.

«Le industrie della moda, del design e dell’automotive hanno sempre usato molti materiali di origine biologica» afferma Brugnoli che arriva a dire che la pelle è un ottimo esempio bio.

La strada intrapresa da questo comparto valuta anche logiche di economia circolare: «Prodotti che saranno progettati per essere disassemblati e materiali che saranno riciclabili al 100% più di una volta – segnala Brugnoli, che però avvisa –: lo spostamento verso una moda trasparente e circolare implica radicali evoluzioni tecnologiche e di design, nonché lo sviluppo di nuovi modelli di business e filiere di approvvigionamento tracciabili».

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