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Distretto energetico di Siracusa: «Sale il rischio desertificazione»

È principale polo energetico italiano con 12,2 miliardi di fatturato totale nel 2018. Bivona (Confindustria): restare non conviene. Aziende pronte a lasciare

di Nino Amadore

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È principale polo energetico italiano con 12,2 miliardi di fatturato totale nel 2018. Bivona (Confindustria): restare non conviene. Aziende pronte a lasciare


4' di lettura

A prima vista l’impressione è che nulla sia cambiato. Sull’asse Augusta-Priolo-Melilli, in provincia di Siracusa, sembra intravedersi la solita normalità di uno dei poli industriali più importanti del Paese e sicuramente il principale polo energetico italiano con 12,2 miliardi di fatturato complessivo nel 2018. C’è stato il lockdown ma qui la produzione è andata avanti «in piena sicurezza» rivendicano con orgoglio i rappresentanti delle imprese che contano zero contagi da Covid-19.

Non si vede ma da queste parti il lockdown ha lasciato una ferita enorme che rischia, ogni giorno che passa, di diventare insanabile. «Non c’è convenienza economica, ci sono solo vincoli. Le aziende sono pronte ad andare via» dice con amarezza il presidente di Confindustria Siracusa Diego Bivona che si fa portavoce di un disagio esteso e che in questo momento di grande difficoltà rischia di esplodere. Sotto accusa c’è ancora il Piano della qualità dell’aria della Regione siciliana che le aziende hanno contestato in tutte le sedi possibili compresa quella giudiziaria: «Non abbiamo ricevuto dalla Regione siciliana alcun segnale - ribadisce Bivona -. Le previsioni, in generale, sono nere». Certo pesa l’andamento del mercato petrolifero e non è un mistero che le aziende stanno provando a cercare soluzioni per far fronte alla crisi con i serbatoi pieni di prodotto invenduto: c’è chi pensa alla cassa integrazione che non è stata utilizzata nemmeno nei mesi di lockdown, chi a una fermata straordinaria.

Forse mai come in questo momento l’area industriale siracusana è stata così vicina a un bivio. «Il quadro è molto sconfortante - spiega Claudio Geraci, vicedirettore generale di Isab, la società controllata dai russi di Lukoil -. Noi non ci siamo potuti fermare: la raffineria è una macchina complessa». Il futuro da queste parti appare molto incerto e negli ultimi mesi questa raffineria che dà lavoro a 2.600 persone tra diretto e indotto ha perso più della metà del fatturato. Se continua così a fine 2020 sarà un bagno di sangue perché il calcolo va fatto sui quattro miliardi di fatturato annuo: «Nessuno finora si è reso conto che bisogna creare condizioni affinché l’azienda possa varare un piano di investimenti. E il Piano della qualità dell’aria, che è stato impugnato da tutti, sembra più il modo giusto per farci chiudere definitivamente».

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E certo, in questo caso, non sarebbe una perdita da poco considerato che questo impianto lavora mediamente ogni anno tra i 10 e i 12 milioni di tonnellate di greggio. Ma soprattutto versa ogni anno 500 milioni di accise. Che fare dunque? Geraci un’idea ce l’ha: «Basterebbe un accordo che ci permetta di destinare i 20% delle accise a un piano di investimenti quinquennale con impegni precisi e la garanzia sulla realizzazione degli investimenti». Un piano da 500 milioni cui si potrebbero aggiungere altre risorse da parte dell’azienda che avrebbe un primo effetto sulla fiducia e sulla prospettiva di quest’area. Al netto, ovviamente, dei vincoli regionali giudicati, in queste condizioni, solo una zavorra da aziende che si muovono in un contesto globale. Come la raffineria che gli algerini di Sonatrach hanno rilevato nel 2018 dalla ExxonMobil (era a marchio Esso): «Noi siamo rimasti in marcia e non abbiamo fatto un solo giorno di Cig - dice Rosario Pistorio, amministratore delegato di Sonatrach Raffineria Italiana che ha la sede centrale ad Augusta -.Visto il calo dei consumi abbiamo tenuto gli impianti al minimo e aumentato lo stoccaggio dei prodotti finiti. Nel frattempo è tornato a crescere il prezzo del petrolio ma i consumi stentano a ripartire. Noi avvertiamo che non c’è sempre la volontà da parte degli interlocutori di sedersi a un tavolo per cercare un futuro insieme: non capisco perché dobbiamo farci del male se le nostre aziende sono tra le migliori per qualità delle emissioni. Siamo stati contattati dal presidente della Regione e dall’assessore regionale ma attendiamo il seguito». Ritorna il tema del Piano della qualità dell’aria che, con i vincoli che prevede, rischia di vanificare, per esempio, un investimento di 200 milioni fatto l’anno scorso da Sonatrach.

Ci sono questioni, sembra chiaro, che dalle parti di Algeri potrebbero risultare indigeribili anche se la volontà dell’azienda è quella di creare un ponte tra l’Europa e l’Africa passando da Augusta. Una situazione, quella delle raffinerie, che ha avuto ripercussioni anche su aziende che si occupano di altro come la sudafricana Sasol che ha una delle sue sedi produttive italiane ad Augusta dove lavorano 362 persone e da dove escono, ogni anno, prodotti base per la detergenza per 300 milioni di persone: «È vero che in un primo momento abbiamo avuto un boom di domanda ma ora siamo in un momento di flessione - spiega Sergio Corso, vicepresidente operation di Sasol Italia e direttore dello stabilimento di Augusta che è stato sempre aperto e ha messo in campo anche numerose iniziative di solidarietà - : probabilmente nel momento di panico sono stati riempiti i magazzini e ora gli ordini sono calati. Ma a parte questo noi subiamo anche gli effetti della situazione della raffinazione: Sonatrach, principale fornitore del cherosene che utilizziamo, ha cominciato a produrre a marcia ridotta e ciò ha avuto e ha un impatto perché ora troviamo la materia prima nei paesi Arabi con un inevitabile aumento di costi. In generale posso dire che senza sostegni non vedo un futuro per quest’area».

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