Mind The economy

Disuguaglianza e disgusto. Le radici profonde delle istituzioni democratiche

Esperimenti con l'ultimatum game mostrano che siamo tutti avversi alla disuguaglianza. Trovarci in una situazione nella quale il reddito è distribuito in maniera diseguale determina un costo psicologico

di Vittorio Pelligra

(Franz - stock.adobe.com)

5' di lettura

Immaginate di avere a diposizione 10 euro. Non li avete guadagnati, vi sono stati assegnati come manna money, come denaro piovuto dal cielo come la manna nel deserto. Vi viene detto che siete stati abbinati ad un'altra persona alla quale, se volete, potete inviare una parte della vostra “manna”. Potete condividere qualsiasi somma, da zero a dieci. Venite anche informati del fatto che qualunque offerta farete sarà oggetto di valutazione da parte del ricevente. Le condizioni sono queste: se il ricevente accetta, allora la vostra offerta verrà implementata, ma se l'altra parte rifiuta, allora, nessuno dei due, né il proponente né il ricevente, otterrà niente. Zero per me, zero per te.

L’ultimatum game

Questa situazione è quella che gli economisti comportamentali chiamano ultimatum game . Della sua genesi ci siamo occupati nel Mind the Economy della scorsa settimana. Ne abbiamo parlato a proposito degli effetti della disuguaglianza e delle conseguenze che questa determina rispetto alle nostre scelte. Molti esperimenti sono stati condotti utilizzando l'ultimatum game in diversi contesti sociali e culturali e ciò che emerge da questi studi è che il comportamento osservato è molto differente rispetto al comportamento atteso.

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La teoria standard prevede, infatti, che in una situazione come quella dell'ultimatum game, il ricevente accetti qualsiasi offerta che riguardi il trasferimento di una somma positiva di denaro. Questa, infatti, sarebbe meglio di quanto si otterrebbe rifiutando tale offerta, cioè zero. Considerando questo fatto, il proponente dovrebbe proporre al ricevente il minimo indispensabile per non farsi rifiutare l'offerta. Per esempio un euro. L'equilibrio di questo gioco, la previsione teorica che si ottiene, cioè, assumendo che i giocatori siano razionali e autointeressati, sarebbe quella secondo cui il proponente offra il minimo possibile, per esempio, un euro, e il ricevente accetti un euro, in quanto maggiore di zero, ciò che otterrebbe se rifiutasse l'offerta.

Come vanno davvero le cose

In genere le cose, però, vanno molto diversamente. Quando questo gioco viene sottoposto a soggetti reali, in condizioni controllate e con incentivi reali, ciò che si osserva è che i proponenti raramente offrono meno del 50% della loro dotazione monetaria. Questo perché, correttamente, anticipano il fatto che i riceventi generalmente rifiutano tutte le offerte inferiori al 30%.

Questo comportamento, dunque, sembra essere giustificato da motivazioni altruistiche e, al tempo stesso, da considerazioni strategiche: “se offro troppo poco, guadagnerò troppo poco”. Mentre la scelta del proponente di offrire più del minimo, in quest'ottica, può essere giustificata, quella del ricevente che decide di rifiutare di guadagnare una somma positiva di denaro risulta più complicata da spiegare. Perché dovrei preferire niente a guadagnare 1, 2, 3 euro?

Dare oppure non dare?

Qualche anno fa, assieme ad un collega, abbiamo condotto un esperimento su un campione rappresentativo della popolazione (Pelligra, V., Stanca, L., (2013) “To Give or Not To Give? Equity, Efficiency and Altruistic Behavior in an Artefactual Field Experiment” Journal of Socio-Economics 46, pp. 1-9) ed abbiamo verificato che la maggioranza dei partecipanti all'esperimento sarebbero stati disposti a donare 100 euro ad un altro soggetto anonimo, se questo non avesse comportato nessun costo per loro.

L'83% avrebbe preferito una distribuzione di 400 euro per loro e 400 euro per un altro soggetto ad una distribuzione di 400 euro per loro e di 300 euro per l'altro. Gli altri non ci sono indifferenti. Se possiamo, cerchiamo di far aumentare il loro benessere. In un'altra situazione, però, i soggetti dovevano decidere se ottenere 400 euro per sé e 400 euro per l'altro oppure 400 euro per sé e 500 euro per l'altro.

Come nel caso precedente si trattava semplicemente di far guadagnare 100 euro in più all'altro, in base alla situazione di partenza. In questo caso, però, solo il 47% si rivela disposto a far guadagnare 100 euro in più all'altro. Perché in un caso l'83% si dichiara disponibile e nell'altro solo il 47%? In fondo si tratta sempre di dare gratuitamente 100 euro in più ad uno sconosciuto.

Le differenze sostanziali

La differenza riguarda il fatto che, nel primo caso, se passiamo da 400 a me e 300 a te a 400 a me e 400 a te, non solo ti sto facendo guadagnare 100 euro in più, ma sto anche riducendo la differenza tra quello che guadagno io e quello che guadagni tu; nel secondo caso, invece, se scelgo 400 per me e 500 per te, e non 400 per me e 400 per te, è vero che ti sto facendo guadagnare 100 euro in più, ma, al contempo, sto anche facendo crescere la disuguaglianza tra me e te.

Il fatto che solo il 47% in questo caso, rispetto all'83% nel caso precedente, preferisce dare 100 euro in più all'altro partecipante, significa non solo che ci piace far star meglio gli altri, quando possiamo senza un costo eccessivo, ma anche che non ci piace la disuguaglianza tra quello che hanno gli altri e quello che abbiamo noi.

Siamo avversi alla disuguaglianza

Le centinaia di esperimenti con l'ultimatum game fatti in giro per il mondo mostrano che siamo tutti, chi più chi meno, avversi alla disuguaglianza. Trovarci in una situazione nella quale il reddito, o qualunque altro elemento di valore, è distribuito in maniera diseguale determina un costo psicologico sia per chi si trova in una condizione di svantaggio, ma anche per chi si trova in una situazione di svantaggio.

Ecco perché davanti ad una offerta troppo bassa in un ultimatum game i riceventi spesso preferiscono rifiutare. Preferiscono, cioè, ottenere zero piuttosto che una somma troppo piccola. Non si guadagna niente ma almeno viene eliminato, in questo modo, il costo psicologico della disuguaglianza. Queste reazioni alle situazioni di disuguaglianza echeggiano il disagio e i problemi che mostrano le Nazioni nelle quali maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Ne abbiamo parlato diffusamente la settimana scorsa.

La disuguaglianza produce effetti anche fisiologici

Ma i problemi con la disuguaglianza non sono solo relativi alle conseguenze che questa ha rispetto ai problemi sociali e sanitari. A livello individuale, infatti, trovarsi in una situazione di disuguaglianza produce effetti tangibili, non solo psicologici ma anche fisiologici. In un importante studio capitanato da Alan Sanfey, neuroscienziato dell'Università Radboud di Nijmegen, vengono analizzate le reazioni che si attivano nel cervello di soggetti che partecipano ad un ultimatum game e sono posti davanti ad offerte inique.

Si nota non solo che nella maggior parte dei casi una offerta di 2 su 10 viene rifiutata, ma anche che tale offerta attiva, nel cervello di chi la riceve, una serie di circuiti, l'insula anteriore e la corteccia prefrontale dorsolaterale, associati, rispettivamente, da una parte alle emozioni del disgusto e della rabbia e, dall'altra, al calcolo e alla valutazione monetaria (Sanfey et al. “The neural basis of economic decision-making in the Ultimatum Game”. Science 2003 13; 300(5626), pp. 1755-8).

Cosa fa scattare un’offerta ingiusta

Un'offerta ingiusta, dunque, fa scattare una reazione emotiva profonda di rabbia e disgusto che ci porterebbe al rifiuto e alla punizione dell'altro, ma anche a considerazioni più razionali e calcolatrici che ci farebbero propendere per il guadagno puramente materiale. Sanfey e soci mostrano che la decisione effettiva, se accettare o rifiutare l'offerta ingiusta, dipende dalla forza con la quale i diversi circuiti neuronali vengono attivati.

Dalla prevalenza della dimensione emotiva rispetto a quella calcolatrice o viceversa. La comprensione di questi meccanismi profondi che stanno alla base delle nostre reazioni rispetto alla giustizia e all'ingiustizia che ogni giorno osserviamo e, magari, sperimentiamo, ci serve per capire in che modo questi stessi meccanismi possono essere incanalati per favorire la cooperazione ed il rispetto di quelle norme sociali che stanno alla base della nostra vita in comune. Niente come l'ingiustizia sistematica mina, infatti, la convivenza civile e la stabilità delle istituzioni democratiche.

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